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Sull’8 marzo e sul volere tutto

(nella foto: Milano, Piazza Duca d’Aosta, 8 marzo 2017)

 

di Marica Biancotti

Prima della festa della donna e della manifestazione/sciopero globale “Lotto Marzo” mi sono ritrovata a dover rispondere al perché ci sia ancora bisogno, secondo me, di “scendere in strada” per ribadire e difendere i diritti del genere femminile nello specifico. Ovviamente è stato un uomo a chiederlo, ma non è questo il punto.

Prima di raccontare come mi sarebbe piaciuto rispondere a questa domanda, postami con malcelata seppur garbata ironia, voglio raccontare la mia esperienza personale della manifestazione.

E’ stato un momento di incredibile empowering empatico, non saprei come meglio definirlo, per strada gomito a gomito con tante donne di tutte le età, etnie, classi sociali e orientamenti sessuali: tante sconosciute, eppure unite. Una rara, forse rarissima, manifestazione su vasta scala di sorellanza e solidarietà. Le donne, di solito abituate fin dall’età dell’inconsapevolezza e quindi nell’inconsapevolezza, alla competizione che porta alla svalutazione tra loro, nel contesto di corteo si sorridono e si guardano con benevolenza.

Sono dalla stessa parte, protestano e si incoraggiano legandosi addosso lo stesso pezzo di stoffa fucsia, sotto l’egida dello stesso pezzo di carta con su scritto che vogliono di più e vogliono di meglio dalla società. Si tingono a vicenda la faccia col rossetto rosso, inneggiano a poco a poco con meno timidezza, si guardano cercando conferma nelle altre. Ballano in nuvole rosa e si liberano dagli schemi che le zavorrano, almeno per qualche ora. Ho vissuto e sentito tutto questo e ho trovato tutto questo bello e triste, in quel modo un po’ malinconico, delle cose che non succedono spesso.

Paula, alla prima esperienza di corteo nei suoi 18 anni di vita, si è girata a guardarmi con gli occhi accesi e mi ha detto “grazie per avermi portato” ed io ero grata a mia volta, a chi aveva con fatica organizzato (da quelli che so essere mesi) questa iniziativa. Sentiva una sorta di ibrido emozionale tra l’esaltazione e la comunione, mi ha detto che era felice e che avrebbe custodito il più possibile quell’infusione di forza, quella sensazione di potere, che quel concentrato di estrogeni in festa e in protesta le aveva trasmesso.

Per tornare alla domanda che mi è stata posta, qualcosa come: “Ma cosa avrete ANCORA da rivendicare e scioperare? Non vi sembra di esagerare e generalizzare? La questione non è ridimensionata, oggi come oggi?”.
A questa domanda proverò a rispondere con riflessioni sparse sul femminismo di qualche donna di cultura tra le mie favorite.

Avrei potuto rispondere ad esempio che protesto ancora perché “gli uomini non ci conoscono”, lo ha detto la scrittrice Elena Ferrante in un’intervista per Vanity Fair Usa e lo dice con parole chiare, ma sferzanti:

“Io ho amato e amo il femminismo per il pensiero complesso che ha saputo produrre in America come in Italia, come in tante parti del mondo. Sono cresciuta nell’idea che se non mi fossi lasciata assorbire il più possibile dal mondo degli uomini di grandi capacità, se non avessi imparato dalla loro eccellenza culturale, se non avessi superato brillantemente tutti gli esami a cui quel mondo mi sottoponeva, sarebbe stato come non esistere. Poi ho letto libri che potenziavano la differenza femminile e mi si è rovesciata la testa. Ho capito che dovevo fare esattamente il contrario: dovevo partire da me e dalla relazione con le altre – anche questa è una formula fondamentale – se volevo davvero dare forma a me stessa. Oggi leggo tutto quello che produce il pensiero cosiddetto post- femminista. Mi aiuta a guardare il mondo, noi stesse, il nostro corpo, la nostra soggettività criticamente.”

Come la Ferrante e come molte altre donne forse posso liberamente considerarmi femminista, ma posso considerarmi militante? Che cosa significa “femminista militante”? A mio modesto parere la militanza più efficace e più necessaria è quella che ogni giorno faccio nel mio cervello, nei confronti di me stessa e delle mie sovrastrutture, di quelle consce e soprattutto inconsce, quelle che mi spingono ad uscire dalla schematizzazione consolatoria e scontata in cui potrei rifugiarmi.

