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A chi importa di una sopravvissuta?

lei scrive:

se sfiori la morte e sopravvivi ti senti invincibile. quello che non metti in conto è il fatto che devi badare al trauma successivo. vivo con la paura da anni oramai. come posso spiegare… non trovo le parole. mi sono persa e ho sopravvalutato la mia capacità di rinascere. è sparito il ricordo delle sue mani attorno al mio collo. sparito il rumore delle ossa rotte. a distanza di anni ricordo cose diverse, coloro la realtà di differenti sfumature. faccio di tutto per nascondere agli altri la mia sofferenza perchè non voglio essere considerata una vittima. una sopravvissuta, casomai, ma non una vittima. sono sopravvissuta ad una guerra contro un sistema di valori che mi ha sconfitta. credevo di poter sfidare la sorte, di poter dominare il pregiudizio, dirigerlo, addomesticarlo con l’amore, il sesso, con offerte tangibili che fungono da mediazione tra te e il resto del mondo.

a chi devo attribuire la responsabilità? alla mentalità gretta e disancorata dalle prove del tempo, dalle esperienze ormai diverse. si fa di tutto per giustificare l’orrore, una schiavitù non scelta. c’era sua madre che chiudeva occhi e orecchie e pensava solo a se stessa. c’era il fratello che interveniva per rabbonirmi e convincermi a non raccontare agli altri quello che stava succedendo. poi c’era lui, geloso, un otello senza ragione né pretesti da poter usare. non so dove si trovi la ratio di tutto questo. nel fruscio del tessuto che si muove seguendo l’oscillazione del corpo spinto in basso. nelle espressioni del volto, mai viste prima, accettate con disorientamento. io sono anche questa cosa qui. ho le palpebre che non sanno chiudersi più totalmente, le labbra, timide, stanno a riposo, non sporgono, non seducono. la pelle acquisisce una modestia che reprime la passione. è la normale tendenza a rendersi invisibile, per non turbarlo, provocarlo, per non dargli un motivo per picchiarmi.

dapprincipio ero persino orgogliosa di questo suo comportamento. geloso, passionale, dunque era la prova di quanto tenesse a me. poi, come ogni dittatura che inizia con il lavaggio del pensiero, mi fu proibito percepire criticamente i suoi gesti, udire le sue parole, raccogliere i segnali dei suoi sguardi. “devi capire quello che voglio da uno sguardo” – diceva. e io ripassavo le volte in cui si esprimeva in modo contraddittorio. perciò mi convinsi che non gli andasse bene niente e che per ogni aggiustamento della mia personalità c’era in realtà una costante volontà, forse inconsapevole, di annientarmi.

non è nulla di nuovo, sicuramente ne avrete sentito parlare mille volte. io so che raccontarvi della maniera in cui acquisii coscienza del dolore forse non vi è d’aiuto e non è d’aiuto neanche a me. però nella scrittura pretendo da me d’essere onesta per dire che ancora oggi guardo la mia figura allo specchio e mi preoccupo di non apparire alla maniera che per lui non andava bene.

quando sopravvissi alle sue mani forti che tanto piacere avevano dato al mio corpo, perciò era difficile pensare che potessero infliggere tanto dolore, non mi curai del trauma e continuai la mia lotta alla precarietà che mi induceva a posizionarmi in quella zona sociale dei soggetti economicamente non autonomi. dovevo chiedere prestiti, non potevo pagare per i miei debiti, non potevo essere una persona affidabile e rispettabile, e quando mi ammalai di depressione dissero che mi ero solamente presa un po’ di tempo per non affrontare le mie responsabilità.

dicevano che in fondo non mi era successo nulla di importante e così mi resi conto che se fossi stata uccisa forse avrebbero goduto di un ricordo migliore. la verità è che per molti è più facile commemorare i morti, trarne un attimo di protagonismo a beneficio del proprio ego, perchè se sopravvivi tu sei per un attimo una persona grata, forse stanca, comunque fragile e con tanto bisogno di aiuto, su tutti i fronti, per avere il tempo di elaborare il lutto, perchè sarò pure sopravvissuta ma la mia pelle è morta e pur non essendo una credente direi che alla mia resurrezione nessuno fosse presente, l’evento andò deserto. una persona viva ma anche mutilata nei sentimenti, le emozioni, nella capacità di aver fiducia negli altri, viene percepita come un peso, un costo sociale, familiare, vissuto con disagio.

