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Su Barbara D’Urso e i sentimenti pop: dialogo sulla morte del ragazzino di Lavagna

 

Ciao Roberta, grazie mille per la risposta, molto pacata (cosa che raramente ci meritiamo), sentita e ben argomentata.

In primis, è vero: le parole del nostro articolista nascono in larga parte dalla rabbia, “de panza”, come si usa dire oggi.

È il motivo del “disclaimer”, che di solito non viene inserito nei nostri articoli.

Ti assicuro che il mettere le mani avanti non era un artifizio retorico: quando Diego ha inviato l’articolo, pur avendo facoltà di pubblicarlo in autonomia, l’ha sottoposto al controllo redazionale e ha insistito per avere quel disclaimer: sapeva benissimo che stava deliberatamente violando la “sospensione del giudizio” che citi anche tu, che stava esprimendo opinioni molto forti, arrabbiate, potenzialmente controverse, anche per i nostri standard.

A scrivermi è Marco Valtriani, responsabile della pubblicazione dell’articolo in cui Diego Cerreti smembra il discorso funerario della madre di Lavagna, su cui mi ero espressa tra le pagine virtuali di questo blog. È a Diego che mi rivolgo, scavalcando le regole di una qualche comunicazione editoriale, perché non amo parlare per intermediari, tuttavia è alla disamina di Marco che faccio riferimento, non avendo avuto l’opportunità di confrontarmi direttamente con l’autore. Quando ho letto il tuo articolo sulla bacheca di un amico che stimo, la mia reazione a caldo è stata quella di commentare senza pudore, rivolgendomi a chi aveva forse equivocato il tuo scritto (per quanto io abbia ancora i miei dubbi rispetto al fatto che tu volessi realmente dire altro) riducendolo all’infelice espressione “madredemmerda”. Ho dovuto interporre tra me e i miei sentimenti una lunga passeggiata in spiaggia, un caffè con un’amica e un pomeriggio in biblioteca per recuperare la lucidità necessaria per vincere l’impellente tentazione di venirti a  ovunque tu fossi, e di prenderti a schiaffi. E solo quando sono tornata in me ho cominciato a scrivere. Ho cercato una spiegazione alla veemenza espressiva della tua impetuosa riflessione, l’ho trovata in un elemento che ci accomuna: la rabbia, come Marco conferma, dicendo che il tuo è un articolo “de panza”. Ma se un’emozione forte può giustificare la violenza espressiva, il mio punto di vista pretende che la stessa scusante venga applicata a una donna che ha appena perso suo figlio, con la differenza che né io né te abbiamo un’attenuante altrettanto valida. E il disclaimer (e qui ammetto la superficialità del mio giudizio) continua a sembrarmi una paraculata, l’equivalente del “non sono razzista ma”. Io contro quel “ma” lotto da tutta la vita, e sicuramente anche tu, perché se abbiamo sentito l’esigenza di esprimerci con tanto vigore sulla stessa tematica, sicuramente qualcosa ci accomuna. Ma quello che leggo nelle tue parole è: “Ho tanto rispetto per il dolore di questa famiglia, ma adesso smembrerò ugualmente i loro cadaveri”.

Ci tengo a ribadire una cosa: proprio la domanda che tu stessa poni, “cosa posso fare io affinché il prossimo sedicenne che si troverà in una situazione di difficoltà non si uccida?” è quella che secondo Diego viene drammaticamente tradita in quell’orazione. Perché si parla di dolore, di droga, di tecnologia, di giovani, ma non si parla MAI di responsabilità personali.

[…]

Lo stesso “perdonami” iniziale viene abbandonato subito senza spiegazioni. “Perdonami per tutto”, in certi casi, suona un po’ come “voglio il perdono anche se non ho capito se o dove ho sbagliato”. Dopo quell’incipit mi sarei aspettato una sorta di “aiutatemi a capire cosa ho sbagliato”, non “ragazzi, adesso vi elenco tutte le cazzate che fate”.

