Sono una sex worker stufa della misoginia delle donne

di Elle Stanger

Articolo originale QUI [traduzione di Antonella]

Ah, dunque sei femminista, eh? Racconti ai tuoi bambini che ragazzi e ragazze sono uguali? Che le signorine da grandi potranno diventare astronaute e vigili del fuoco, che i maschietti possono giocare con le bambole e mettere lo smalto alle unghie? Non male come inizio, ma è il minimo sindacale di ciò che un adulto dovrebbe essere libero di fare, nel 2017. Con una oligarchia rampante a sbarrare loro la strada, è tempo che le donne, le minoranze e la classe lavoratrice inizino a supportarsi le une con gli altri. Una società meno divisa è più forte ed è fondamentale ricucire gli strappi sociali, esaminando in profondità i comportamenti che rafforzano l’oppressione e la violenza. Ognuno può fare la sua parte e io sono qua come sex worker femminista per dirvi che normalizzare gli insulti delle donne americane nei confronti delle sex worker è qualcosa che contribuisce alla violenza verbale contro tutte le donne.

Il punto è questo: il femminismo non è una roba semplice tipo postare certe immagini prese da Tumblr o comprare tazze con su “Male tears”. Per supportare l’uguaglianza delle persone qualunque sia il loro genere, la razza e la loro classe sociale è di fondamentale importanza far seguire alle parole i fatti (alla lettera: mettere i soldi dove si trova la bocca, per questo si perde il gioco di parole con la frase successiva: “e non mi riferisco allo spazio tra i tuoi denti e il mio palco da spogliarellista”, NdT).

Cosa pensi del sex work? Se il tuo è un femminismo inclusivo avrai la convinzione che ognuno è nato con il diritto di decidere del proprio corpo e del proprio tempo. Questo lo apprezzo davvero e credimi: non hai bisogno di leggere oltre! Ma quelle donne americane che per le loro lezioni di pole dance sentono la necessità di piazzare lo hashtag #notastripper o che ancora pensano che le spogliarelliste sono quelle buffe delle gag di Tina Fey, quelle hanno ancora un sacco di strada da fare, baby.

Era la metà di marzo di quest’anno, il 2017. Stavo entrando nello strip club, primi minuti del mio turno serale del martedì. Mentre scrivo questo sto celebrando il mio ottavo anno in questo club. Scandaglio la folla, cercando di percepire la temperatura e il tipo di accoglienza che potrò aspettarmi. Il pubblico sarà gentile e accogliente? Tirchio e sessista? Invadente e arrogante? Lo scopro interagendo, ma prima attraverso lo studio. Era presto e la folla era sparsa. Alcuni uomini spingevano fettine di lime nelle loro bottiglie di birra, altri facevano tap tap tap sui tasti del videopoker all’angolo. Il barista faceva viaggiare il ghiaccio. Le altre ragazze del turno trotterellano sulle scale verso i camerini, selezionano musica alla postazione del DJ, fanno stretching e si passano le dita tra i capelli. Una donna con un berretto rosa fissa con intenzione verso il palco. Aveva un berretto rosa, ma non uno qualunque. Uno sgargiante, fatto a maglia, con punte da orecchie di gatto che riconoscevo per averlo visto nella storica Marcia delle Donne del 21 gennaio. Era seduta vicino al bar, con la testa appoggiata sul pugno e gli occhi fissi sulla donna nuda che volteggiava in su e in giù.

Di fronte a Berretto Rosa c’era un piatto di pasta mangiato per metà e delle patatine fritte. Il suo drink era vagamente colorato, il ghiaccio solo dei sassolini nel bicchiere – doveva essere là da un bel po’. Due uomini con su dei cappelli impolverati e abiti da lavoro applaudivano rumorosamente e spingevano qualche biglietto di dollari attraverso la parte in metallo che noi chiamiamo “la grata”. Era il mio turno sul palco. “Hey, la tipa Berretto Rosa ti ha passato dei soldi?” sussurrai nei capelli della collega che strusciando su di me lasciava il palcoscenico. Lei ci pensa un attimo e senza alzare gli occhi, per non tradire il mio interrogatorio, mi dice “No, mi ha solo fissata tutto il tempo. Sarà là da due ore.” Grande. Con un bel respiro a cercare pazienza vado verso il palco, nelle mie sneakers da stripper e i miei abiti comodi, gran sorriso per i due appartenenti alla nobiltà che stavano già lanciando banconote verso la grata.

