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Nonostante una certa retorica, i progetti sociali per le sex workers risultano deludenti

di Laura Agustin, 23 settembre 2013, in The Naked Anthropologist (Qui il pezzo in lingua inglese – traduzione di Lisa)

I progetti nel sociale, che partano dal mondo del volontariato o dalle istituzioni, si basano sull’assunto che le persone con problemi possano essere aiutate da estranei che erogano servizi in grado di facilitare la loro situazione. Nell’iconografia dei siti web di progetti sociali predominano le mani: mani che si tengono l’una con l’altra, pile di mani, mani di differente forma e colore. Presumibilmente, tutte queste mani simboleggiano sempre gli stessi concetti: lavoro di gruppo, mutualismo, assenza di gerarchie, uguaglianza. Ma in che modo i molti progetti sociali destinati alle sex worker riflettono questi valori? Prendiamo questo trafiletto di cronaca da Los Angeles:

GIRO DI VITE SULLA PROSTITUZIONE MINORILE

Il distretto di Los Angeles richiede un inasprimento delle leggi, mentre gli operatori che lavorano con le prostitute più giovani lottano per toglierle dalla strada. “Una bambina non può per definizione dare il proprio consenso”, afferma Mark Ridley-Thomas, membro della Los Angeles County Board of Supervisors. Secondo [il capo detective Bill] McSweeney, a volte sono i deputati stessi a caricare in macchina le prostitute minorenni e a portarle ai servizi sociali. Anche se, spesso, queste ragazzine finiscono in qualche casa famiglia dalla quale scapperanno il giorno seguente per essere di ritorno in strada entro sera. È un gatto che si morde la coda, un sistema che può e deve essere perfezionato.

Il rifiuto delle offerte di aiuto da parte delle sex worker di ogni età è un fenomeno ben noto, eppure i tentativi di mettere in discussione le modalità di soccorso alle persone che vendono servizi sessuali non vengono visti di buon occhio. Si dice che chi sta almeno provando a fare del suo meglio merita stima e che non si può avere la perfezione. Ad ogni modo, non si tratta di persone che lavorano nell’esercito o in qualche grossa banca, sono persone coinvolte nel sociale, a loro almeno interessa. Ma per la maggior parte delle persone che lavorano nel sociale, il lavoro è solo un lavoro. Non vedono se stessi come dei santi, ma apprezzano la sicurezza e la considerazione associati al proprio lavoro e, senza dubbio, preferiscono pensare che ciò che fanno è utile e importante. Consideriamo ora un altro articolo dal Texas:

Conceptual symbol of multiracial human hands making a circle on white background with a copy space in the middle

SEMINARIO A PARIGI SUL TRAFFICO DI MINORI RIVOLTO AGLI OPERATORI DI PRIMO INTERVENTO

“Se vi capitasse di imbattervi in un minore coinvolto nella tratta, voi lo immaginereste sicuramente prendere parola per chiedervi aiuto… Eppure le cose non vanno così”, afferma il Direttore Regionale per le Emergenze Mediche Doug LaMendola. “Perché quei minori sono stati così tanto mentalmente riprogrammati alla remissività da non essere in grado di farlo”.

Deve essere frustrante quando un’offerta di aiuto non viene accettata, ma inventare ragioni che richiamano la psicologia rimane solo un espediente per evitare di chiedersi se invece non potrebbero essere i progetti sociali a dover essere migliorati. Alcune delle “scuse psicologiche” usate per spiegarsi il fenomeno delle donne che vendono servizi sessuali sono il brainwashing, la Sindrome di Stoccolma e il cosiddetto acting out [tenere di proposito cattivi comportamenti a causa di particolari emozioni o fantasie inconsce]. Ma proseguiamo con un articolo da Chicago:

CHI SONO LE VITTIME DELLA TRATTA?

In un venerdì mattina di poco tempo fa, dentro a un’aula affollata da far mancare l’aria nella prigione di Cook County a Chicago, alcune donne hanno condiviso le loro storie durante l’assemblea di un gruppo chiamato Prostitute Anonime. A Cook County, in genere, le donne che accettano di essere aiutate ottengono di non venire incriminate per il reato di prostituzione; sebbene spesso debbano scontare le pene per altri reati, dall’abuso di droghe a schiamazzi e molestie in luogo pubblico.

Obbligare la gente a partecipare ai propri programmi è davvero il punto in cui il lavoro nel sociale tocca il fondo.

La diffusa idea secondo cui è impossibile cambiare le vite di quanti hanno bisogno di aiuto se non sono loro stessi a volerlo, ci rivela un presupposto fondamentale: che coloro i quali sono nella posizione di offrire aiuto, per definizione, sanno quali sono i bisogni di tutti. Ma che cosa succede se la persona da aiutare non condivide la visione del suo soccorritore? Semplice, che il tentativo di aiuto fallisce, come del resto accade nella maggior parte dei casi dei programmi di soccorso alle sex worker più comuni e di più vecchia data in tutto il mondo, come per esempio Exit Strategies, Diversion Programs e Rehabilitation. Ecco un ultimo articolo dallo stato dell’Oklahoma:

Quanti operatori sociali servono per cambiare la lampadina? Uno. Ma la lampadina deve VOLER essere cambiata.

 

LE PROSTITUTE ADOLESCENTI LASCIANO I RIFUGI PER TORNARE ALLA VITA DI STRADA

“Lei è in custodia cautelare e non vuole accettare nessuna forma di aiuto”, dice Woodward. “Non ci sono dati che possano far pensare a storie di droga. Quella era la vita che lei preferiva. Impossibile dire quanti soldi fosse in grado di fare”. Secondo Woodward, la ragazza viene da una famiglia turbolenta nella zona di Tulsa. “La sua famiglia non le piace, e non ha voluto che noi la contattassimo”.

La maggior parte delle donne e dei / delle giovani che vendono servizi sessuali, semplicemente, non sono attratti né da alternative occupazionali retribuite miseramente, né da case famiglie che non siano in grado di garantire almeno in una certa misura flessibilità, autonomia, la possibilità di svagarsi e qualche contatto con la vecchia vita di strada. Gli operatori nel sociale indicheranno sempre come esempio le persone che hanno accettato e apprezzato queste forme di aiuto, ma i media mainstream forniscono settimanalmente esempi di fallimento. Ciò ci mostra che il rifiuto più significativo arriva proprio da chi lavora nel sociale, laddove il non voler credere a ciò che le persone da aiutare dicono di aver bisogno determina che la situazione delle sex worker rimanga la stessa, nonostante la perenne iconografia delle strette di mano e la retorica sulla necessità di aiutarle.

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