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Thordis Elva e Tom Stranger: “La nostra storia di stupro e riconciliazione”

 

Dopo aver pubblicato una doppia intervista per spiegare quel che è stato raccontato su Ted, nel corso di un talk in cui stupratore e stuprata hanno parlato di quello che era successo, ci è stato chiesto di tradurre il contenuto del titolo e Beatrice Toniolo l’ha fatto. In basso trovate gli interventi che corrispondono a quello che hanno detto nel video che vedete in testa al post. Buon ascolto e buona lettura!

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La nostra storia di stupro e riconciliazione

Thordis Elva -TE

Tom Stranger – TS

TS- Nel 1996, quando avevo 18 anni, ho avuto la possibilità di andare a studiare all’estero. Mi piacciono i climi freddi ed ero veramente emozionato mentre salutavo i miei parenti, prima di salire sul volo per l’Islanda. Qui sono stato accolto da una fantastica famiglia islandese; mi hanno portato a fare escursioni , mi hanno insegnato i costumi locali e mi hanno aiutato con la lingua. Naturalmente, avevo nostalgia di casa. Dopo scuola andavo a fare snowboard e dormivo un sacco. Le lezioni di chimica in una lingua sconosciuta sono ottimi sonniferi.

(pubblico ride)

I professori mi proposero di unirmi alla compagnia teatrale della scuola. Ho scoperto che non mi piace recitare, però tramite quest’esperienza ho conosciuto Thordis. La nostra storia d’amore adolescenziale è stata molto romantica… a pranzo ci tenevamo per mano, passeggiavamo per il centro di Reykjavik. Ho conosciuto la sua famiglia e le ho presentato i miei amici. Stavamo insieme da un mese quando la scuola organizzò una festa, un ballo di Natale.

TE- Avevo 16 anni e quello era il mio primo amore. Andare insieme al ballo di Natale era un po’ come dare una conferma ufficiale della nostra relazione. Non ero più una bambina, mi sentivo una donna. Inebriata da questa idea, ho bevuto del rum per la prima volta quella notte ed è stata una pessima idea. Sono stata male subito, tra mancamenti e conati di vomito. Gli addetti alla sicurezza volevano chiamare un’ambulanza, ma Tom si è comportato da vero cavaliere e li ha rassicurati, dicendo che mi avrebbe portata lui a casa. Proprio come succede nelle favole, queste braccia forti che mi accomodavano al sicuro, nel mio letto. Ma la gratitudine provata fino a quel momento, presto si è trasformata in orrore, mentre mi spogliava e si metteva sopra di me. Ero tornata lucida, ma il mio corpo era troppo debole per reagire ed il dolore era allucinante… pensavo mi stessero tagliando in due… per non perdere la ragione, ho contato i secondi sulla sveglia accanto al letto. Da quella notte so che ci sono 7200 secondi in due ore.

Nonostante abbia zoppicato per giorni e pianto per settimane, questo episodio non rientrava nella mia idea di stupro  così come lo presentano in Tv. Tom non era un maniaco armato, era il mio fidanzatino! Non è successo in un vicolo buio, ma nel mio letto. Quando finalmente ho realizzato che si era trattato di stupro, lo scambio culturale di Tom era giunto al termine e lui era tornato in Australia. A quel punto, mi sono detta fosse inutile starci a rimuginare sopra e poi la colpa era anche un po’  mia. Sono cresciuta in un mondo in cui si spiega alle ragazze che se vengono violentate, un motivo ci deve essere: la gonna troppo corta, un sorriso troppo ammiccante, magari hai bevuto troppo. Ed in effetti, ero colpevole di tutte queste cose. Ero io a dovermi vergognare. Mi ci sono voluti anni per capire che solo una cosa avrebbe potuto salvarmi quella notte e non era la lunghezza della mia gonna o il modo di sorridere, nè la mia ingenuità nel fidarmi di qualcuno. L’unica cosa che avrebbe potuto salvarmi quella notte era la volontà dell’uomo che mi ha violentata, se solo si fosse fermato.

TS- Ho ricordi confusi del giorno seguente. Mi sentivo vuoto, forse avevo bevuto troppo… Ma non mi sono ripresentato a casa di Thordis. E’ importante chiarire che non avevo capito di aver violentato una persona. La parola stupro non mi è neanche passata per la testa, come invece avrebbe dovuto. I ricordi di quella notte hanno continuato a tormentarmi, ma più che un rifiuto conscio di quanto avessi commesso, era come se avessi proibito a me stesso di capire. La mia concezione delle mie azioni contraddiceva anche solo l’idea di aver ferito Thordis. Onestamente, quello che è successo – sia nei giorni dopo, sia mentre stavo commettendo quel crimine – mi sono raccontato che si fosse trattato di sesso consensuale, non stupro. E questa è una bugia, perchè sentivo il peso del senso di colpa.

