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NoSupportForMe

L’immagine è di Dave Cockrum, the X-mens Storm, apparsa per la prima volta nel 1976

 

di Ladyneutrone

Sono una delle tante persone transgender MTF (donna transgender) che su questo pianeta non ha avuto il supporto e la vicinanza della famiglia per poter perseguire la via di uscita da questa condizione che non permette di vivere. Almeno per me è stato totalizzante. La via di uscita è banale: assumere gli ormoni presenti nel sesso opposto, nel mio caso il sesso femminile e sopprimere gli ormoni del sesso biologico natale, nel mio caso maschile. Questa soluzione si può avviare solo attraverso un medico: un endocrinologo.

Il primo ricordo che ho di me e l’interesse del femminile è a tre anni quando pensai che avrei voluto avere lo smalto rosso della maestra dell’asilo sulle mie unghie.

Nel tempo la cosa è diventata più cosciente, alle scuole elementari e poi alle medie dove cercavo sul libro di scienze un modo attraverso il quale mi potesse crescere il seno. Ovviamente con grande frustrazione non lo trovai. In tutte le mie ricerche del femminile, dalle scuole elementari in poi, non so il perché, mio papà lo veniva a sapere. Eppure lo facevo di nascosto. Mi minacciava, da vero omo-transfobico quale era, e sopratutto minacciava di dirlo a mia mamma che non sapeva di me. Di questo avevo, non so perché, paura e cedevo temporaneamente al suo ricatto. Dico temporaneamente perché la mente è difficile da imbrigliare, l’identità che contiene esplode sempre e di nuovo, ed esplodeva ogni volta più forte. A dodici anni odiavo i miei genitori per diversi fattori, uno era la mia identità, il rifiuto evidente di mio papà e indirettamente quello di mia mamma che non sapeva. Per me questo rappresentava un gran mistero ma che avevo una folle paura di svelare

A dodici anni chiesi a mia mamma perché mi avesse messo al mondo, avrei preferito non nascere. A sedici anni ci fu il massimo rifiuto da entrambi i miei genitori. Mi iniziai a truccare, ero a casa da sola , era pomeriggio, queste cose le facevo quando non c’era nessuno in casa, nemmeno mia sorella, minore di me di quattro anni. Il rientro da lavoro dei miei genitori era previsto ad una certa ora, quindi procedetti in bagno nella mia operazione. Ad un certo punto, alle sedici, sentì suonare il campanello di casa. Ero nel panico. Iniziai a struccarmi il più velocemente possibile, ma fuori dalla porta sentivo inveire.

Era mio papà che, un po’ alterato, voleva entrare in casa e non capiva perché non andavo ad aprire. Cedetti e andai ad aprire con quello che rimaneva del trucco mezzo tolto dal viso. Aprì velocemente e corsi in bagno altrettanto velocemente, dove mi chiusi per finire l’opera di pulizia del viso, sperando che non mi avesse vista in faccia. Invece, purtroppo, mi vide benissimo. La sera, quando andai a letto, passai un’ora sveglia ad origliare le accuse provenienti dalla stanza dei mie genitori. Mio papà incolpava mia mamma per aver minato il mio essere maschio facendomi fare faccende e mestieri vari di casa e altre amenità, da perfetto idiota quale è sempre stato.

Non finivano le sorprese. Come ogni mattina mia mamma mi accompagnava a scuola, prima di partire, accomodate entrambe in auto, iniziò un discorso relativo al fattaccio del trucco del giorno prima. Io mi aspettavo un suo tentativo di capire e di avvicinarsi, invece, con mia delusione, mi fece un perfetto ricatto morale. Avevo solo sedici anni e lei mi disse che truccarsi non lo dovevo fare nemmeno a carnevale e che io ero l’unico maschio. Non mi è mai più venuta nemmeno lontanamente voglia di parlare con mia mamma della questione e tanto meno di truccarmi o fare altro, tanto sapevo che non era sua intenzione aiutarmi, capire e niente altro, ma solo nascondere.

Il mio odio e rassegnazione iniziarono a salire a livelli sempre più alti con il passare del tempo. Rassegnata sapevo che per risolvere il problema che mi avrebbe permesso di vivere non potevo basarmi sull’aiuto e il supporto dei miei genitori, avrei dovuto trovare da me la soluzione e anche fuori di casa, una volta che fossi diventata indipendente economicamente. Io ero adolescente a fine anni ’80 e informazioni non c’erano. Sapevo di persone transessuali che si prostituivano in città, ma pensai sempre che non era la via più logica e razionale, sapevo che centrava la medicina, i medici, ma non avevo idea quali. Scartai il rivolgermi al medico di base perché era un’amica di infanzia di mia mamma e lo avrebbe detto a lei.