Le ragazze come me, bianche, europee, di classe media, universitarie o lavoratrici che siano, sono convinte che la nostra condizione di libertà sia “un dato di natura e non il risultato provvisorio di un lungo scontro ancora in atto, nel corso del quale si può perdere di colpo tutto.” sempre citando Elena Ferrante che parla delle sue figlie. Dobbiamo custodire la nostra condizione di libertà, dovremmo darla per scontata solo quando ci saranno i presupposti reali per farlo.

Avrei potuto rispondere che protesto ancora per quello che Simone de Beauvoir denunciava all’inizio del secolo scorso, cioè che il dramma della donna nasce in quell’idea culturalmente trasmessa di essere inferiore. Come abbiamo potuto, o come possiamo realizzarci come esseri umani, in questo contesto? Ne “Il secondo sesso” Simone dice: “La donna indipendente – e soprattutto la donna intellettuale che giudica la propria situazione – soffrirà, come donna, di un complesso di inferiorità; non ha tempo disponibile da dedicare alla sua bellezza cure così attente come una donna leggera e ambiziosa, la cui unica preoccupazione è di essere seducente”.

Non dovremmo mai preoccuparci di essere inferiori perché non seducenti, non corrispondenti a criteri impossibili, plastificati, ma non dovremmo neanche preoccuparci di esserlo o di voler essere seducenti: fa parte delle nostre agognate libertà, compresa quella di voler legittimamente suscitare l’interesse di qualsivoglia tipo, in chiunque ci aggradi.
E allora avrei potuto rispondere che protesto perché non è vero che siamo libere di suscitare interesse di qualsivoglia tipo, come ci racconta la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie in “Dovremmo essere tutti femministi”:

“Recentemente una giovane donna ha subito una violenza di gruppo in un’università in Nigeria. E la reazione di molti giovani nigeriani, sia uomini che donne, era qualcosa sulla falsariga di questo: Sì, lo stupro è sbagliato. Ma che cosa ci fa una ragazza in una stanza con quattro ragazzi? Ora, se possiamo dimenticare l’orribile disumanità di tale risposta, questi nigeriani sono portati a pensare alle donne come intrinsecamente colpevoli. E sono stati educati ad aspettarsi così poco dagli uomini che l’idea degli uomini come esseri selvaggi senza alcun controllo è in qualche modo accettabile. Insegniamo alle ragazze la vergogna. ” Chiudi le gambe”, “Copriti.” Le facciamo sentire come se nascere femmine le rendesse già colpevoli di qualcosa. E così, le ragazze crescono fino ad essere donne che non possono dire di avere desideri. Crescono per essere donne che si zittiscono da sole. Crescono per essere donne che non possono dire quello che realmente pensano. E crescono – e questa è la cosa peggiore che facciamo alle ragazze – crescono per essere delle donne che hanno trasformato il dover fingere in una forma d’arte.”

La colpevolizzazione delle vittime di stupri e abusi è quanto di più abietto ci possa essere, nonostante ciò i casi sono all’ordine del giorno, e non c’è bisogno di arrivare in Nigeria.
Nelle cronache italiane si trovano ricorrenti esempi di questo fenomeno, ne leggiamo nei commenti beceri alle web news, sentiamo persone vaneggiarne nei talk show di pomeriggi pigri, nei loro “però” e nei loro “ma”, mentre puntano dita grasse di autocompiacimento verso presunte colpe di ubriachezza o gonne corte, di persone che mai si riprenderanno dalla violenza, quando vi sopravvivono. Come se gli uomini fossero autorizzati ad esplodere di bestialità occasionale a fronte di scarsi accorgimenti e/o decoro della donna.

Dobbiamo disimparare le lezioni di genere che ci sono state inculcate, dobbiamo liberarci dalle aspettative, da quello che ci dicono le voci che non ci appartengono nella nostra testa; per convincerci di questo Chimamanda continua:

“La prima volta che ho tenuto un corso di scrittura in una facoltà specialistica, ero preoccupata. Non ero preoccupata per le cose che avrei insegnato, perché ero ben preparata e stavo andando ad insegnare quello che mi piaceva. Invece, ero preoccupata per quello che avrei indossato. Volevo essere presa sul serio. Dato che ero una femmina, pensavo di dover automaticamente dimostrare il mio valore. Ed avevo paura che, se fossi apparsa troppo femminile, non sarei stata presa sul serio. Volevo davvero mettere il mio lucidalabbra brillante e la mia gonna femminile, ma ho deciso di no. Invece, ho indossato un vestito molto serio, molto maschile e molto brutto. Perché la triste verità è che quando si tratta di apparenza, cominciamo col prendere gli uomini come standard, come la norma. Se un uomo si sta preparando per un incontro d’affari, non si preoccupa di apparire troppo virile, e quindi non essere preso seriamente.. Se una donna si sta preparando per un incontro d’affari, deve preoccuparsi dell’apparire troppo femminile, di quello che dice, e se verrà presa sul serio oppure no. Vorrei non aver indossato quel brutto vestito quella volta. A dirla tutta l’ho bandito dal mio armadio. Se avessi avuto la fiducia che ho ora, nell’essere me stessa, i miei studenti avrebbero beneficiato ancora di più del mio insegnamento, perché sarei stata molto più a mio agio, e più profondamente e sinceramente me stessa.”.

Dobbiamo scegliere ogni giorno di non dover chiedere scusa perché vogliamo essere femminili, o mascoline o anonime o guardate o dimenticate. E dobbiamo sapere ogni giorno di rispettare noi stesse per questo.

Avrei potuto rispondere che protesto perché ci dicono che noi donne abbiamo il “bottom power”, millantando paternalisticamente al potere di cui una donna sarebbe in possesso per il fascino o l’attrazione sessuale che può esercitare. Il “bottom power” è il contrario dell’avere potere, si tratta soltanto di sfruttare ove possibile il potere di qualcun altro, che di solito il caso vuole uomo, dagli umori e appetiti del quale dipenderanno le nostre sorti.

Durante la manifestazione dell’8 marzo ho pensato a Virginia Woolf ne “Le tre ghinee”, in questo saggio del 1938 la scrittrice ipotizza di ricevere tre lettere in cui le richiedono denaro per tre diverse cause la prevenzione della guerra, un’università femminile e un’assistenza alle donne che vogliano lavorare. Queste tre cause, presentate come diverse tra loro, verranno affrontate da Virginia come non separabili nel mondo reale dato che la medesima radice risiede nel potere garantito dalla violenza, il meccanismo che produce il patriarcato e che produce anche il fascismo.

L”Estranea” di Virginia Woolf in quanto donna, non ha patria e in quanto donna la sua patria è il mondo intero e vuole difendere la cultura e la libertà di pensiero, prevenire la guerra, ma attraverso “mezzi che un sesso diverso, una tradizione diversa, un’educazione diversa e i diversi valori che derivano da tutte queste diversità hanno messo a nostra disposizione”.
Mentre ero lì in mezzo alle sfumature di rosa, ancora Virginia Woolf risultava attuale e illuminava la strada della libertà femminile che lotta per “qualcosa di più vasto e profondo” della semplice libertà femminile.

Alla fine dei conti penso che la mia risposta alla domanda che mi è stata rivolta risieda precisamente nella domanda stessa. Ci sono persone, come questa, che con tono illuminato e paternalistico chiedono cosa protestiamo a fare, che certo la situazione non sarà perfetta, ma in confronto a prima e in confronto ad altre realtà, non è che ci si possa lamentare…siamo esagerate, generalizziamo troppo e alla fine cosa pretendiamo di più, insinuando l’ottenimento di diritti e ruoli nella società per gentile concessione maschile. A questa persona, e a tutte quelle che la pensano come lui, rispondo: “Perché vogliamo tutto”, vogliamo tutto quello che ci spetta per arrivare ad una parità formale e sostanziale tra i sessi, tutto quello che è necessario perché le nuove generazioni siano cresciute con logiche di uguaglianza senza riserve e rispetto reciproco, tutto quello che è necessario per scoraggiare al fine di impedire ogni tipo di violenza fisica o psicologica e per questo motivo non accettiamo e non accetteremo niente di meno.

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