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Storia di una donna in cerca di autonomia economica

Questa storia potrebbe essere quella di ciascuna di voi. A raccontarla è Lorenza. Non è una storia che può esaurirsi in un solo post perché lei vorrebbe mettere nero su bianco la sua esperienza e il suo bilancio personale per cercare di venire a capo di molti intrecci complessi e molte responsabilità, inclusa la sua, e cercare di guardare in fondo alla sua situazione con una spietata analisi che la riguarda e coinvolge un po’ anche tutt* noi. Perciò le dedicheremo una rubrica che si chiamerà “Storia di L.”. Questo è il suo primo post. Buona lettura.

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Sono Lorenza, ho 46 anni, ho un figlio, sono divorziata, disoccupata, non coltivo più interessi e non spero che la mia situazione possa migliorare. Sono ad un punto di svolta della mia vita: affondare o riemergere in un modo o nell’altro, anche se non so ancora come e non ho nessuna prospettiva per riuscirci.

La famiglia dalla quale provengo è tipicamente disfunzionale, un padre violento, una madre che tentava di prevenire sfoghi e deliri imponendo le leggi del terrore, un fratello, anche lui in situazione precaria e reduce dalla stessa violenza subita in altri modi.

La mia sola idea è sempre stata quella di fuggire il più lontano possibile da tutti loro. Non volevo più saperne di imposizioni di ruoli sessisti, di colpevolizzazioni per non saper interpretarli, di una violenza che generava altra violenza e dell’incapacità di ciascuno di assumersi responsabilità per le conseguenze di quegli atteggiamenti.

Sono rimasta incinta a 17 anni e sono andata a vivere con il padre di mio figlio che naturalmente si è rivelato violento, irresponsabile e non in grado di essere un compagno e un padre affidabile. Ci siamo separati dopo l’ennesimo pestaggio che mi aveva procurato diverse e gravi ferite. Non ha mai provveduto a mio figlio e io sono dovuta tornare a casa dai miei che non erano cambiati e che impartivano lo stesso tipo di edicazione anche a mio figlio.

Non sono riuscita a concludere gli studi e ho cercato di lavorare per trovare ancora il modo di andarmene. Ho subito molestie sul lavoro, ho lavorato in nero, ho trascorso i miei vent’anni a disperarmi nel tentativo di rendermi indipendente. Poi mi offrirono quella che in una situazione così precaria mi sembrò una buona opportunità. Dovetti trasferirmi in un’altra città, il mio ex non mi rese la vita facile e in quella circostanza tentò di fermarmi dicendo che non avrebbe potuto vedere suo figlio se lo avessi portato a chilometri di distanza. Il fatto era che non aveva voluto vedere suo figlio proprio mai e d’altro canto io non ho mai denunciato il fatto che non mi passava un soldo per il mantenimento di nostro figlio.

I miei mi ripetevano che ero stata io a mettermi in quella situazione e che avrei dovuto subirne le conseguenze. Non c’è stato un giorno in cui non mi abbiano rinfacciato l’aiuto che mi avevano dato e anche per loro il mio trasferimento, assieme a mio figlio, rappresentava una sottrazione di potere. Il loro potere su di me e su mio figlio, palesemente plagiato da loro ed educato a ritenermi una sorta di fallita, una poco di buono e una cattiva madre.

Nella nuova città iniziai a lavorare come impiegata in una azienda che cercava personale attivo, poco qualificato ma intelligente. Un modo per farti fare tanto sottopagandoti. In poco tempo imparai tutto quello che c’era da imparare fino a che uno dei miei datori di lavoro non mi mise le mani addosso e quando lo minacciai di denuncia per molestia mi rise in faccia e mi licenziò. Non volevo tornare dai miei, ancora una volta, per non dover subire la loro violenza, il loro scarica barile, la loro incapacità di vedere oltre il proprio naso. Ero una ragazza divorziata, con un figlio, e secondo loro avrei dovuto restare in casa a fare la vedova in attesa di un altro sconosciuto che potesse mantenermi.

