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Le Indomabili – Storie di donne rivoluzionarie

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Ho sempre odiato scrivere recensioni, o comunque valutare il lavoro d’altri, analizzarlo, scomporlo, giudicarlo. Anzitutto perché non me ne reputo capace, in seconda battuta perché lo trovo un po’ ingiusto: alla fine, per quanto uno possa essere oggettivo, dà sempre un parere filtrato dal proprio gusto personale, e quindi parziale di un qualcosa che è di certo più ampio.

Per questo motivo non farò una recensione canonica, quanto un racconto, dal momento che credo anche impossibile scrivere un saggio – breve o lungo che sia – su un saggio. O, se non impossibile, tautologico, ma ammetto sia questione di punti di vista.

Ciò detto, ho avuto tra le mani per la prima volta Le Indomabili – Storie di donne rivoluzionarie perché un mio caro amico mi ha fatto il favore di regalarmelo. All’inizio, ammetto, mi aspettavo l’ennesimo libro – barra – iniziativa commerciale su personalità ribelli di svariato tipo, senza una linea ben definita, una di quelle accozzaglie dove i termini ribelle e ribellione sono un po’ falsamente ripuliti del loro significato originale – quello stirneriano, nella mia opinione personale – e trasformati in qualcosa che, al contrario, è al massimo accomunabile alla trasgressione.
Quello che però ho iniziato a leggere è un saggio in cui la ribellione è quella originaria, di rottura nei confronti di un ordine costituito, di evasione da una dinamica di potere, evasione molto spesso violenta e che, per molte delle donne raccontate in queste pagine, ha significato la morte. In seconda battuta, ho scoperto che le donne raccontate in quest’opera sono state e, alcune, sono combattenti che non hanno mai ritrattato, rinnegato le loro convinzioni o in nessun altro modo sono ritornate sui loro passi. In questo libro si raccontano persone che avevano un’idea, e che per quell’idea hanno dato e, come nel caso di Hedy Epstein, continuano a dare tutto.
La terza caratteristica, forse la più entusiasmante e accattivante del libro, è il fatto che non tutte le storie sono conosciute, o diffuse. E, quindi, accanto a Ulrike Meinhof, possiamo trovare Pedro, che all’anagrafe si chiamava Petra Herrera e, in un’epoca in cui la guerra era ancora considerata una cosa prettamente maschile, si finse uomo per poter combattere la rivoluzione messicana al fianco di Emiliano Zapata e Pancho Villa. O, per chi non la conosce, Monika Ertl, una figura alla quale sono personalmente affezionato – di cui non vi racconto cosa fece, perché è bello lo scopriate per conto vostro – e sono stato felice che qualcuno, finalmente, la inserisse all’interno di un saggio.

Ma la cosa bella di questo scritto è che non si ferma solo qui, ma a mio parere va oltre. Perché la forza di questo libro, che alcuni potrebbero reputare una debolezza, è che a scriverlo non è una persona inserita nella questione femminista e me ne sono reso conto alle presentazioni dal vivo, quando l’autore, Davide Steccanella, ha parlato del suo lavoro.
Se andrete alle presentazioni, non aspettatevi una persona con proprietà di lessico, anzi aspettatevi magari qualche strafalcione, qualche uscita che potrà farvi storcere il naso. E, giunti qui, so che vi state domandando e quindi perché questo Steccanella ha scritto un saggio simile? Cosa ci azzecca con queste questioni, se non le padroneggia?
Come avrete modo di apprendere, se andrete a qualche presentazione dal vivo, l’autore è partito da una domanda semplice, ossia dove fossero le donne durante le ribellioni che hanno riguardato la storia, per scoprire in seguito che c’erano ed erano tantissime – tantissime da quando le grandi battaglie campali per interessi statali sono state affiancate dalle lotte popolari di ribellione nei confronti del potere – e, catturato da questa scoperta, ha deciso di raccontare alcune delle storie che stava man mano recuperando. Con una condizione, però: che nel suo libro venissero inserite solo figure che non hanno rinnegato, ritrattato le loro posizioni. E’ quindi un’opera che nasce da una sincera scoperta, piuttosto che da un intento pregresso. E, per quello che è il mio parere, ne scaturisce un racconto di donne ribelli ed emancipate, che è azione diversa dal cercare di dimostrare l’emancipazione della donna, perché se la seconda è un’azione giustificativa di una tesi, la prima pone davanti ad un fatto innegabile, ad un fatto compiuto e che, proprio perché privo di analisi, risulta quanto più oggettivo possibile.
Quelli che vengono rappresentati in queste pagine sono racconti puri, per così dire, nel senso che non sono pre-indirizzati e questa cosa rende la narrazione leggera, scorrevole, probabilmente anche ingenua a tratti. Ma potentissima, secondo me, perché a rimanere è solamente il nudo fatto, privo di interpretazioni e sovrastrutture: figure femminili che hanno deciso di ribellarsi e che per questa ribellione hanno dato qualunque cosa. Ed è potente, questo narrare senza preconcetti, perché è sul nudo fatto che, in seguito, bisogna produrre delle analisi, mentre sarebbe falsato il contrario, ossia se fossero fatti già analizzati.
Perché magari alcune cose sarebbero state omesse, o taciute. Invece qui dentro c’è tutto e c’è per come è avvenuto.

