La ‘lobby pimp’ all’Amnesty AGM? E’ una calunnia delle abolizioniste

[Articolo in lingua originale qui – traduzione di Baba Yaga]

L’insulto ‘pimp lobby’, lobby di papponi, lanciato nei confronti di chi si batte per una completa decriminalizzazione scredita il movimento delle sex workers. Il report di Frankie Mullin sull’Amnesty UK Annual General Meeting.

Frankie Mullinn è una giornalista freelance che si occupa di questioni sociali con un interesse particolare per le sex work politics.

“The English Collection of Pimps.” Questo è stato l’insulto lanciato contro il piccolo gruppo di donne – tutte sex workers o ex sex-workers,- che stavano aspettando di parlare durante l’Amnesty UK General Annual Meeting (AGM) tenutosi Domenica. Le donne erano lì per difendere il supporto che Amnesty International ha dato alla decriminalizzazione del settore; e di cui i/le loro avversari/e ne richiedono la fine. “The English Collection of Pimps”: una stramba e diffamatoria versione del nome della più antica organizzazione di lavoratori/rici del Regno Unito: The English Collective of Prostitutes. Potrebbe far anche ridere, se non fosse un insulto così infido, dannoso e totalmente prevedibile. La ‘pimp lobby‘ è un mito duro a morire.

Questo particolare tipo di insulto, ‘pimp lobby’, -ma ce ne sono molti altri- è stata una cortesia di Ruth Greenberg, un membro di Rad Fem UK (femministe radicali UK – abolizioniste), che stava parlando in favore di una mozione per chiedere ad Amnesty International di rivalutare la sua posizione circa la prostituzione e di supportare il Nordic Model, modello in cui sono puniti i clienti delle sex workers.

La mozione è stata sconfitta, 65% contro 35%. La richiesta di Amnesty per la decriminalizzazione- che, sostiene Amnesty, offrirebbe ai/lle sex workers migliori protezioni legali e li/e renderebbe meno esposte allo sfruttamento da parte di terzi – è sostenuta da 174 organizzazioni di tutto il mondo, questo non dobbiamo dimenticarlo.

“Amnesty è impegnata nell’assicurare che ogni discussione che si porti avanti circa la decriminalizzazione del sex work si basi sui fatti,” ha dichiarato un* portavoce. “Sfortunatamente, è frequente che i/le sex workers che si impegnano a difendere i loro diritti vengano stigmatizzate come ‘pappon*’ e ridott* al silenzio durante il dibattito pubblico.” Amnesty ha chiesto a Greenberg di ritrattare la sua dichiarazione o di lasciare il podio. Ma le parole di Greenberg ormai erano state pronunciate: definire i/le sex workers ‘pimps’ è il linguaggio attuale del suo gruppo. Nikita, una sex worker Afro-asiatica di Londra di circa venti anni, era incaricata di parlare subito dopo essere stata etichettata come una ‘pappona’. Tremava.

“Ci hanno dato solo tre minuti e non vorrei portare il discorso troppo lontato, parlandovi di come io sia stata abusata e sfruttata da un pappone quando ero più giovane, ” ha detto. “È stato raccapricciante, troppo doloroso. L’accusa che la mia presenza all’AGM per lottare per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, indicasse che io sia una di quelle persone che sfruttano i/le lavoratori/rici mi ha profondamente offesa. Ero quasi in lacrime.”

Tra tanta ostilità, Nikita ha inoltre visto la sua presenza cancellata da una oratrice (bianca) che stava difendendo la mozione.

“Sono mie sorelle e le amo,” diceva l’oratrice, prima di dichiarare alla sala che “non avrebbero visto nessuna donna di colore sul palco a lottare contro la mozione” per criminalizzare ulteriormente l’industria del sesso.

“Questo è equivalso a ignorare direttamente la mia presenza sul palco avvenuta solo qualche minuto prima – e il mio disgusto verso l’uso della razza per negare i diritti di chi lavora e per mascherare il razzismo presente nello stesso Nordic Model,” ha dichiarato Nikita. “Il suo errore non si è neanche palesato sul suo volto.”

Oltre alla cecità selettiva, la fantasia è rigogliosa. Questo è il motivo per cui il mito della ‘pimp lobby’ è molto più che una divertente ossessione dei/lle abolizionist*. Indica fino a che punto il loro punto di vista sia scollegato dalla realtà, e di quanto. La ‘pimp lobby’ – una teoria cospirazionista dove supposti papponi sarebbero alle spalle del movimento per la decriminalizzazione- cancella la realtà dei/lle sex workers. Nessun comunità di attivisti è libera da personaggi problematici, ma questa non è una ragione per cancellare un movimento mondiale e decenni di storia.

