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Il Privilegio d’essere uomo ed etero

Considerazioni mattutine comprando un libro di Cinzia Arruzza

di Inchiostro 

Spesso, riferendosi ai privilegi, si pensa a degli agi derivanti da possibilità economiche, o a condizione di classe; spesso li si interpreta come qualcosa di desiderato o, comunque, per il raggiungimento dei quali bisogna intraprendere delle azioni attive.
Non si pensa mai, in riferimento ad un quadro più ampio, ad aspetti in cui magari i soggetti non sempre hanno una partecipazione diretta.
Invece c’è una zona di privilegio che non si riferisce a qualità acquisite, bensì a qualità innate.

Non si pensa mai al fatto che nascere maschio, maschio etero, nella società contemporanea costituisce ancora un privilegio.
Qualcuno potrà storcere il naso, chiedere ironicamente in cosa stia questo agio e io credo che possa domandare una cosa simile solamente perché non ha mai osservato il contesto col quale si relaziona.

C’è una lunga lista di privilegi silenziosi che, spesso, vengono taciuti o ignorati.
Ad esempio, l’ansia derivata dal proprio agire: per quanto la morale sia una cosa che investe tutti in modo trasversale, chiunque riesca a fare mente locale per trenta secondi può ricordarsi almeno una circostanza in cui una sua amica era preoccupata, nel percepito maschile immotivatamente, per ciò che altri potessero pensare rispetto determinate azioni, determinati vestiti. Questo aspetto lo si può derubricare dicendo che tutte le donne sono ansiose – scadendo nel sessismo – oppure si può considerare il fatto che una donna ha costantemente gli occhi addosso, che basta un pantaloncino troppo corto per essere chiamata troia, una promozione in età troppo giovane per non vedersi riconosciuti meriti, che a volte basta solo essere belle per essere considerate stupide, o giudicate in base all’aspetto esteriore e non per ciò che effettivamente si sta dicendo. Queste sono tutte azioni giudicanti provenienti dall’ambiente esterno, e sono azioni che il maschio non subisce o, se le subisce, non è una cosa che accade quotidianamente, a tutte le ore, in trasmissioni televisive, in articoli di giornale, in trasmissioni radio, per la strada, ai colloqui di lavoro, a scuola, all’università. E questo è un privilegio.

Proseguendo, si può dire che un uomo viene sempre ascoltato o preso in considerazione quando prende la parola. Siamo ancora una società patriarcale e in tutti i gruppi, a tutti i livelli, sono gli uomini a guidare: a chiunque sia mai capitato di frequentare assemblee plenarie e collettivi, risulterà subito limpido come l’aria che sono gli uomini ad avere la parola e il potere decisionale nella maggior parte delle occasioni, e le donne debbano faticare il triplo anche solo per farsi ascoltare.
In situazioni di dibattito e proposizione di iniziative, che sia il CdA di un’azienda o un’assemblea di condominio, un uomo non subirà mai un mansplaining. Una donna sì. E questo è un privilegio.

Sui diritti degli omosessuali, invece, quante volte si sente dire che vivano la loro vita, se voglio vivere così davvero. Il punto, però, è che questa frase viene pronunciata da chi non è mai stato chiamato frocio, magari, o non ha mai provocato risatine di scherno al suo passaggio, o non ha mai dovuto sentirsi a disagio se in pubblico baciava il proprio compagno o la propria compagna. E’ una frase che viene pronunciata da chi vive una sessualità normata, accettata dalla società e che quindi agisce e si muove in una totale comfort zone. Nessuno dice che le coppie eterosessuali sono contro natura, foraggiate dalle lobby, che sono agenti di satana e rappresentazione del maligno. Lo dicono, invece, dei gay e delle lesbiche. E, anche qui, dire che la questione dei diritti omosessuali è meno importante di altre, è non rendersi conto che lo si può dire se e solo se si parte da una condizione in cui la propria esistenza è socialmente accettata, e quindi si possono investire tutte le proprie energie nel raggiungimento esclusivo di altri obiettivi. Chi invece deve scontrarsi con una società civile che, ancora, non ne accetta la piena esistenza, pur avendo lo stesso comune obiettivo, ha necessità e diritto di impiegare le proprie energie anche in altre battaglie. Battaglie che richiederebbero più supporto di quanto non ne abbiano effettivamente.
Perché, a tutti gli effetti, è un privilegio il non essere socialmente accettati solo per le proprie idee politiche, che alla peggio possono essere taciute, anziché per una cosa innata, per una qualità che non si è scelto d’avere e che non si può reprimere, o tacere.

Rendersi conto d’essere privilegiati, però, non deve tradursi in un mea culpa e in un cospargersi il capo di cenere. Non si può essere colpevoli di qualcosa che, comunque, non si è scelto né di essere, né di avere – si pùò scegliere di mantenerlo, ma quella è un’altra questione. O si può fare di una non scelta una colpa, ma anche questa è un’altra questione -.
Riconoscere di possedere una condizione di privilegio rispetto agli altri soggetti deve, o dovrebbe, portare ad una maggiore sensibilizzazione riguardo certi temi, allo sforzarsi di capire perché certi disagi vengono percepiti solo da certe categorie e all’interrogarsi su come appianare le differenze che provocano quei disagi.
Anziché dire che certi temi sono meno importanti di altri, sarebbe necessario chiedersi come mai li si percepisce meno importanti e cercare di capire se è effettivamente così, o se li si percepisce in questo modo perché non si vive lo stesso disagio.

Ne sparo una grossa, ma io credo che l’intersezionalismo diventa veramente utile quando si riesce a commistionarsi e a venirsi incontro nelle lotte, facendo di tutte le lotte un unico grande fronte.
Non è nel riconoscere le varie criticità e nel dargli dei valori di importanza diversi su scala globale che si deve tradurre l’intersezionalismo.
Il punto è che, affinché tutto funzioni, è necessario partire dal sé e dal grado del proprio privilegio, per riuscire quantomeno a capire come mai, in certi casi, si reputano superflue, procrastinabili, alcune lotte e capire che in realtà non lo sono.
Che sono invece la base, una base senza la quale non ci potrà mai essere una struttura.
Questo, ovviamente, se si sta combattendo per abbattere il potere, e non per prenderlo.
Ma anche questa è un’altra questione.

Un grazie a Mauro, che ha ispirato il tutto mentre mi vendeva “Le relazioni pericolose” di Cinzia Arruzza.
Nel caso, è colpa sua.

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Comments

  1. sono abbastanza d’accordo con lo scritto.
    ma il motivo di questo post è un altro ed è simpatico: volevo dire ad Eretica che nella vita REALE
    cioè in carne ed ossa, ho trovato una donna che segue questo blog!
    Come ho fatto ? Semplice, ha messo un like sulla sua pagina FB e da lì sono risalito,
    visto che è tra i miei contatti affezionati , ed
    è una persona molto simpatica e vivace. speriamo in una lunghissima amicizia. 🙂
    come vedi Eretica, i tuoi lettori on line si incontrano anche nella vita reale!
    ciao

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