Cominciò così il mio lento peregrinare di pizzeria in pizzeria, di ristorante in ristorante, a rafforzare il personale nei fine settimana, a continuare a lavorare anche nei miei turni liberi, a lavorare in nero per pochi soldi. Non potevo permettermi il lusso di rinunciare a quei lavori e nel frattempo subivo le ritorsioni e i ricatti di mio padre che diceva quanto fare la cameriera fosse poco prestigioso e poco nobile. Avevo deluso le sue aspettative e secondo lui mio figlio sarebbe stato meglio con loro invece che con me. Venne a trovarmi mettendomi in difficoltà con il bambino. Gli chiese se non preferisse andare con lui per qualche giorno e ovviamente il bimbo disse di si. Voleva bene al nonno e qualunque figlio cresciuto da una madre sola ritiene che sia meglio qualunque altro posto lontano da una madre che doveva svolgere il proprio ruolo in fretta, tentando anche di impartire regole e un’educazione che il lassismo e la presunzione dei miei genitori resero vani.

Mio figlio rimase con loro per qualche anno, come un ostaggio usato per continuare a rinfacciarmi i miei fallimenti, perciò non ebbe più rispetto per me, non ero più autorevole ai suoi occhi e tutto quello che aveva da dire quando ero costretta a passare i fine settimana dai miei per vederlo era quello che ripeteva mio padre o mia madre. Stesse parole, stesso atteggiamento.

Tentai una forma di resistenza progettando di mettere da parte i soldi per poi portare mio figlio con me e offrirgli una vita diversa da quella che avrebbe vissuto restando con i miei. Suo padre continuò a non farsi sentire e a non assumersi alcuna responsabilità nei suoi confronti.

La mia vita divenne più solitaria, lavoravo e basta. Nessuna vita sociale, il vuoto di affetti e l’autoflagellazione giacché consideravo che tutto quel che capitava fosse colpa mia. Non so come spiegare ma la colpa annienta ogni voglia di vivere e quella capacità di resistere per svegliarmi e dare una piccola prospettiva a mio figlio fu annullata dal fatto che non dovevo più svegliarmi per badare a lui.

Mi rifugiai in un mondo fatto di illusioni, mi feci truffare regalando i miei risparmi a un tizio che mi aveva proposto di avviare insieme un’attività e quando l’attività fallì miseramente a me rimasero soltanto i debiti. Avere trent’anni e dover rispondere al telefono quando ti chiamano i creditori che minacciano di rovinare per sempre la tua vita non è esattamente quello che può renderti felice. Non volevo chiedere aiuto ai miei e d’altronde non me lo avrebbero dato, non prima, probabilmente, di avermi fatto sentire ancora più fallita e persa.

Ho ricominciato a lavorare in nero, faticavo tutto il giorno e non so come né perchè sono arrivata ad oggi, ancora precaria, con mio figlio che mi odia, i miei che non mi considerano parte della famiglia perché non ho seguito le loro regole e una depressione che mi affligge e mi impedisce di vedere un po’ di luce alla fine di un lunghissimo periodo buio.

In questi ultimi anni ho tentato in ogni modo possibile di trovare autonomia economica ma un po’ per le condizioni che mi imponevano e un po’ per mia responsabilità non ci sono riuscita. Quando accumuli fallimenti su fallimenti e arrivi alla mia età senza aver concluso un cazzo tutto quello che puoi fare e sentirti in colpa e rimuginare sul perchè sia andata così.

Avrei dovuto cercare un lavoro prima di avere un bambino. Avrei dovuto terminare gli studi sopportando la violenza familiare invece che cercare una scorciatoia per fuggire via. Avrei dovuto sapere che la liberazione non arriva per mezzo di nessun altro e che non esiste un principe azzurro che possa risolverti la vita. Mi sono fatta schifo quando ho accettato di avere relazioni con uomini, alcune volte sposati, che ogni tanto mi regalavano qualcosa per ottenere i miei favori. Non era il fatto di fare la puttana in incognito che mi faceva schifo ma il fatto di essere incapace di farlo alla luce del sole.