Una volta mi è stato detto: “Perché ti dovrei delle mance? Ho una vagina anch’io!” da una non-cliente donna. Allo stesso modo di “Sono un ginecologo, non devo tirar fuori soldi per vedere passere!” è uno dei comportamenti più insultanti e fuori luogo che riceve chi si occupa di intrattenimento per adulti. “Le spogliarelliste amano le clienti donna, siamo di gran lunga meglio di uomini sudati e volgari” è una di quelle bugie a cui le donne normalmente credono. No, ragazze, non è così. Quando vieni al lavoro per guadagnare, quello che preferisci è gente che in cambio della tua attività è disposta a pagare. Dalle donne ci si aspetta che lavorino gratis nei lavori di cura, e non riesco a immaginare come ci si possa sentire autorizzate a mettere piede in un posto in cui le donne guadagnano solo dale mance e sentirsi autorizzate a dare loro zero per ciò che fanno. Merda, io do al mio barista fino al 50% di mancia, anche se lui mi fa un latte macchiato schifoso il dieci per cento delle volte!

La cultura americana è profondamente intrisa di misoginia, incoraggia lo slut shaming, la puttanofobia e la criminalizzazione della vittima e persone di qualunque genere se ne rendono responsabili. Le donne non odiano meno le sex workers (e non incoraggiano meno gli abusi verso di le stesse) di quanto facciano gli uomini. Nella mia esperienza decennale nel Regno delle Zoccole, uomini e donne d’America hanno trattato di merda le sex worker allo stesso modo. Non c’è molta differenza tra i commenti d’odio che ricevo online, le conversazioni intollerabilmente ignoranti che sono costretta a sostenere in pubblico con sconosciuti, per non dire del gran numero di donne che ho visto perdere contatto con le proprie famiglie a causa del loro lavoro.

Lo hashtag #lestrippermiodianoperché è stato un tentativo di campagna da parte di troll su Twitter per fare luce sugli abusi fisici. Un esempio di questo è stato: “lestrippermiodianoperché non tiro loro soldi ma sassi” oppure “lestrippermiodianoperché le uccido dopo averle stuprate.”

Difendersi da questi abusi ti esaurisce e per fortuna però la risposta forte a questo hashtag arrivò immediata da schiere di stripper e gente comune.

Nel mentre internet rende la vita facile a troll e misogini che vogliano diffondere barzellette che raccontano di abusi su di noi, l’altro lato della moneta (ah, mi raccomando non usate le monete come mancia, a meno che non vi troviate in uno strip club canadese, intesi?) vede il proliferare di profili di sex worker intelligenti e fiere, capaci di raccogliere consensi e dare battaglia contro chi ci vuole ferire. Jacqueline Frances è una di queste ragazze. Questa stripper e cabarettista con base a New York ha ideato una battaglia basata su fumetti, che potete trovare su Instagram. I personaggi di Jacq nella serie “#inquisitivestrippers” tratteggiano il paternalismo e le false preoccupazioni di cui le sex workers sono comunemente fatte oggetto.

“Che cosa ti spinge a farlo?”

 

“Scommetto che guadagni talmente tanto che non hai nemmeno bisogno della mia mancia.”

 

“Come puoi mancare di rispetto al tuo corpo in questo modo?”

 

“Ti rispetto troppo per pagarti.”

 

“Come vuole pagare la seduta oggi?”
“Oh, sono qua solo per fare due chiacchiere”

 

Il messaggio che Jacq invia è sempre dritto al punto: in ogni tipo di realtà le persone usano il loro corpo, le loro emozioni e il loro tempo per procurarsi del denaro.

