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L’amore ai tempi delle proteste civili

 

di Inchiostro

A volte mi chiedo dove sia il trucco, se esista uno stratagemma. A volte mi sveglio e mi manchi più di ieri, forse un po’ meno di quanto mi mancherai domani, e penso che tutto sommato non posso lamentarmi, che questo senso d’instabilità è ciò che mi mantiene vivo, che non mi ci vedo a rassegnarmi del tutto, a sedermi in disparte. A volte mi sveglio convinto che non cambieremo mai niente, che abbiamo scelto la parte sbagliata, che tanto, per quanto si faccia, alla fine si è solo teppisti, solo violenti, alla fine si è più pericolosi di chi predica razzismo e sdogana il fascismo, la militarizzazione, la paura del diverso, la persecuzione del più debole. Che alla fine, per quanto si faccia, si viene accantonati per la sicurezza, per la disciplina, per dei tornelli che esclusivizzano spazi che dovrebbero essere di tutti.

Certi giorni mi sveglio e mi manchi più di ieri e meno di quanto mi mancherai domani e penso tante cose e ne immagino altrettante. Se solo le persone sapessero che qui sotto c’è la spiaggia, che il problema non è il porfido nell’aria ma la tranquilla fermezza, né l’occupazione di suolo pubblico, quanto la caccia al clandestino, che non è tanto lo sparare ad un uomo, ma sparargli nella schiena. Se le persone sapessero che qui sotto c’è la spiaggia, te l’immagini la faccia che farebbero? Ma non ci provano neanche, rimangono in disparte, confidano in istituzioni che fraternizzano con idee criminali, disumane, idee che davvero sono fuori tempo. In nome della tolleranza e dei diritti abbiamo rinunciato al diritto di non reputare opinioni certe idee, di non reputare parte della libera espressione certi concetti. E tolleriamo, concediamo. Concediamo la disumanizzazione degli zingari chiusi nelle gabbie, la criminalizzazione di intere etnie, la demonizzazione dello straniero. Concediamo che vengano chiamati teppisti, vandali, drogati dei ragazzi che tutti i giorni sono in prima linea, che tutti i giorni aiutano famiglie a rivendicarsi il diritto al tetto, che riqualificano e trasformano in spazi di aggregazione strutture fatiscenti, abbandonate al decadimento in nome della proprietà privata. Ragazzi che ci provano e ci hanno provato, quantomeno, a dire che Expo era uno schifo, che la TAV è un sopruso, che le idee salviniane non sono idee accettabili.

A volte mi sveglio e mi manchi più di ieri e meno di quanto mi mancherai domani, in un paese che vuole solo proteste civili, sottovoce, mentre i giovani lavorano gratis, mentre il voucher è la nuova forma retributiva e se ti trapiantano il fegato decidono di licenziarti. In un paese in cui si offre solidarietà alle forze dell’ordine anche quando qualcuno dalla caserma non esce più, e ci si indigna per i soprusi solo se e quando i giornalisti decidono che è ora di raccontare e non di tacere un fatto. Gli stessi giornalisti per i quali una bomba carta è un atto di violenza inaudita e uno sparo omicida nella schiena d’un ragazzo in motorino è un colpo partito accidentalmente. Mi manchi più di ieri in un paese che crede sempre alla versione ufficiale, che ci ha messo dieci anni per accorgersi di Bolzaneto e smetterla di dire che i manifestanti avevano provocato la polizia. Mi manchi meno di domani in un paese che pensa sia giusto dialogare con certi personaggi, che in nome di una indefinita superiorità morale ritiene che il dialogo sia sempre una buona cosa, anche con chi nei fatti e nelle parole non lo concede ad altri e, anzi, è intenzionato a negare diritti, a negare tutto a tutti coloro che non sono d’accordo con lui, o diversi da lui, o comunque scomodi al suo progetto politico.

Certi giorni mi sveglio, esco per strada, respiro la città. E mentre cammino, mentre con gli occhi inseguo le nuvole, mentre con tutto il romanticismo di cui sono capace sogno la rivoluzione, faccio come dice una canzone che ora esiste davvero, e guardo le persone e ti cerco nei sorrisi degli altri, che non sorridono mai come te.
[Lo Stato Sociale “Eri Più Bella Come Ipotesi”]

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