#SessismoNeiMovimenti: io l’infame e lui il povero compagno in difficoltà!

Lei scrive:

“Tempo fa ho divulgato uno messaggio per denunciare quello che mi era successo. Diverse sono state le reazioni per aver fatto circolare questo scritto nei vari spazi del movimento della mia città: molti si sono dimostrati fortemente solidali, altri hanno preferito l’accoglienza ad un povero compagno in difficoltà, altri non hanno gradito l’aver resa pubblica questa storia e altri ancora non mi salutano considerandomi un’infame. Ma in generale il clima di biasimo nei suoi confronti fa sì che non si faccia vedere più molto in giro e comunque non si è più assolutamente palesato con me. Io, “una scombinata”, ho fatto cadere nel fango l’effimera immagine di compagno integerrimo che si era costruito.

Ora posso parlarne al passato, ma il percorso che mi ha portato a riappropriarmi della mia serenità è stato piuttosto doloroso: ho attraversato un processo pubblico, in cui giudici, avvocati, solidali o meno, sono le stesse persone che incontro ogni giorno. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma non ho avuto molta scelta: doveva smetterla. E alla fine penso sia stata la scelta più funzionale, anche più di una denuncia formale, che in molti ambiti di movimento è ancora considerata riprovevole e infamante. Grazie anche a tutti quelli che questa storia se la sono vissuta sulla pelle, in primis il mio attuale compagno, e che non hanno esitato ad appoggiarmi. Grazie dell’ascolto.”

>>>^^^<<<

“TI ROMPERO’ IL CAZZO COME E DOVE VOGLIO E CHIUNQUE VERRA’ A DIFENDERTI SARA’ UN UOMO MORTO”

C’è un tipo di violenza che non lascia lividi.
Quella violenza che si perpetra in modo meno eclatante, ma con costanza e pervicacia.
Una violenza fatta di messaggi. In gran numero. Con ogni mezzo. Di ogni tenore.
Una violenza fatta di insulti e sputi.
Di minacce ai tuoi affetti.
Di aggressioni.
In luoghi pubblici e in spazi sociali.
Di diffamazione e calunnia.
Una violenza che diventa padrona del tuo tempo e dei tuoi stati d’animo.
Violenza del sentirsi preda di un’ossessione.
Che vuole colpire te e chiunque ti stia vicino.
La violenza della presenza costante.
La violenza del farti sentire il suo potere.
La violenza dell’essere fissata con sfida. Con odio. Con furore.
Violenza che si rigenera e non si placa.
Generando un senso di angoscia, di svilimento, di rabbia e anche di paura.

La violenza del vedere la tua vita messa in piazza.
Di dover difendere le tue debolezze e le tue scelte, perché sono parti di te e non colpe da espiare.
E hai già molto da fare a vedertela con te stessa.
La violenza del “te lo sei andata a cercare” e del giudizio sociale.

Perché c’è una persona che vuole distruggerti la vita.
Vuole che tu non abbia più relazioni, che tu non frequenti posti e situazioni e ancora meglio che tu lasci la tua città.
E con disonore.

Questa violenza ha la dignità di un nome tutto suo.

E si è realizzata sia in ambiti privati, che in spazi sociali o in momenti di piazza, in cui si prende pubblicamente posizione contro soprusi di stato, fascismo e discriminazione.

Ed è frutto di un disagio personale, ma non solo.
Di un disagio accreditato da una mentalità machista e autoritaria.
Da cui nessuna realtà sociale risulta immune.
La stessa mentalità che ti sfida ad andare in un vicolo a risolvere questioni che non hanno nessuna ragione d’essere.
O che ti taccia d’infamia pubblicamente per aver dovuto chiamare il 112 , per salvaguardare la tua incolumità.
Una mentalità che sfida un uomo a difendere la sua donna in un duello d’onore.

Diverse sono state le reazioni in questi mesi.
Dal “poverino, è da aiutare”.
Al “una volta vai tu, una volta va lui”.
Dal non capire la serietà della situazione.
Ma anche grande solidarietà e consapevolezza che questa non è solo una questione privata.
Non è una disputa sentimentale in cui parteggiare tra chi ti sta più simpatico o più amico o è più interno ai tuoi percorsi di lotta.
Ma è una contraddizione da gestire anche collettivamente.

Diverse sono state in questi mesi le soluzioni cercate, le parole sprecate, la pazienza mantenuta, le ultime possibilità concesse.
E anche i tanti passi fatti per tutelare la mia serenità.
Ma tutto risulta parziale e inefficace se la presa di posizione non è univoca e intransigente nel non tollerare chi pratica certi comportamenti.
E quindi nell’impedire che avvengano ulteriori episodi.

Non è mio interesse la vendetta o lo screditamento pubblico di una persona.

Ma continuerò a fare tutto il necessario per preservare la mia libertà, i miei affetti e la mia dignità.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: