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Il femminismo della sofferenza

 

di Fabrizia Bonechi

Dunque, diciamo le cose come stanno. Di sigle per identificare le varie correnti di pensiero femminista ne abbiamo tante, troppe. Ma, alla fine, come ha detto Yasmin Nair, il femminismo è un’ idea sola: radicale, incisiva, orizzontale, oltre generi, sessi, etnie, contro un sistema profondamente iniquo e opprimente. Poi, parafrasando Malatesta, ognun* è femminista a modo suo. Nel senso che esistono tanti modi di esserlo quante sono le persone che si proclamano tali. Perché parliamo di un’ idea in comune ma anche di prassi individuale, dei soggetti. Non di un diktat di partito.

Alt! Eh no, questo non è vero. Non per il femminismo della differenza. Quale? Quella biologica tra i sessi. E grazie al caz..Ah no, quello mai. È l’utero della “sacra madre” che devi ringraziare se sei al mondo, e solo quello; le sementi non hanno alcun rilievo. Che tanto si possono acquistare nelle apposite banche. Per questo motivo certi malefici gay invidiosi dell’utero vogliono far sparire le madri.

Ma non è mercificazione della vita anche quella? Ma no, è un outlet di accessori per madri, nulla di più. La pensi esattamente così anche tu? Bene, la tessera punti fedeltà al “vero e unico femminismo” è tua. Hai diritto ad un bonus per applaudire e incensare le tue guru di riferimento. Sei di diverso avviso? Taci e guai a te se critichi. Perché la squadra fortissima ti blocca tutto.

La digestione, l’account Facebook, il respiro. Perché per loro fai parte di quella schiera immonda di pilf. E lì mi sono persa. Pilf? “Pimp inclusive lib (?) fem..”. Davanti a quel “pimp” ho un fremito: Willie the pimp, meraviglioso brano di Frank Zappa, con la collaborazione di Captain Beefheart, dal magnifico album Hot rats, del 1969. E la mente divaga, persa nel mitico assolo di quel fantastico concerto del 1982, ma anche quello del 1987..Alt. Pimp come inclusive dei papponi. Non dei/lle sex workers autonom* che chiedono rispetto e ascolto. Ed è lì che soffro di nuovo, davanti a cotanta ottusità e superficialità. Ma non sono la sola. Spunta una geniale “sorella”, che come me patisce l’arroganza autoritaria di questo partito, definendolo “femminismo della sofferenza”. La nostra. Ma io non soffro mai in silenzio.

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