Pensavo a quel che avrebbe detto mio padre o mia madre, a quello che avrebbe pensato mio figlio, anche se, data la loro distanza dalla mia vita, non avrei dovuto preoccuparmene. Provavo vergogna perché il bisogno e la precarietà alla fine sono condizioni che generano vergogna. Ti senti niente, nessuno, meno di zero. Hai l’autostima in fondo ad un pozzo senza fine. Sei insicura. Mi sono sentita sola per tutto il tempo e quando mi si parava dinanzi la possibilità di avere un rapporto duraturo con qualcuno mi allontavano per paura di ritrovarmi nelle stesse condizioni in cui mi ero trovata quando vivevo con il mio ex. Tante scopate ma nessuna presenza costante. Ero in attesa di qualcosa di buono e in fondo lo sono ancora. In attesa di un tempo migliore e quel tempo, via via che passavano gli anni, si allontanava sempre più.

Oggi non spero più niente, sono qui a dire che ho sbagliato tutto nella vita e che se potessi ricominciare farei tutto in maniera diversa. Ma pentirsi non serve a niente, la vita è una sola e io l’ho semplicemente vissuta malissimo e non riesco a fare nulla di più per ottenere una svolta. Nella mia lunga carriera di precaria ho conosciuto persone che nelle mie stesse condizioni si rifugiavano nell’alcol, nella droga o spendevano denaro nel gioco d’azzardo pensando che una vincita avrebbe potuto risolvere la loro vita. Io non l’ho fatto e questo un po’ torna a mio beneficio, lasciandomi in parte la soddisfazione di non essere scappata dalla mia vita ma anche la vergogna e il senso di colpa che non sono mai riuscita ad attenuare.

Oggi la mia famiglia mi reputa solo una pazza incosciente e sono ancora perseguitata dai creditori che non accennano a smettere di minacciare di rovinarmi la vita. Non posso più neppure chiedere l’intestazione delle bollette per gas, luce, acqua, perché non me la concederebbero. Io sono insolvente, cioè una che non paga i debiti, e dunque quel che fanno è impedirti di vivere una vita decente o almeno di cercare di sopravvivere spingendoti a trovare alloggio sotto un ponte. Per abitare una casa in cui le bollette sono intestate al proprietario devo pagare di più per l’affitto che è ovviamente in nero. Io per questa società in cui devi essere produttiva e basta non sono niente, non merito niente, non merito neppure di respirare.

La condizione che vivo è di totale vergogna. Non posso dire a nessuno che ho bisogno di aiuto perché il mondo si allontana quando lo dici oppure resta ma solo perché sa che potrà chiederti qualunque cosa facendoti sentire perennemente in debito.

Sono una debitrice, una fallita, una persona che non ha avuto la capacità di costruire niente. Alle mie spalle solo fallimenti. Quel che verrà domani non mi dà speranze. Quello che so è che ho voglia di vivere e non cedo alla tentazione di fuggire in altri modi. Quello che so è che io esisto e che sono io che ho costruito il mio presente e che realizzo il mio destino. Un destino decisamente di merda. Come il mio umore. Come le mie giornate.

L.

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Comments

  1. Non sei sola. Io ti capisco benissimo

  2. C’è davvero un pezzo di ognuna di noi in questa storia.

  3. Difficile camminare con pesanti zavorre ai piedi… Ognuno dà il massimo con le forze che ha. Non massacrarti di colpe e responsabilità, se puoi… Buon cammino

  4. Come te,tante, so che questo non ti consola, ma ti fa sentire meno sola. E. Chiedi aiuto. Molti no ti ascolteranno neanche o faranno finta d’ascoltarti. Tu persevera. Non arrenderti mai.

  5. come scritto nel commento precedente, bisogna resistere e sopratutto non esitare a chiedere
    aiuto …ad amici e ad amiche. A chiunque è in grado di darlo.
    Ho passato una intera giornata (lavoro bruciato, per me) per aiutare una persona a me cara
    a fare un colloquio di lavoro a 150 km da casa sua. a 45 anni non ha lavoro ed è precaria…
    casa in affitto e una sola auto. Nessun figlio “per fortuna”.
    ci sono tante persone in queste condizioni…chiunque siate, maschi o donne non ha importanza,
    “adottate” una di queste persone, abbiate cura di loro, sostenetele anche quando sono
    incazzate e non vogliono essere compatite. Ascoltate queste persone che magari non
    hanno manco i 70 euro per una psicoterapia. Offrite un bel pranzetto e cercate di stare
    loro vicine….senza chiedere nulla, se possibile. Ma sopratutto dite loro che c’è un futuro
    anche se è solo un sogno. Le nostre vite così hanno più senso !
    ciao

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