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La morte di una sex worker non fa notizia

 

C’è una storia della quale non si parla sui grossi media perché in fondo della vita o della morte di una sex worker non interessa a nessuno. Non c’è una beddamatresantissima che è stata uccisa sottraendola ai figli. Non c’è una moglie sottratta al marito. C’è solo una puttana come tante la cui vita dipende dallo stigma crudele che la colloca tra quelle che saranno in pericolo per le modalità errate in cui si affronta il problema. D’altronde quando si parla di violenza di genere non si includono le sex workers accoltellate, strangolate, uccise. Nessun@ chiede il loro parere per ragionare di prevenzione e soluzioni. La legge contro il femminicidio specifica che l’aggravante scatta quando c’è un legame affettivo tra carnefice e vittima. Una puttana non ha un legame affettivo con chi decide di derubarla, stuprarla, ucciderla, perciò la sua vita, in termini penali e culturali vale meno.

Non mi interessa parlare delle aggravanti o esigerne perché non è la soluzione. Mi interessa parlare del fatto che una legge è anche l’esito di un ragionamento fatto a tavolino da ministri e deputati che danno importanza alla donna solo per il ruolo che ha in famiglia (etero). Ruolo riproduttivo e di cura. Perciò è considerata una risorsa che produce Pil la cui morte viene considerata un danno per la ragion di Stato, mica per l’effetto che un delitto ha sulla vittima.

La puttana ha una importanza sociale solo quando viene considerata un alibi per l’economia dell’industria del salvataggio e per giustificare norme restrittive che vuoi o non vuoi tendono a non considerare le sex workers dei soggetti che hanno rivendicazioni da fare. I sindaci che fanno ordinanze per multare clienti e prostitute hanno tutta l’intenzione di marginalizzare le puttane in luoghi di periferia nei quali possono essere più facilmente rese vittime di violenze o oggetto di ricatti di papponi che offrono protezione in cambio di percentuali altissime di guadagno.

Fino a che il sex work non sarà considerato un lavoro vale qui in Italia la legge Merlin che proibisce alle sex workers di lavorare in appartamenti, al chiuso, insieme, per poter tutelarsi e ottenere garanzie di maggiore sicurezza. I/le sex workers non possono lavorare insieme perché scatta la denuncia per favoreggiamento e sfruttamento, per loro e per chi affitta il locale. Dunque la legge spinge all’isolamento e le ordinanze fanno il resto. Costrette a lavorare in luoghi lontani, al buio, se vittime di violenza vengono lasciate a sanguinare e a crepare a meno che non ci sia una collega che si accorga della situazione e chiami un soccorso medico.

Per lei è stato troppo tardi. Uccisa da due ragazzi che pensavano ad una sex worker come ad una persona che avrebbe dovuto fornire servizi sessuali gratis, pena l’accoltellamento, perché a lei non è stato riconosciuto il diritto di dire di No. Un po’ come se qualcuno imponesse la donazione di un servizio che in realtà è in vendita. La dignità di lavoratrice di questa persona non è stata riconosciuta e fino a che non cambiano le cose le sex workers sono a rischio e nessuno considera che un servizio sessuale rubato si chiama stupro e la ritorsione rispetto ad un No si chiama femminicidio.

Una donna è morta per il gioco orribile, misogino, sessista e irrispettoso messo in atto da due ragazzi che hanno concluso il loro puttan tour accoltellandola perché tanto ad una puttana si può fare di tutto. Lei può subire tutto.

Cosa essenziale è riconoscere il diritto delle sex workers a poter lavorare in luoghi protetti, in sicurezza, senza dover subire conseguenze legali e in totale autonomia per non mantenere alcun pappone e per non dover subire le conseguenze dello stigma sociale che è impresso sulla loro pelle.

I siti, rari, che ne parlano non dicono neppure quale fosse il suo nome perciò la saluto con un “Cara, ci vedremo nel posto, bello, destinato alle puttane” nel quale vorrò recarmi anch’io, con un ombrello rosso, per ridere insieme e abbracciarci e poter esprimere quella solidarietà e quella sorellanza che non viene espressa in questa terra, in questo mondo, in questa vita.

#SexWorkIsWork

#StigmaKills

Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers’ Rights in South Korea

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Comments

  1. A voi, figlie della notte
    creature dei roveti
    la mia lettera d’amore:

    per quando, o sorelle,
    sarete buttate
    come un canovaccio:

    verrò a raccogliervi
    per fare di voi
    il lino della Veronica

    e del vostro pianto
    il vino migliore
    per la mia consacrazione.

    David Maria Turoldo

  2. “Uccisa da due ragazzi che pensavano ad una sex worker come ad una persona”…
    Il punto è proprio questo. Non la vedevano come una persona, non la consideravano come una persona. La vedevano come una cosa. Una cosa di loro proprietà. Per questo si sono sentiti in diritto di toglierle la vita.
    Si fa così in fondo con le cose, no? Le usiamo a nostro piacimento e poi le buttiamo.
    Complimenti per l’articolo!

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