Comunque, Berretto Rosa se ne stette là per altre tre ore, sorseggiando il suo drink, senza mai lasciare la sua sedia e senza mai dare mance a me e a nessuna delle mie colleghe che ballavano senza sosta. Quel suo cappello rosa calato in testa come fosse una corona a celebrare l’ipocrisia del falso femminismo. Preferisco essere pagata da un camionista sudato e bestemmiatore che rompermi la schiena per niente mentre una donna se ne sta là a guardare. Sono stata molestata e insultata tante volte da donne cis quanto lo sono stata da uomini cis, che è un segnale preoccupante della violenza delle donne su una donna, se consideriamo che le donne sono solo circa un quarto della mia clientela.

“Guarda sempre sopra la tua spalla o nello specchio, quando ti chini” ho detto all’ultima arrivata con gli occhioni spalancati dopo che una tizia del pubblico le aveva infilato un dollaro tra le labbra della vulva. “La gente ti abusa di fronte a tutti perché pensano che sia normale, perché le persone sono cresciute pensando che noi accetteremo la violenza.”

Il DJ si è girato e mi ha dato un’occhiataccia, mi sono girata e gli ho detto “Non sto cercando di spaventarla! Ma lo deve sapere, che c’è gente che entra in questo posto con la precisa intenzione di abusare di te.”

La nuova arrivata ci ha rimuginato sopra un po’, le sue sopracciglia accuratamente disegnate corrucciate allo stesso modo. “Potrei prendermi un’infezione da quel dollaro…”

Secondo molte cosiddette femministe io sarei parte del problema. La mentalità che prevede preoccupazioni per la salute ed il benessere delle donne è in realtà strettamente correlata a un certo tipo di mentalità bigotta e alle sue implicazioni. Sono stufa di sentire da donne facoltose che nella loro vita non hanno mai conosciuto una sex worker “dichiarata”. Mi spiace mettervela giù dura in questo modo, ma Tina Fey e Lena Dunham non sono icone femministe. Si rendono responsabili del perpetuarsi dell’ignoranza piena di disprezzo verso le sex workers, quella che sostiene lo stigma che rafforza la violenza contro le sex workers.

“Maccheccazz. Questo è quello che ho da dire. Non posso c.a.z.z.o crederci. Tutto questo è triste. Il corpo di una donna è un bene prezioso più di un rubino. Vendere te stessa nel sesso tutti i giorni, tutto il tempo: io non arrivo a immaginare le sofferenze spirituali a cui queste donne vanno incontro. Dio, prego per voi. Che possiate redimervi e tirarvi fuori da quel baratro. A dio piacendo.”

 

La bellezza è un prodotto e non tutti possono avere sesso e contatto gratis. Sono una orgogliosa fornitrice di stimolazione e ispirazione sessuale. Contrariamente a certi insulti pieni d’odio, non ho scelto “la via più semplice”. Presentarsi a un centro per l’impiego e stare nel flusso delle cose in America è un copione assai più facile da seguire che sbattersi senza sosta per ottenere mance, eppure nonostante questo mi piace quel che ho scelto. Dovreste rispettare le vere puttane; fare sesso con qualcuno per cui non provi affetto è stressante ed il mercato è competitivo.

Le escort e le mogli di rappresentanza condividono lo stesso modello di business: entrambe offrono contatto e conforto ad un uomo che provvede a dar loro alloggio, cibo e disponibilità di soldi. Per le Sugar Baby è di gran lunga più facile mollare i loro Sugar Daddy che per altre divorziare. E quando ero una civile – intendendo con civile una non-sex worker – ho fatto tanto di quel sesso fatto male che ora so che è molto più di soddisfazione quando ricevo 8 dollari al minuto. La differenza, ancora una volta, la fa quel che scegli.

Lavoro fisico, emotivo, mentale – è tutto lavoro. Il capitalismo e il costo crescente della vita hanno eroso le opportunità di carriera che offrono un’entrata decente, mentre l’intrattenimento per adulti continua ad essere una fonte affidabile di denaro. Quello che dovresti fare è: non gettare merda su donne che hanno scelto di fare quel che tu non faresti.

