Storia di un riscatto intimo e personale

Lei scrive:

Sono nata in un paesino in provincia di Venezia. Piccolino, rurale, antico. Così rurale ed antico che lo era anche la mia famiglia. Il nonno a capo della famiglia, le donne in cucina a prendersi cura della casa e soprattutto tanta omertà. Non mi sono mai adeguata, mi stava tutto stretto. Se dovessi scrivere la mia vita senza aggiungere quello che ho scoperto dopo, scriverei per giorni e leggere sarebbe noioso perché si dovrebbe ritornare indietro per interpretare tante parti con la chiave di lettura adeguata. Perciò sarà un misto.

Tante cose ancora non le ho capite, tante cose sono sicura sia meglio tenerle sepolte. Per farla breve, molto breve, ho avuto un papà alcolista e una mamma co-alcolista. Io non lo sapevo si chiamassero così, però. Li vedevo litigare, picchiarsi, amarsi, lasciarsi, tornare assieme, farsi male, farsi bene, farci male e farci bene. E io osservavo, imparavo, assorbivo, mi domandavo tante cose ma soprattutto stavo zitta. Non disturbavo, non mi facevo vedere, non esistevo. Ero quella che curava le ferite dopo la guerra, cercavo di tirare su il morale della famiglia, ma sapevo quando eclissarmi. Ho perso il conto di quante volte ho scritto su un foglio lasciato sul comodino che volevo morire, anche per vedere se qualcuno lo leggeva e mi dava retta. Ecco, questo sarà un leitmotif nella mia vita con la mia famiglia. Io che domando più o meno esplicitamente un aiuto e gli altri che mi ignorano.

Ma la mia infanzia è stata anche bella, eh. Solo che mia mamma ha deciso di non farmelo ricordare troppo, che dopo magari potevo pensare che mio papà fosse anche un uomo dolce, oltre il whiskey. Lui era solo quello violento, lui era quello che voleva ucciderci, lui era quello di cui avere paura. Mia mamma mi ha fatto il lavaggio del cervello e ha rimosso tutti i ricordi felici che avevo con mio papà. Ma anche questa è una di quelle cose che scoprirò solo dopo molti anni. E una delle cose che ancora non riesco o voglio perdonare.

Nel giro di un mese, appena dopo i quindici anni, mio papà ha tentato il suicidio e la mia migliore amica è morta in un incidente assieme a sua madre e il suo fratellino. Pensandoci adesso, non avevo scelta e non avrei potuto fare diversamente da quello che ho fatto. Gli insegnanti mi facevano dormire in classe, mi hanno fatto ripetere l’anno un paio di volte prima che lasciassi del tutto ma soprattutto se ne fregavano di quello che stavo passando. Ho cominciato già dal mio primo amore a scegliere personaggi dubbi, con il secondo morosetto già pericoloso, una denuncia per stalking a sedici anni, la polizia che dava la colpa a me e io che ci credevo. E continuavo il mio grido di aiuto. I piercing ovunque, i capelli colorati di blu, di rossi, di rosa, di viola, le ore infinite passate al parco, i voti raramente superiori al 6. Eppure nessuno era veramente turbato da niente. Erano tutti presi dalla propria vita. La mamma che tradiva il papà, il papà che moriva ogni giorno dentro e beveva, mio fratello che era già troppo grande per accorgersi di me.

Taglio corto. A diciotto anni sono scappata. Ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita a Londra. Diciassette anni fa. E nonostante tutto, questi ultimi diciassette anni sono stati i più intensi, i più determinanti, i più devastanti. A Londra è successo di nuovo. Mi sono trovata un uomo più grande, alcolista, violento. Avevo venti anni quando sono rimasta incinta di questa persona. Quello che mi picchiava, che mi umiliava, che mi trattava come arredamento nella sua vita. A venti anni gli ho detto che avrei abortito. Gli ho detto che non lo volevo un figlio con lui. Non aveva i documenti per rimanere legalmente in nessun paese oltre al suo, lavoravamo in nero, lui beveva, era violento e io non capivo una parola della sua lingua. Come potevo crescere un figlio con lui?

