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Uscire dalla violenza non è un percorso coerente e lineare

se qualcun@ ti dice che quando lui ti picchia, se non lo lasci subito, sei anormale non credergli.

se qualcuno ti dice che lui è il mostro e tu la vittima, come se per te fosse tutto così semplice, come se volesse propinarti una visione per nulla complessa di quella che è la realtà che stai vivendo, non starl@ a sentire.

c’è chi ti insulta se spieghi che hai un milione di dubbi e che le botte non bastano a chiarirti le idee. non perché tu sia masochista. non perché tu sia pazza, giacché è più semplice patologizzarti piuttosto che ascoltarti e imparare da te. non per tutte le cazzate che la narrazione asimmetrica, assolutamente semplicistica, ti impone. non bastano perché prima che nominare la sua mostruosità, per tranquillizzare i benpensanti, per rassicurarli, quasi a dire che la violenza non sta dentro le case di chiunque, quasi a dire che è l’estraneo a questa società tanto civile che mai, per nulla, costringe tutti all’interno di un circuito culturale, non bastano, dicevo, perché prima che nominare la sua violenza hai bisogno di riconoscerla, imparare a percepirla. ti serve imparare a non guardarla più come fosse giusta per te, e quando scopri che non tutto è così chiaro e che vuoi rivederlo, ancora, perfino quando famiglia e amici ti hanno protetta e pensano che mai tu dovresti incontrarlo, ti senti sbagliata, in colpa, ti vergogni.

io so che sei lì, ti senti sola, pensi che hai deluso i tuoi cari e i tuoi amici. pensi che non potrai rivelare il fatto che per te non tutto è così bianco o nero e che vorresti imparare a guardarlo come uno che sbaglia, comunque umano, perché se vedi il mostro non riconosci neanche te stessa, non sai quali sono le parti di te che lo amano ancora, che lo desiderano, che sono completamente co-dipendenti.

e non lasciarti dire che non è così perché tu sai che invece lo è. non lasciare che ti diano colpa, ti psichiatrizzino o ti dicano che se non lo vedi come altri lo vedono significa che sei da rinchiudere.

hai i tuoi tempi e c’è chi, in senso paternalista, vorrebbe obbligarti a denunciarlo, subito, senza rispettare la tua libera scelta. senza dare valore alla tua autodeterminazione, perché a nulla vale la tua libertà se non a compiere un percorso già tracciato da chi sostiene il patriarcato “buono”.

imparare a salvarsi, per non ricascarci più, umanizzando prima che criminalizzando il tuo carnefice – e non perché tu lo stia difendendo ma perché serve a te umanizzare il carnefice per trovare pezzi di te in quella storia che ti ha coinvolto – imparare a fare tutto questo ha un prezzo. la società non capisce. paternalismo vuole che tutto dovrebbe compiersi più rapidamente, un po’ come se staccassi la spina a chi si fa di una sostanza senza capire che è lui che deve farcela e ce la farà quando avrà scelto di smettere.

dovrai lavorare tanto su te stessa, analizzare, soffrire, per crescere. non basta vedere lui in manette, dietro le sbarre, sotto processo, e non dico che per tutte sia la stessa cosa, ma il conflitto non si gestisce così a meno di una forzatura enorme, quando il danno è troppo grave, e questo è quello che non si cancella. ma quante volte hai sottovalutato la violenza psicologica o quella fisica, non ne hai parlato con nessuno, l’hai semplicemente subita e non riesci a liberartene se non quando è tardi?

chiunque si occupi di violenza conosce gli andirivieni delle vittime, le indecisioni, i dubbi, le incoerenze, le contraddizioni, le incertezze. conosce la complessità del fenomeno e non ti forza a denunciare, come solo uno stato paternalista intende fare. non ti obbliga e non insiste perché il lavoro va fatto a sostegno della tua autodeterminazione, della tua capacità di rinascere, con la tua forza e la tua lucida maniera di esistere pur accarezzando le tue fragilità, senza lasciare che ti impongano un’estetica della vittima che non ti appartiene e che in fondo ti riduce ad un oggetto, buono per la commozione nazional/popolare, un fenomeno da baraccone da esporre per dar forza a chi ti adopera per rifarsi un nome, una professione, un ministero, un governo o il capitale.

sei sola, io lo so, a chiederti se è giusto pensarci ancora, provare nostalgia di quel che non hai capito cosa fosse o l’hai capito ma lo vuoi comunque. l’ultima volta, un’ultima volta ancora. e il fatto di lasciarti sola, condannandoti, a meno che tu non rispetti le regole di Stato, con tanto di denuncia e immediata presa di coscienza, per consegnarti a tutori che decideranno per te, è motivo di fragilità ulteriore.

è tanto più difficile restare accanto ad una persona che ancora vive un gran problema piuttosto che sostituirsi a lei per “salvarla”. capisco che non avere ruolo per dare senso alla propria vita deve essere frustrante, ma quello che è importante non è lui o lei che vogliono aiutarti, non è lo Stato, non sono i tutori, i paternalisti, le donne che pensano di avere tutte le verità in mano. quello che è importante, l’unica persona importante sei tu e non dubitare di te stessa. se provi dubbi è umano. se non vivi un percorso coerente, lineare e rassicurante per il mondo esterno è umano. se vuoi vederlo l’ultima volta è umano. solo, sappi che non è gratis e che solo tu puoi aiutare te stessa.

lo dico perché non voglio che ti senta sola. lo dico perché ero come te.

A.

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Comments

  1. Sono d’accordo – in tanti sono pronti a puntare il dito contro il Mostro e la Donna Debole, e non si accorgono nemmeno del livello assurdo di normalizzazione della violenza che magari essi stessi mettono in atto in casa propria.

Trackbacks

  1. […] Sorgente: Uscire dalla violenza non è un percorso coerente e lineare […]

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