Gli uomini ed il vino

Lei scrive:

Vinitaly è l’evento più importante dell’anno per quanto riguarda il vino italiano e si svolge a Verona.
Ormai sono una veterana della fiera, che adoro per tantissimi motivi: la dinamicità, la capacità di perfomare, il fatto che prima richieda una lunga preparazione e poi boom, hai solo quattro giorni per eccellere e dimostrare quanto vali, come azienda produttrice, come lavoratrice – un po’ come un esame.
Proprio perchè sono diversi anni che vado per la mia azienda, quest’anno ho potuto fare mente locale ed osservare quello che succedeva con un occhio più attento.
Piccoli segnali li avevo colti durante le edizioni precedenti, ma non li avevo mai messi insieme veramente. Ma non sto parlando del dibattito “il vino è ancora un ambiente maschile” perchè ancora, per adesso, lo è. Ma le cose stanno cambiando, anche se certi giornalisti si ostinano a non intervistare le donne a capo delle aziende produttrici (true story). Per quanto ancora potranno voltarsi dall’altra parte? Siccome faccio parte dell’esercito di donne che lavorano con successo nel vino e tocco con mano tutti i giorni il nostro impegno, mi permetto di dire che questo aspetto non mi preoccupa. Ci stiamo arrivando, stiamo cambiando le cose.

Mi preoccupa invece come lo svolgimento dell’evento corra sul filo del rasoio per quanto riguarda il rapporto uomini-alcol ed il loro comportamento.
Chiariamoci: non sto dicendo che questa fiera sia un calderone di stupratori ubriachi. Assolutamente no. Vorrei fosse chiaro prima di scatenere polemiche e apriti cielo vari.
Cioè che però succede è che con la scusa di essere “un po’ brillo”, un tizio qualunque ti ferma mentre stai correndo da un padiglione all’altro, nel senso che ti afferra e ti dice che sei bellissima. A volte mi hanno afferrato il braccio, altre la mano, altre ancora – una minoranza per fortuna! – hanno preso la mano per baciarla imitando scene di film; tutti mi hanno informata di essere bellissima e la cosa è finita lì, io ho proseguito per la mia strada verso un incontro di lavoro, loro verso il prossimo bicchiere di vino. Naturalmente, mi sono sempre passata il gel disinfettante sulle mani dopo e tutto sommato, uno potrebbe dire che questi episodi sono innocui perchè nessuno si è fatto male.
Ma il mio consenso?

Non ho avuto paura che mi succedesse qualcosa, se anche un maniaco mi avesse aggredita, in mezzo a tutta quella folla, la sicurezza e gli agenti anti-terrorismo presenti, sarei stata salvata in meno di due secondi: il mio consenso-tra-le-gambe era al sicuro in una botte di ferro, in questo senso (pun not intended).
Ma io questi uomini non volevo toccarli. Chi li conosce? Perchè dovrei dare la mano a tutti, chi gli da il diritto di stringere, seppur senza violenza aggressiva – il mio braccio per costringermi ad arrestare la mia corsa e ascoltare le loro buffonate?
“Sei bellissima”, “sei una modella”, “fai la modella?”, “dove va questo splendore?”
No, questi non sono complimenti, perchè mi hai fermata con forza.
Alla fine dell’ultimo giorno, mercoledì, stavo uscendo dall’area fieristica contenta, raggiante. Stanca morta perchè avevo dato il massimo, ma soddisfatta perchè sapevo di aver concluso cose importanti. Ero di buon umore ed una ha diritto ad essere di buon umore e non vivere sull’attenti 24/7. In quel frangente, mi si avvicina il classico figlio di papà, entrato perchè poteva pagarsi il biglietto e biascica una parola in modo così sciocco da ricordarmi una serie Tv che adoro. Mi scappa un sorriso e come spesso faccio, abbasso la testa e mi copro la bocca con la mano – mi sono fermata un secondo.
E zacchete, questo ragazzo si scatta un selfie con me. L’ho guardato male e son corsa via, scocciata.