mi hanno guardata e si sono detti, tutti quanti, che a quel punto non avrei avuto più bisogno di niente. nessuna bara, niente funerale. c’era da ripiegarsi le maniche e lavorare, come tutti. peccato che io non sia affatto come tutti. si dice che un soldato sopravvissuto ad una guerra goda di una comprensione per lo stress post traumatico, perchè di fatto le immagini di sangue e morte ricorrono nella sua testa nei sogni o nella vita di ogni giorno. anch’io sono un soldato, inviato a combattere una guerra che non ho mai scelto. mi sono ritrovata a combattere fin da piccina. io femmina, io destinata ad una vita da femmina, io incline alla ribellione perciò considerata una pecora nera.

sono vittimista, dico a me stessa, ma non voglio essere una vittima. i titoli acquisiti da un soldato in guerra probabilmente donano prestigio sociale, tu lotti per una stracazzo di patria che non c’è, a beneficio della tua nazione. ebbene eccola qui la mia nazione, la vedi disegnata entro i limiti del mio culo. la senti nel suono del mio respiro. volevo disperatamente vivere ma senza seguire accordi che non ho mai preso. io non ho mai deciso di essere quella cosa cui mi hanno destinata. non c’è un merito per essere sopravvissuta alla mia guerra. non posso smettere mai di indossare la mia divisa, l’elmetto, un’arma che risiede nella parola, nei gesti simbolici, in uno sfogo concesso alla scrittura.

non c’è futuro, per me. non c’è speranza. non c’è un’opportunità e non capisco perchè certuni si preoccupano del fatto che io rimanga in vita, forse per non farli sentire in colpa, per consentire loro di non fare mai i conti con se stessi. perciò io vivo, per tranquillizzare le coscienze altrui, anche se sono rotta, spezzata e con fatica mi aggrappo ad una scala dai pioli secchi e a volte anche spezzati. non si può risalire la china se non hai nulla a cui aggrapparti e nulla ti offrono, anzi, tutto ti viene sottratto, purchè tu viva e faccia sentir bene coloro che a parole riconoscono quella violenza ma, nei fatti, non ci sono, non ci saranno mai, non ti vorranno attorno perchè sono troppo presi a postare su facebook la foto della loro ultima uscita, con pose che mimano una felicità che non traspare dai loro occhi. troppo impegnati a socializzare virtualmente con sconosciuti perchè è più semplice, tanto più semplice rispetto all’impegno che dovrebbero assumersi riconoscendo di mancare di valori umani, empatia, comprensione.

è colpa mia, questo è quanto amano pensare. è tutta colpa mia. non so reagire, non mi so risollevare, non so restare con i piedi per terra e sono troppo propensa a sognare, a nutrire almeno una minuscola speranza di esistenza, perchè se io non posso fare neppure questo, allora cosa vivo a fare?

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Comments

  1. Non bisogna vivere per accontentare gli altri.
    Non bisogna vivere per rassicurare di star bene , se si sta male.
    Non bisogna vivere per sentirsi parte di un qualcosa , se quel qualcosa non capisce le nostre sofferenze.
    E quel qualcosa quella sofferenza non la capirà mai, perché troppo mostruosa da accettare .
    Bisogna vivere perché abbiamo un pò di anni davanti ,e bene , viviamoceli come ci pare.
    A fare davvero quel che ci pare. Ok, lavorare , l’indipendenza economica garantisce il resto.Poi cercare di scoprire noi stessi . Ci hanno fatto questo? Sì,ma l’han fatto loro,mica noi. Noi siamo le vittime .
    Ora però possiamo riscattare noi stessi dal dolore che ci portiamo dentro . Riconosciamo ciò che ci è stato fatto,riconosciamo di essere noi, ora , a decidere chi essere .
    Potremmo sentirci delle brutte persone, per sempre. Oppure scoprire di essere belle. Attraverso qualcosa che ci piace a fare , che piace a noi. E farlo per noi,mica per chi guarda . Potremmo darci delle soddisfazioni scoprendoci diverse da come qualcuno ha deciso noi essere , scoprendo abilità che non sapevamo d avere.
    Il tutto sta nel provare rimettersi in gioco. Nulla ci farà scordare ciò che è stato , ma nulla ci può impedire di diventare ciò che vogliamo.
    Banalmente , le persone che non ci vogliono intorno e preferiscono far credere di essere realizzate attraverso una foto su Facebook che pensare a noi , non ci meritano,perchè non hanno capito il nostro valore. Meglio (per noi) lasciarle ad una vita di apparenza, dove non toccheranno mai il dolore vero , ma neppure la gioia.
    E’ la loro la non. vita, non la nostra.

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  1. […] Sorgente: A chi importa di una sopravvissuta? – Al di là del Buco […]

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