Un paio di giorni dopo, lasciai Thordis, ma fino al momento di ripartire per l’Australia, è successo di incrociarci per caso ed ogni volta era come se mi stessero pugnalando, sentivo il cuore pesante. In fondo sapevo di aver fatto qualcosa di incredibilmente sbagliato. Non era mia intenzione, ma ho sepolto quei ricordi, ho fatto in modo di non evocarli mai più. Negando l’evidenza, scappando dalla sola idea, sono strascorsi nove anni. Ogni volta che provavo a confrontarmi col dolore che avevo causato, non riuscivo a portare fino in fondo il ragionamento. Ho fatto di tutto per distrarmi… pur di mettere a tacere la mia coscienza. Non volevo fermarmi e pensare. Questa specie di… rumore… poi ne ho preso spunto per capire chi fossi veramente, cosa componesse la mia identità: sono un surfista, uno studente di Scienze Sociali, un buon amico, un figlio ed un fratello, un assistente sociale. Non c’era niente, in utto questo, che potesse suggerire “sono una cattiva persona”. Non pensavo di esserlo, anzi pensavo di essere migliore per via del modo in cui sono stato cresciuto, la mia famiglia allargata, le persone che avevo preso a modello. Le persone intorno a me avevano cura e rispettavano le donne. Mi ci è voluto molto tempo per confrontarmi con il mio lato oscuro e pormi delle domande.

TE- Nove anni dopo il Ballo di Natale avevo 25 anni ed ero prossima alla crisi di nervi. La mia autostima era sepolta sotto un pesante muro di silenzio, che oltre ad isolarmi da coloro a cui volevo bene, mi consumava l’anima perché tutto il rancore e l’odio, li indirizzavo verso me stessa. Dopo l’ennesimo litigio con una persona a cui volevo bene, mi infilai in un bar e chiesi al cameriere di portarmi una penna. Mi porto sempre dietro un blocco di appunti, in caso debba annotare qualcosa, magari l’idea per un romanzo, ma la verità è che avevo bisogno di aver sempre qualcosa da fare – se fossi stata ferma, avrei ripreso a contare i secondi. Eppure quel giorno rimasi sorpresa: la penna scorreva veloce sul foglio, componendo una delle lettere più importanti della mia vita, una lettera indirizzata a Tom. Oltre a presentare i fatti di quella notte nero su bianco, scrissi “voglio perdonare” e non avrei potuto stupirmene di più. Realizzai che quello era il mio modo per smettere di soffrire perché, a prescindere dal suo meritarsi o meno il mio perdono, io meritavo un po’ di pace. La mia vergogna era finita.

Prima di imbucare la lettera, mi preparai mentalmente per ogni sorta di risposta negativa – e se non avesse neanche risposto? Ero pronta a tutto, meno che al tipo di risposta che in effetti ho ricevuto: una vera e propria confessione da cui traspariva un infinito rimorso. Anche lui era rimasto prigioniero del silenzio. E questo è stato l’inizio di una corrispondenza durata otto anni e sempre basata sull’assoluta onestà, anche se dio solo sa quanto sia stata dura da affrontare a volte.

Mi sono liberata di un peso che non stava a me portare in primo luogo, mentre Tom ha veramente fatto i conti con le sue azioni. Questa corrispondenza è stato il mezzo per analizzare le conseguenze di quella notte. Alcune volte ci siamo scritti cose strazianti, altre invece hanno avuto un potere miracolosamente curativo – ma non era abbastanza perchè sentissi quel senso di chiusura. Sarà perchè le mail non possono sostituire lo scambio interpersonale, sarà che è notoriamente più facile mostrarsi forti e coraggiosi protetti dallo schermo di un pc. Comunque sia, abbiamo instaurato un dialogo che ci ha permesso di esplorare la questione e dopo 9 anni passati a scriverci – 16 in totale da quella notte – abbiamo deciso di incontrarci di persona ed affrontare il nostro passato una volta per tutte.

TS- Abbiamo deciso di incontrarci a metà strada, che nel nostro caso, tra Islanda e Australia, era Cape Town in Sudafrica e vi abbiamo trascorso una settimana. La città si è dimostrata lo sfondo ideale per la nostra storia, il Sudafrica stesso sembrava volerci testare, la sua storia ha fatto come da lente di ingrandimento. Ci siamo raccontati di tutto in quei sette giorni. Abbiamo analizzato la nostra storia con l’unica regola di essere 100% onesti, il che ha significato esporci, renderci vulnerabili; a tratti è stato durissimo, a volte uno dei due non riusciva a sopportare la confessione della controparte. La portata di quella violenza è stata discussa ad alta voce, faccia a faccia. In altri momenti, ci è parso di aver fatto chiarezza. Incredibilmente, ci siamo anche fatti qualche risata liberatoria. Insomma, abbiamo fatto del nostro meglio per ascoltarci e le nostre realtà individuali sono venute fuori senza filtri. Non avrebbe potuto essere diversamente.

TE- Volersi vendicare è normale, è un desiderio umano e comprensibile. Per anni ho sognato di ferire Tom tanto quanto lui aveva ferito me. Ma se non mi fossi liberata della rabbia e del risentimento, oggi non mi troverei nemmeno qui. Non che non abbia avuto dubbi. Sul volo per Cape Town, mi sono chiesta eccome perché diavolo non mi fossi trovata uno psicologo e attaccata alla bottiglia (di vodka) come fanno le persone normali.