“Per prima cosa… essere una sex worker sarebbe un lavoro??!?!! Allora è lo stesso per uno spacciatore? Ma tipo c’è qualcuno che metterebbe mai una “carriera” del genere su un curriculum? Bisogna arrangiarsi in qualche modo… ma non lo chiamerei lavoro…”

 

 

Io capisco che può essere facile avere un quadro complessivo molto cupo delle attività per adulti, specie perché c’è abbondanza di titoli ad effetto, storie diffuse di corruzione negli strip club e di loschi giri di trafficking, tutte cose che attirano lettori. Come in ogni altro settore ci sono persone che commettono abusi nascondendosi dietro il paravento della propria attività. Jared, il tipo della catena Subway, usava violenza ai bambini durante le sue vacanze, questo significa che i panini sono intrinsecamente portatori di violenza? No, eppure chi si oppone a certe pratiche usa senza scrupoli atrocità accadute per rinforzare i propri argomenti. Ancora: ci sono storie di corruzione nella scuola pubblica, nella scuola privata, nelle chiese, nei programmi doposcuola, nei centri per le adozioni e negli ospedali! Suppongo dunque che dovremmo sbarazzarci di tutte queste istituzioni completamente. Capite il mio ragionamento? Ho fatto quello che certi bigotti fanno sempre.

 

Tenere il sex work e l’intrattenimento per adulti nell’illegalità fa quello che il Proibizionismo fece per l’alcol; i gangster dominavano le strade e il contrabbando la faceva da padrone. La guerra alla droga non ha portato via la droga dalle nostre vie, ma di certo ha contribuito a imprigionare un paio di generazioni di gente povera, principalmente neri ed ispanici. Allo stesso modo non meno di un terzo della popolazione carceraria femminile ha avuto a che fare con il sex work almeno una volta e le loro storie di reclusione e di recidiva sono in parte riconducibili alla convinzione che c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nel ricevere soldi in cambio di alcuni tipi di contatto. Se volete evitare di spaccare famiglie e pore fine a questo tipo di oppression contro le donne, dovreste tendere una mano e aiutarle a sollevarsi o quantomeno dovreste stare alla larga da loro.

(…) Se volete “aiutare” le pornostar smettete di ripostare porno rubato su Tumblr. Non comprate o supportate porno con stupratori ben noti come James Deen o Chico Wang.

 

Chi lavora nel sex work e nell’intrattenimento per adulti non ne può più di difendere il proprio stile di vita. “Sfruttamento” è una parola pesante da gettare addosso a qualcuno, specie quando le opinioni della “vittima” relativamente alle proprie esperienze vengono completamente trascurate. Se volete aiutare le donne, aiutate quelle che ne hanno veramente bisogno. La vera voce del capitalismo e della mercificazione echeggia nei campi, nelle attività commerciali, nelle cucine. Quanto vi state attivando contro la violenza sulle donne, sapendo che sono molte di più le donne che subiscono violenza nelle loro stesse case, che quelle in uno strip club?

“Si sa come sono gli uomini” è il boccone avvelenato somministrato a molte di noi: fai silenzio e manda giù la tua colpa, puttana. Nemmeno a dirlo alcune delle cose che scrivono sono pura idiozia:

“Voglio solo dire una cosa negative e cioè che nelle foto lei bacia sua figlia. Ma essere una sex worker aumenta le possibilità di beccare certo tipi di virus che sia herpes HIV o epatite e se non ricordo male certi virus e infezioni si passano attraverso i fluidi e quindi è facile diffonderli. Ecco cosa penso.”

 

Per la miseria, amo il mio lavoro. Lavorare in uno strip club è faticoso, a parte spezzarsi la schiena e consumarsi le costole su un palo, sono stufa marcia del paternalismo di certe facce impietosite che arrivano nei loro vestitini da quattro soldi stampati addosso a lanciare occhiate schifate verso me e le mie colleghe. Fateci pace: non vi offende l’idea che stiamo lavorando in un ambiente difficile, siete offese dalla sessualità femminile.

In ultima analisi spero che vorrete esaminare le vostre priorità: il femminismo non c’entra con quel che indossi, ma a a che fare su dove vanno a finire i tuoi soldi. Aiutate le donne che lavorano. Sostenete l’autodeterminazione dei corpi. Tenetevi i vostri simboli rosa di solidarietà femminile lavorata a maglia.

E comunque: siete sempre sicure di essere femministe?

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