Ora, mi sono coperta il viso e dubito lui sia riuscito a tenere il cellulare fermo, quindi insomma la mia faccia o il corpo appropriatamente coperto da abiti professionali, non penso proprio finiranno da qualche parte losca. Però come dire… quella sarebbe la mia immagine. Come osi? Perchè?
Durante scambi come questi descritti sopra, nessuno è intervenuto perchè il giudizio generale, la percezione esterna è che sia tutto innocuo.
Addirittura il mio collega mi ha rimproverata: “sorridi proprio a tutti, tu”.
Ho scelta?
Analizziamo la cosa, ricordandoci di quel bellissimo articolo circa il fatto che gli uomini non sapranno mai che tante volte una donna si comporta “allegramente” o “gentilmente” in determinati contesti perchè sa che in questo modo la situazione non solo non degenererà, ma finirà anche prima.
Su cinque interazioni con uomini, tre erano di questo tipo. Posso fare una scenata per ognuno di questi episodi? Posso mettermi a gridare “vai a cagare!” davanti ad un padiglione pieno di persone? Non potrei farlo per tutti – persino io mi prenderei per isterica – come non posso farlo per uno solo: perchè non so come reagisce. Alla meglio, mi insulta e se ne va. Alla peggio, legge sul badge dove lavoro e mi crea problemi in stand. Io sono a Vinitaly per lavorare, non per creare problemi all’azienda. Sono andata per concretizzare gli sforzi, la preparazione di mesi prima, non per fare la figura della premestruata isterica – perchè te lo chiedono sempre quando sei nervosa, ti devono venire le tue cose?
Ho sorriso cortesemente a tutti – tranne al tizio del selfie, perchè stavo uscendo e alle 18.30 di mercoledì dopo quattro giorni di ambizioni lavorative, ero di nuovo “solo” my own girl.
La sottile linea rossa tra “brillo” e “completamente marcio” sparisce e tutto diventa giocoso, uno scherzo. Per loro, per gli uomini. Quello che succede dei casi di cronaca, dove lui l’ha violentata da ubriaco e nemmeno se lo ricorda, ha origini in qualunque contesto festoso che includa bevande alcoliche. Mi ha fatto pensare tantissimo al contrasto tra “ero ubriaco, non mi ricordo cosa ho fatto, magari scherzavo” invocato dagli uomini ed il “era ubriaca doveva stare attenta se l’è voluta” applicato per le donne.
Piccola statistica: in anni di fiera, uomini ubriachi quanti ne volete; donne ubriache meno di dieci. Fate vobis.

E quando sei in stand devi sorridere. La cortesia innanzi tutto.
Quindi poi mi sono ritrovata con geniacci che mi aggiungono sui social, tentando di offrirmelo in tutti i modi possibili immaginabili perchè, cito testuale, “hai sorriso mentre mi versavi il vino.”
Che dovevo fare, tirarti la bottiglia sui denti?
Se sei carina (perchè riconosco di non essere da buttar via) ed educata, in una situazione evocativa solo nella testa del maschio – la baccante che versa il nettare dolce – ce stai a prova’. Lo volevi, hai iniziato tu questo balletto.
Da “scommetto che non sorridi a tutti” perchè non potevo resistere a quel macho, a “allora sei una troia” perchè si vede che non ho sorriso solo a lui. E torniamo su, al commento del mio collega. A chi devo sorridere? Quanto devo sorridere? Posso essere maleducata sul posto di lavoro?
Io non ho la risposta.

Un altro aspetto drammatico riguarda le hostess. In genere assunte da nomi che non ne avrebbero bisogno secondo me, va senza dirlo che fossero tutte bellissime e altissime. Alcune erano vestite bene, elegantemente, altre erano chiaramente costrette nella triste combo mini tubino+tacchi a spillo.
Io ho cercato di evitarle perchè sono bassa: un mix di invidia per quelle gambe kilometriche e insicurezza. Ho confessato questo pensiero ad un ragazzo di un altro stand mentre ci prendevamo un nanosecondo di pausa; ha risposto così: “Vabè, ma —— hanno preso i troioni, sono due cose diverse!”. All’improvviso dovevo tornare a lavoro, addio pausa, addio sessista di merda.
Segnatevelo: hostess = troie.
Ferma ad appuntare una cosa in agenda, sento una hostess di un’altra ditta parlare con qualcuno e spiegargli che prima aveva un lavoro fisso e cercava di far carriera, ma veniva comunque pagata meno, mai presa sul serio e “non ne valeva la pena”, così ha deciso di sfruttare il suo assetto più evidente, la bellezza e fare la hostess “… pagano decisamente di più e c’è meno sbatti!”.
Segnatevelo di nuovo: sul lavoro ancora non veniamo prese sul serio. Ironia della sorte, una mia amica che fa esattamente lo stesso lavoro della ragazza, mi dirà due giorni dopo che a lavoro sta impazzendo perchè deve sempre dimostrare il triplo e nessuno la prende sul serio. L’amarezza.
Finito quello che dovevo fare, mi dico che in fondo a prendermi cinque minuti ed assaggiare un vino non succede nulla. Vado nello stand più vicino a dove avevo appena concluso la missione con successo, proprio per risparmiare tempo, della serie prendersi un’emozione ogni tanto. Mi serve un ragazzo carino ed il vino è molto buono, mi lascio intrattenere dalle sue spiegazioni su vendemmia e passaggi in acciaio.
“E tu lavori per?”, mi domanda. Rispondo col nome dell’azienda. “Hai finito il turno? Come funziona?” no, no sono in pausa due secondi. “Ah, ma non sei una hostess!” No. “Non ci credo, sei troppo bella per non fare la ragazza immagine!” … grazie? Duh.
E tre: se sei bella, puoi solo essere di contorno.