Questo processo alle intenzioni è qualcosa che fatico a comprendere. Su tutto il resto posso non essere comunque d’accordo ma capire al contempo che è sacrosanto avere pareri diversi. Ma questa necessità tipica del reality show peggiore nelle cui dinamiche siamo caduti, dalle cui trame siamo ingannati, mi fa paura. Abbiamo fame del pentimento in diretta tv come fossimo noi gli assalitori che devono mettere il proprio visto sulla vicenda affinché il Padre Eterno (o chi per lui) offra il perdono. Il fatto che Marco dica “quello che mi sarei aspettato dal discorso della madre”, come se si trattasse del finale di un film mi fa soffrire perché mi fornisce le dimensioni esatte della trappola in cui siamo oramai chiusi. Mi permetto di dire che, come giustamente noti anche tu, Diego, questa vicenda dovrebbe avere una dimensione (almeno in parte, aggiungo) privata. Ecco, io credo che il dolore di questa donna, il suo travaglio interiore, la riflessione sulla propria parte di responsabilità  (che comunque non nega) corrisponda a quella necessità di un ritorno alla sfera privata a cui non ci è dato partecipare, dal momento in cui è anche lecito che, in una tragedia tanto repentina, la famiglia non abbia ancora capito quali siano state le azioni, le parole, gli sbagli. E in quel “perdonami per tutto” io leggo esattamente lo stesso che dice Marco: “Non ho (ancora) idea di cosa sia successo, di cosa avrei potuto fare di diverso per averti ancora con me.” Forse questa donna, se non ne è già intimamente consapevole, ci arriverà con il tempo. Il tempo. Anche di questo voglio parlarti Diego, e di com’è connesso a mio avviso al concetto di responsabilità. Ti immagino scrivere il tuo articolo quasi senza respiro, con un impeto che condivido, dal momento in cui questa vicenda mi ha tolto il sonno, a tal punto la sento. Nel mio diario segreto ho scritto sullo stesso tema cose ben peggiori contro i benpensanti e altre oscenità affini. Ma – ce lo nostra mostra in maniera forse inconsapevole quella madre – salire su un pulpito (funerario o virtuale) significa assumersi la responsabilità di poter influenzare il pensiero di altre persone. Tutto il resto è nostro dovere lasciarlo nell’intimità della nostra cameretta. Ho visto gente condividere il tuo articolo caccompagnandolo con parole per cui forse rabbrividiresti. Perché la fretta – la fretta cieca del cibo al McDonalds o del like su Facebook, della corsa voyeristica verso il mostro che si consuma nelle espressioni patetiche di Barbara D’Urso o degli amori a largo consumo del salotto di Maria De Filippi – ti ha impedito di pensare  (se posso permettermi, e sì, sono una presuntuosa testa di cazzo) a come il tuo messaggio poteva essere recepito, facendoti perdere di vista la tua responsabilità di uomo intelligente e scrittore antagonista del potere. Se il mio nemico (i media, la finanza, la retorica) si appropria e sussume le armi tipiche del dissenso, inondandoci di informazioni equivoche, di consumismo sentimentale, di ricerca di un colpevole a tutti i costi, mi ribellerò cercando altre strade, opponendo all’impeto una stasi apparente entro la quale ho il tempo per respirare e per recuperare la mia umanità. Se H&M vende le magliette dei Ramones e questa cosa per caso mi disturba, io indosserò un maglione di lana e non per questo sarò meno punk.

Come giustamente noti, non sappiamo cosa sia stato fatto per quel ragazzo. Se il ricorso alle forze dell’ordine sia stato l’ultimo tentativo di una serie (la lista potrebbe essere lunga: da altri tipi di “punizione” più leggeri, al dialogo, al tentativo di informarlo correttamente sulle sostanze stupefacenti, al ricorso a psicologi e operatori sanitari, ogni caso è diverso).

Però quello che abbiamo sentito al funerale non comprendeva nessuna di queste cose, semmai era il ragazzo “che non parlava”. E che si faceva le canne e stava sempre su whatsapp. Hai ragione, in questi casi non c’è mai un colpevole unico (o un’unica causa), ma nell’elenco fornito dalla madre, guarda caso, ci sono solo cose che faceva il ragazzo. 