Io trovo ci fosse bisogno di un libro del genere, perché sono stanco della retorica del diamo voce anche alle donne. Non perché sia sbagliato, quanto perché le donne hanno sempre avuto voce, ma la storia le ha cancellate, come ha cancellato molti, se non tutti i ribelli che hanno contribuito a costruirla.
E questo libro è un piccolo tesoro perché dimostra, appunto, che le donne la voce l’hanno sempre avuta, e anche grossissima. E, soprattutto, non dà voce a chicchessia. Perché, siamo sinceri, dare voce a qualcuno o a qualcosa è sempre una concessione calata dall’alto, che pone il soggetto in uno stato d’inferiorità e rimarca fondamentalmente una differenza.
Questo libro, avesse avuto l’intento di dare voce alle donne, sarebbe stato paternalista, e di conseguenza carta straccia.
E invece dimostra in maniera incontrovertibile che le donne nella storia ci sono da sempre, senza che nessuno gliene debba dare atto o concessione.
Dimostra in maniera oggettiva, senza doversi affannare per farlo, che le figure femminili hanno fatto la storia tanto e quanto quelle maschili.
In barba un po’ a tutti, soprattutto coloro che le reputano sesso debole, o caselle vuote da inserire nelle quote rosa. Penso ad Angela Davis, che di fronte alle quote rosa, probabilmente, si farebbe una risata. Una persona, in linea con le altre del libro, che disse che la rivoluzione è una cosa seria e quando ci si impegna nella lotta dev’essere per tutta la vita.
In conclusione, quello che mi rimane da dire è questo: credo che un saggio di questo tipo non possa mancare in nessuna libreria, specialmente quella di chi sta da una determinata parte e si batte per determinate cose.

Le Indomabili – Storie di donne rivoluzionarie, Davide Steccanella, PaginaUno Edizioni, 2016.

Post Scriptum a margine dell’autore

Non so perché, ma come tutte le volte che mi capita di scrivere di donne, non posso non dedicare un pensiero a Carmen Mondragon, in arte Nahui Olìn. Una donna che nella Storia, quella con la S maiuscola, c’è stata immersa fino alle ossa, e che dalla storia è stata dimenticata.
Una donna che ho incontrato, ovviamente per caso e ovviamente in un libro, ormai dodici anni fa, quando ero praticamente un bambino, e che non ho più abbandonato. Forse colei che rappresenta al meglio la mia personalissima idea di amore, la cui storia mi ha insegnato per la prima volta, e in modo incontrovertibile, quello che ho scritto poco sopra: che le donne hanno sempre avuto voce, e quando nessuno gliela dava se la sono presa da sole. E che il paternalismo e il sessismo risiedono in molte cose, banalmente anche solo pensare che abbiano bisogno d’aiuto per stare sulle barricate.

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