E questa è la parte della mia vita che tutti mi dicono di tenere nascosta, che devo sempre spiegare, che devo raccontare nella maniera giusta, altrimenti. Ma a me piace la sintesi e alla fine lui voleva quel figlio a tutti i costi e io no. Quella notte mi ha violentata, mi ha ridotto ad un oggetto, mi ha sottomessa piegandomi con la forza. E il giorno dopo mi ha picchiata di nuovo, e lì ho capito che abortire era l’unica scelta possibile, la scelta giusta. Mi ha puntato il coltello alla gola e mi ha detto che non sarei uscita viva da quella casa. Io non lo so come sono uscita viva da quella casa. Non me lo ricordo proprio. Non mi ricordo tutto di quella notte, ma non mi sforzo neanche di farlo. Quelle sono le cose che stanno bene nella parte di cervello che le custodisce sotto chiave.

Ma alla fine sono uscita, sono andata alla polizia e l’ho denunciato. Non è stato facile, ho perso anche quasi tutti i miei amici, perché pareva impossibile che un così bravo ragazzo potesse fare del male, mia mamma è venuta a prelevarmi da Londra, come se non fossi più stata una persona pensante e in più ero ancora incinta. Beh, sono scappata di nuovo. Sono tornata a Londra e ho abortito. Sono uscita dalla sala operatoria felice. Quello che percepivo come un alieno dentro me, un occupante abusivo, era andato. In quel momento pensavo che fosse tutto finito. L’ho pensato anche dopo il processo, in verità. Non è proprio vero. Invece quello che è successo dopo era solo la continuazione.

Sono finita dritta dritta tra le braccia di un uomo, questa volta molto più grande di me, di circa venticinque anni più grande di me. E ho cominciato a fumare marijuana per dimenticare che quello che stava succedendo intorno a me era nocivo. Ho cominciato a fumare tanto. E per tre anni non ho ben chiaro cosa ho fatto della mia vita. Mi ricordo che c’era quest’uomo, mi ricordo che faceva gaslighting, anche questo termine l’ho imparato anni dopo, mi ricordo che scopavo a destra e a manca, mi ricordo che bevevo, fumavo, ballavo, mi autodistruggevo, finivo tra le braccia di altri uomini che mi usavano. Chi per scoparsi una figa e chi per sfogare le proprie frustrazioni. Io accettavo tutto. Ero assetata di attenzioni. Volevo sentirmi desiderata, volevo sentirmi un oggetto, volevo sentirmi al centro dei pensieri e delle ossessioni degli uomini. Volevo che mi usassero, volevo fare male e farmi male.

Durante tutta la mia vita ho sempre percepito un filo. Una specie di corda di salvataggio bianca e luminosa che scorreva lungo tutta la mia vita. Anche se mi allontanavo da questa àncora di salvezza, lei era lì. Per tutta la mia vita mi ha mostrato che avevo un limite personale all’autodistruzione. Che potevo sempre allungare la mano e salvarmi. Era tutto solo una mia decisione. Potevo autodistruggermi, ma fino ad un certo punto. E quel certo punto è stata una MTS, una malattia sessualmente trasmissibile. Ho aspettato quegli esami con il cuore in gola. Dimmi che non è HIV, dimmi che non è HIV. Per piacere fa che non sia HIV.