(pubblico ride)

Ci sono stati momenti, a Cape Town, in cui la ricerca della verità ci è sembrata una missione impossibile e avrei preferito mille volte andare via, tornare da mio marito e da nostro figlio. Ma nonostante tutte le difficoltà, quest’avventura si è risolta con una vittoria. La luce ha trionfato. Qualcosa di positivo poteva nascere da tutto questo. Una volta ho sentito dire che ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a diventare l’adulto di cui avrebbe avuto bisogno da giovane – quando ero una ragazzina, avrei avuto bisogno di sentirmi spiegare che non dovevo vergognarmi di niente, che c’è speranza oltre lo stupro, che si può perfino trovare la felicità, com’è successo a me con mio marito.

Una volta tornata a casa (in Islanda) ho preso a scrivere ossessivamente e ne è uscito un libro, di cui Tom è co-autore e speriamo che possa essere di aiuto ad entrambe le parti coinvolte in una violenza sessuale. Se non altro, è una storia che avremmo avuto bisogno di sentire quando eravamo ragazzini.

Trattandosi di un determinato tipo di storia, so che può evocare solo alcune parole: vittima e stupratore… dare un nome alle cose aiuta ad inserirle nella nostra mente, ma questi termini rischiano di togliere umanità al contesto. Nel momento in cui chiamiamo “vittima” una persona, la associamo irrimediabilmente a qualcosa di rotto, rovinato, che vale meno di quanto valesse prima.

Per la stessa ragione, chiamiando qualcuno “stupratore”, costui diventa un mostro privo di umanità.

Ma come possiamo capire quale sia la causa della violenza perpetrata da un essere umano, se rifiutiamo l’idea che sia stata una persona a commetterla?

(applausi)

E come possiamo aiutare le vittime, se inculchiamo loro l’idea che valgano meno? Come possiamo trovare una soluzione ad una delle peggiori minacce per donne e bambini di tutto il mondo, se le parole stesse che usiamo sono parte del problema?

TS- Adesso so che le mie azioni quella notte erano puramente egoistiche. Ho ritenuto di meritare l’accesso al corpo di Thordis. Sono sempre stato circondato da influenze positive e socialmente costruttive, ma in quell’occasione, ho scelto di seguire quelle negative. Quelle idee secondo cui una donna ha intrinsicamente meno valore di un uomo, quindi gli uomini avrebbero automaticamente diritto ad accedere ai loro corpi. Ma così come queste idee in fondo mi erano estranee, quella notte, in quella stanza, ho scelto io di comportarmi in quel modo. Quando si riconosce di aver sbagliato e ci si fa carico della responsabilità conseguente, succede l’impensabile. Temevo avrei perso il diritto di reclamare la mia umanità, invece ho scoperto che quello che ho commesso non costituisce tutta la mia identità – in poche parole, un errore non costituisce la somma di ciò che siamo. Ho smesso di autocommiserarmi ed ho accettato di aver ferito questa persona eccezionale che ho qui di fianco. Ho accettato di essere parte di un gruppo di uomini che giornalmente commettono abusi ai danni delle proprie partner.

Non sottovalutate il potere della parola. Dire a Thordis che l’avevo violentata ha cambiato qualcosa dentro di noi, ma soprattutto, ha trasferito la colpa da lei a me.

Troppo spesso vengono incolpate le vittime di violenza e non gli stupratori; troppo spesso il rifiuto allontana entrambe le parti dalla verità. Questa discussione, così pubblica, è molto difficile da affrontare, ma c’è bisogno di parlarne seriamente e riteniamo fosse nostra responsabilità dare il nostro contributo.

TE- Quello che stiamo facendo non è proporre una panacea buona per tutti. Nessuno ha il diritto di sindacare su come gestire una ferita orribile o riconoscere di aver commesso l’errore più grave della propria vita. Rompere il silenzio non è facile, addirittura, in certe parti del mondo, parlarne equivale ad una condanna a morte. Paradossalmente, poter parlare dello stupro subito è un’ulteriore prova di quanto io sia fortunata: ho il privilegio di poterlo dire ad alta voce, senza venire ripudiata dalla comunità o, peggio, uccisa. Avere il privilegio di poter parlare significa avere la responsabilità di farlo… è il minimo che possa fare per tutte coloro che come me hanno subito violenza e non possono dirlo.

La storia che vi abbiamo raccontato è unica, eppure tremendamente comune. La violenza sessuale è come una pandemia mondiale, ma non deve continuare as esserlo. Una delle cose che mi ha aiutato di più nel mio percorso di ripresa è stato studiare il fenomeno, col risultato di averne scritto e parlato per più di 10 anni, ho tenuto conferenze in tutto il mondo e la maggioranza del mio pubblico era composta da donne. Ma è arrivato il momento di smettere di considerare la violenza sessuale come un problema delle donne. La maggior parte degli stupri sono commessi da uomini, eppure le loro voci non si sentono mai. Siamo tutti necessari. Pensate a quanto sollievo potremmo offrire se affrontassimo tutti questo problema.

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