Lo scorso fine settimana è stata la versione in miniatura di un fenomeno globale. Quando le sex workers sono salite sul podio e hanno rivelato di essere delle sopravvissute, Dr. Anna Cleaves – una accademica del no-sex work- ha informato le persone presenti in sala che quelle erano “delle sopravvissute non autentiche”; ugualmente, nel dibattito mondiale sul sex work, coloro che si battono per la decriminalizzazione sono derise come “puttane felici”. Quando una proponente del Modello Nordico presente all’evento ha equiparato il sex work con lo “stuprare un animale” – il suo ragionamento era il seguente: poiché né gli animali, né i/le sex workers hanno alcuna agency, non possono esprimere consenso- rifletteva proprio quel modo di fare in cui a chi lavora viene ripetutamente detto che la rivendicazione circa il consenso è irrilevante perché avviene uno scambio di denaro.

A questi atteggiamenti è data piena considerazione mediatica: sul The Guardian, Kat Banyard ha ridotto un progetto di ricerca di Amnesty durato due anni a un ‘pimp party’; vedi Julie Bindel, preparatevi al suo prossimo libro. Nel 2014, quando MEP Mary Honeyball ha presentato una proposta di legge al Parlamento Europeo in favore del Modello Nordico, non ha riportato nemmeno una delle 450 organizzazioni che si sono opposte alla sua proposta, in quanto “organizzazioni di papponi”.

Recentemente, le creatrici del mito della ‘pimp lobby’ sono state redarguite. Lo scorso Dicembre, la National Ugly Mugs, una organizzazione di volontariato supportata dal Home Office che invia allerte per la sicurezza a migliaia di sex workers, ha minacciato una denuncia dopo che la Nordic Model Now ha inviato una lettera aperta alla segreteria del Home Office dichiarando che l’organizzazione avesse “stretti legami con i papponi”. Nordic Model Now ha dovuto ritrattare la sua accusa.

Quando qualcuno del movimento abolizionista tocca il pulsante pimp lobby, ciò che viene in realtà sostenuto è che non si crede ai/lle sex workers. Non si crede che i/le sex workers possano essere così organizzate, non si crede che possano essere così unite, non si crede che chi fa parte del settore possa essere abbastanza svegli* per capirne di misoginia, razzismo o di quanto queste discriminazioni giochino un ruolo all’interno del settore stesso.

È un modo pulito per screditare qualsiasi movimento di lavoratori/rici. Si sostiene che i/le lavoratori/rici siano burattini, sotto la direzione dei padroni, e così si può anche ignorare quello che dichiarano. Eppure, sarebbe stato così facile fare queste accuse, mi chiedo, se il movimento dei/lle sex workers non fosse stato composto per la stragrande maggioranza da donne?

Amnesty UK ha ragione nel rifiutare la mozione del Modello Nordico, con il suo linguaggio offensivo che definisce il sex work come un modo di “comprare donne” e la sua totale assenza di supporto da parte dei/lle sex workers. L’Irlanda del Nord ha criminalizzato il sesso a pagamento nel 2015, nonostante il Dipartimento di Giustizia avesse commissionato una ricerca e riscontrato che solo il 2% dei/lle lavoratori/rici nel mercato locale fossero a favore della legge.

Le sex workers presenti all’Amnesty AGM fanno parte dell’ECP, della Sex Worker Open University e di Scot-Pep, tutte organizzazioni guidate da sex workers ed ex sex workers, tutte con budget bassissimi, tutte impegnate nel salvare vite umane. Descriverle come “pappone” va oltre la mala fede. È un tentativo viziato e disperato di negare l’esperienza di vita dei/lle sex workers, persino quando queste sono pienamente visibili. L’autore ha provato a contattare Ruth Greenberg attraverso Rad Fam UK ma, al momento della pubblicazione, non abbiamo ancora ricevuto risposta.

Ps: Il femminismo radicale UK o USA ha un’altra storia rispetto a quello italiano, per cui la definizione va contestualizzata in quei luoghi. In Italia le Rad Fem si sono appropriate del termine legandolo alla storia abolizioniste delle inglesi e americane, o svedesi, e usurpando la storia di femministe radicali italiane che di abolizionismo non parlano affatto.

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