Tatuaggi: il personale addetto alla pulizia dei bicchieri (che non ringrazierò mai abbastanza) era composto giustamente da ragazzi e ragazze. Chiacchierando con le ragazze, salta fuori che le agenzie non vogliono tatuaggi o piercing. Sulle ragazze. Per i ragazzi invece non è un problema.

Vi risparmierò la descrizione dei raggi X che mi hanno fatto a causa del seno grosso. Ormai fa caldo e ho cercato di combinare un abbigliamento fresco, ma professionale. Ma sapevo di essere condannata lo stesso a causa del mio seno abbondante, difficile nasconderlo anche con un maglione. Qualcuno me lo ha squadrato senza ritegno, altri mi hanno detto: “sei molto femminile”. Certo, sono i meloni a definire la femminilità, credici.

Inoltre, gli uomini a Vinitaly sono tutti single, recentemente lasciati da una stronza che gli ha fatto soffrire l’inenarrabile. Che caso, eh?

Ho scelto di non fare nomi, a cominciare dal mio, per lo stesso motivo del sorridere: non voglio bizze sul lavoro. Le amiche che seguono Abbatto i Muri mi riconosceranno, alcune sono state aggiornate in tempo reale sulle seccature, che messe così possono sembrare poche. Io stessa, rileggendo, mi sono chiesta se non stessi montando la panna per nulla. Ma più ripenso a questi quattro giorni lavorativamente gloriosi, più realizzo quante volte io sia stata fermata, sminuita, trattata da scema perchè sono una donna, per giunta carina. Nessuno di quei complimenti mi ha fatto piacere, anzi adesso a distanza di qualche giorno sento la rabbia montare perchè son state più le volte in cui è stato valutato il mio sesso ed il mio aspetto fisico, piuttosto che la mia professionalità, il mio essere lì per lavorare. So di essermi sbattuta infinitamente di più del mio collega maschio, che la mattina a malapena valutava cosa indossare e che nessuno si sarebbe permesso di fermare afferrandolo per un braccio. Non si è rifatto il trucco per non sembrare distrutto dalla stanchezza, anzi quando si è sentito stanco, si è semplicemente fermato o ha dichiarato ad alta voce di non aver voglia di stare allo stand e preferire invece una gita nel padiglione X a provare qualche vino. Io mi sono fermata poco e sempre di nascosto, per non dare l’idea di essere “troppo delicata” per reggere il ritmo.

L’ultimo giorno sono svenuta. Mi sono rialzata e ho portato avanti, fino alla fine, quello che dovevo fare. Non aggiungo questo dettaglio per raccogliere simpatie o fare pena e “poverina” perchè io per prima sono stata orgogliosa, se ha senso dirlo, di essere andata KO un attimo, come conseguenza dei miei sforzi. E’ stata una conferma fisica del fatto che ho dato più del dabile, di essere stata irreprensibile. Il mio problema – come per tante altre – non è impegnarsi sul lavoro e lavorare bene. Il mio, il nostro problema è che dobbiamo lavorare il triplo per dimostrare non so nemmeno cosa, visto che le controparti maschili non si sbattono così tanto.

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Comments

  1. Confermo ogni parola. Io ero dall’altro lato dello stand, e anch’io sono una ragazza giovane e carina che lavora con il vino. Per molti sono stata “tesoro”, qualcuno ha dato per scontato che fossi una winelover che si è aperta un blog (con tutto il rispetto per gli winelovers, ma io mi sono fatta e mi faccio tutt’ora il mazzo per essere una professionista), nessuno mi ha fermata ma i commenti per la strada si sono sprecati.
    Ad un certo punto due ragazzi mi hanno fermata per chiedermi informazioni, stavo andando nello stesso posto e ci siamo avviati insieme. Chiacchierando gli ho detto chi sono e cosa faccio, loro mi hanno detto di avere un ristorante ma di non conoscere il vino, così mi sono offerta di dargli qualche consiglio. Ho portato avanti contemporaneamente le mie trattative e le loro, ho gestito tutto molto bene, mi sono sentita brava,sono stata brava. Finché uno di loro non ha pensato bene di passarmi un braccio intorno alle spalle. Io sono inorridita e me ne sono andata piantandoli lì. Ero furiosa, e sai cos’ho pensato? Che fosse colpa mia. Che non avrei dovuto dargli confidenza, che forse il pormi in maniera informale li ha fatti sentire autorizzati a provarci, a toccarmi, che due ragazzi che ti fermano per strada avrebbero dovuto farmi capire che il vino era solo una scusa,di essermi illusa che il mio aspetto non sia al centro di tutto. Loro, dal basso della loro incompetenza e della loro ubriachezza, mi stavano a sentire solo per provarci,mentre io mi impegnavo per dare il meglio.
    Per fortuna però devo dire che a parte qualche caso isolato, quasi tutti “appassionati” che avevano degustato un po’ troppo, sono stata presa subito sul serio da molti espositori, i professionisti sono una cosa diversa.

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