Ero sotto al Big Ben, uscivo dalla metropolitana quando ho chiamato il consultorio. Non era HIV, era herpes, sempre non curabile, ma non così spaventosa come l’HIV. In quel momento ho deciso di voler cambiare vita. Quello è stato il mio fondo. Ho mollato Londra e ne ho approfittato per smettere di fumare. Sette anni. Sono rimasta sette anni nella spirale di Londra. Ho chiesto aiuto, eh. Ma l’ho detto che non c’era chi ascoltava dall’altra parte. Mio fratello mi ha risposto di non dire niente a nessuno e di continuare pure, basta che te lo tieni per te. Alla fine sono tornata a casa, in Italia, trattata da figliol prodiga. Mia zia, psicologa, è stata l’unica ad ascoltare il mio grido di aiuto e mi ha pagato una psicanalista per un anno, tutte le settimane. È stato massacrante.

Il mio anno di ritorno è stato durissimo. Dicono che non puoi guarire se non sei disposto a lasciare ciò che ti ha fatto ammalare. È vero. Lasciare quelle cose indietro è stata la parte più difficile. Infatti non le ho lasciate da parte subito. Avevo un bisogno fisico di essere il desiderio delle persone, quindi ho aperto una pagina online dove scrivevo racconti erotici a richiesta. Ho continuato a sentire l’uomo che faceva gaslighting per un sacco di tempo ancora. Lasciare quelle cose per cui hai vissuto è violento. È spogliarsi di quello che sei, sradicare le tue convinzioni, affrontare il dolore che hai sempre messo da parte. È mettersi di fronte ad un mare in tempesta e prendersi le onde in faccia. A volte non puoi respirare e ti sembra che la tempesta non passi mai e ti senti affogare. Non sai quello che è vero, quello che è falso, non sai se la reazione che hai è quella solita del passato o se è quella giusta che stai cominciando ad assimilare. Non sai chi sei, cosa vuoi, chi hai intorno. Non vuoi dormire per paura degli incubi, ogni cosa sembra una montagna da scalare. E nel mezzo di questo, ho finalmente preso il diploma di scuola superiore. Da privatista, ho fatto tutti gli anni in uno. Alla faccia di chi mi diceva che non ero intelligente. Alla faccia di chi mi diceva che avrei fallito.

Quindi ho deciso di andare all’università. Ho finito in due anni il percorso con la psicanalista e mi sono allontanata dalla famiglia. Due ore di strada dalla mia famiglia. E, tre anni dopo essere tornata in Italia, ho conosciuto il mio attuale marito. È stato un incubo. Non sapevo come fosse una relazione normale. Più che normale, sana. Volevo una relazione sana. Quindi esaminavo tutte le parole che lui mi diceva, tutte le espressioni e i gesti che faceva e non ero soddisfatta se non chiarivamo qualunque cosa. Guardavo come trattava le altre persone, analizzavo ogni tono di voce, osservavo le sue dipendenze. Lo guardavo, lo analizzavo, lo scrutavo. Lo allontanavo e lui tornava sempre da me. Perché? Non può stare solo? Forse mi ama? Alla fine abbiamo imparato a conoscerci. Lui è stato paziente e io ho imparato a lasciarmi andare. Mi sono laureata.

Prima la triennale e poi la magistrale. Ho scoperto tante cose della mia famiglia, tipo che mio papà mi vuole bene e che io ne voglio a lui. Che non devo sempre fidarmi di mia mamma e che mio fratello non è perfetto. Ho imparato a lasciare che gli altri si autodistruggessero, a meno che non chiedano di essere salvati. Ho deciso di non essere la crocerossina di nessuno e ho deciso che non voglio figli. A chi mi chiede perché, dico che a volte faccio fatica a prendermi cura di me stessa e che un figlio non aiuterebbe la mia depressione.

Da qualche anno sono tornata in UK, non più a Londra, non ce l’avrei fatta. Mi sono sposata, pochi mesi fa, dopo sette anni di studio reciproco e lezioni apprese e date. Sono una professoressa di lingue alle superiori e mi vanto di avere una vita noiosa. Attiro ancora persone con un passato ricco, ma comincio a difendermi e non farmi assorbire. Sono felice? Se posso tatuarmi, sì.

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