Proseguii sempre più depressa la mia non vita, presi il diploma di perito informatico, mi iscrissi all’università al corso di laurea in informatica quinquennale, vecchio ordinamento. La sofferenza era tale che mi era diventato impossibile studiare per gli esami di matematica e fisica che dovevo dare. Mentre leggevo i teoremi la mia mente si distaccava e volava, il concetto che mi si formava sempre nella mente era che non avevo mai vissuto e mai lo avrei fatto se fossi rimasta come ero. Arrivai al secondo anno di università e gli esami erano fermi. Con l’anno nuovo restai un mese in casa, non riuscivo ad alzarmi dal letto e nemmeno ad uscire più di casa, mi sentivo spossata depressa, non mi lavai non e andai all’università né uscii di casa. Verso Marzo mi ripresi non so come e andai all’università, frequentai i corsi e detti un esame di informatica per sbloccare un attimo la situazione. Per me era semplice e presi 30 e lode. Ripresi a frequentare i corsi di matematica e fisica e tirai ancora avanti. Mi contattò una softwarehouse (azienda di servizi informatici). Ebbero il mio nome dalla scuola dove presi il diploma. Ero brava ed ero stata segnalata. Andai a lavorare per loro in ritenuta di acconto.

Mi buttai nel lavoro stavo dalle otto di mattina fino alle dieci di sera.
Risolvere problemi per scrivere programmi mi faceva dimenticare la mia non vita. Avevo venti anni e andai da una amica di mia mamma che faceva massaggi e manipolazioni, avevo una scapola mezza bloccata.

Quando mi vide mi chiese “come mai questo bel ragazzo è solo”, “forse ha dei problemi”. Disse che aveva una sua amica psicologa e siccome lavoravo e potevo pagarla provai ad andare perché ero depressa ma non pensai minimamente di dirle che volevo cambiare sesso. Mi accompagnò mia mamma per le prime due sedute di psicoterapia, immaginai che se avrei detto alla psicologa del mio voler cambiare sesso, lo avrebbe detto a mia mamma e quindi a mio papà, vivevo ancora in casa con loro, non era fattibile una cosa del genere a meno di ucciderli entrambi con le mie mani dopo la rivelazione. Feci i miei anni di psicoterapia inutili, sette o otto non ricordo con precisione.

A ventisei anni ebbi il mezzo per avere informazioni dirette, per poter finalmente risolvere qualcosa: un mio collega nella seconda softwarehouse in cui lavorai aveva un suo provider internet, una delle prime connessioni arrivate in Italia. Mi diede il modem e l’account di prova e lo tenni in prova una settimana. Era il 1998 e cercai nell’unico motore di ricerca disponibile: Virgilio. Trovavo solo siti personali e di strutture per cambiare sesso negli USA e pensai che dovevo trasferirmi lì per risolvere. Invece, dopo qualche giorno, trovai il sito di Helena Velena, dove c’erano persone sia transessuali che gender-nonconforming (ai tempi travestiti era l’unico termine conosciuto).

Io facevo fatica a distinguere, ma pensai che quella persona fosse transessuale e le scrissi un’email. Quella settimana persi dieci chili. Mi rispose, ed era la persona giusta. Mi diede appuntamento all’Arcigay. Ci andai e mi indirizzò da un endocrinologo privato. Feci gli esami e iniziai finalmente la cura ormonale. Iniziai la cura ormonale senza dire nulla a casa perché era previsto che entro sei mesi sarei andata a vivere da sola, a casa mia, acquistata con un mutuo. Resistetti e andai poi a vivere da sola. Il non aver avuto come supporto la famiglia, quindi non avere iniziato prima di cominciare a lavorare, magari studiando e laureandomi, andò a pesare sulla transizione (percorso di cambio di sesso) al lavoro. Io avevo mutuo e transizione sulle mie spalle, non potevo essere licenziata, quindi lo dissi al lavoro solo dopo un lungo tempo. Questo comportò altrettante sofferenze e nuovi pensieri suicidi come effetti collaterali. Se qualche collega o dirigente cercava un appiglio per iniziare un discorso sui miei cambiamenti fisici, io negavo, negavo sempre. Arrivai quindi all’apice della sofferenza, piuttosto che suicidarmi lo avrei detto, e lo dissi, dopo circa tre anni di cura ormonale. Andò quasi bene perché per i dirigenti della mia azienda non ci furono problemi ma da parte del cliente sì. Ho lavorato nei primi cinque anni di transizione nel CED (centro di calcolo) di una banca di affari francese.

Il capo del CED aveva avuto da ridire su di me, sul mio aspetto non molto corrispondente alle mie generalità, ma per fortuna io sono molto brava, meglio di uomini e donne. Il capo sviluppo, il quale decideva quali programmatori tenere, mi parò, come si suol dire, il culo, altrimenti non so come sarebbe andata a finire.

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