La sensazione di de-responsabilizzazione personale è forte ed è la cosa che ci ha lasciato basiti. non c’è mai un colpevole solo, ma nel discorso della madre del ragazzo sicuramente il colpevole non è lei. Ma, ancora: davvero i giovani non si dicono le cose guardandosi negli occhi? Davvero non dicono “sei bella” alla fidanzata?

Davvero i giovani non chiedono aiuto?

Il discorso della madre ha una parte (probabilmente) taciuta, sottesa, che non ci riguarda o che lei stessa non ha ancora elaborato (o, anche, che non capirà mai perché è una stronza e io non la conosco quindi non lo so con certezza) ma ha anche, in una circostanza simile, una parte pubblica. Non è la prima né l’unica morte in cui i parenti del defunto rilasciano dichiarazioni (se così si può chiamare un’orazione funebre). La differenza in questo caso è che, con le nostre palette degne della giuria di X-Factor, abbiamo dato un cattivo voto al discorso. Per ragioni che comprendo, e in una misura più grande di quanto possa sembrare, condivido. Sono tre le cose che non riesco proprio ad accettare: la filologia morbosa applicata alle parole, il processo alle intenzioni, l’incapacità di scindere la vicenda dalla sua strumentalizzazione.
“Avrei preferito che dicesse”, “avrebbe dovuto tacere”: fino a quando sostituiremo una regola con un’altra regola, con un’altra convenzione rispetto a come si dovrebbero fare le cose, non costutuiremo una valida alternativa per nessuno, perché saremo i primi proibizionisti. Mi metto in mezzo anche io, in eterna lotta tra il tentativo di abbracciare un pensiero multiforme e le numerose intransigenze a cui la mia esperienza personale e il mio percorso politico mi lasciano in eredità. Attaccarsi in maniera voyeristica all’uso dei termini, mi fa pronunciare a cuor leggero un “porco dio” che non so proprio come argomentare diversamente. Che questa madre possa essere perdonata se è arrivata impreparata al funerale di suo figlio.

Il processo alle intenzioni: io non leggo da nessuna parte la parola “colpevole”. Leggo una presa di posizione sulle proprie colpe (non specificate, ma mi sono già espressa a riguardo), l’ammissione che la vera madre sarebbe stata probabilmente una madre migliore (posso dire quasi per esperienza che ammettere una cosa del genere fa morire di dolore), e poi l’espressione di un punto di vista condivisibile o meno. Non è un sermone del tipo “voi giovani di merda”, sono consigli che io stessa darei a mia figlia. Spegni il cellulare, cerca di parlare, evita di drogarti fino a quando non sarai grande abbastanza per scegliere consapevolmente cosa fare della tua vita. Ecco, cado anche io nella tentazione di compiere un esercizio masturbatorio dicendo che avrei utilizzato la parola “giusto” e non “normale”. Perché all’età di quel ragazzino non parlare è normale, farsi le canne è normale ecc ecc. Ma questo non vuol dire che sia giusto, a quell’età, un’età che abbiamo avuto tutti e che tutti abbiamo affrontato in maniera diversa, perché questa storia ci mostra che non tutte le adolescenze hanno lo stesso epilogo, e che la nostra personale esperienza di ex 16enni non è la misura del mondo, dato che ciò che è stato giusto e normale per noi (la mancanza di comunicazione, i problemi in famiglia, un disagio espresso attraverso le droghe leggere) ha portato alla morte un ragazzo. Ma sento di poter perdonare la signora se non si è rivolta all’Accademia della Crusca per scegliere il lessico adeguato.

Terzo punto: la strumentalizzazione di questa vicenda è ovviamente vomitevole. Le prime vittime sono il ragazzino e la sua famiglia. Tutti noi veniamo dopo, ma ci siamo, e ne abbiamo le palle piene di questo buonismo. E allora che facciamo? La stessa identica azione del nemico. Vomitiamo rancore. Agiamo di fretta, con superficialità. Questa cazzo di tragedia, di cui conosciamo solo l’orribile epilogo, potrebbe avere come unica conseguenza positiva la riflessione, da parte nostra, rispetto a ciò che possiamo fare non per cambiare il corso del destino di quel ragazzino e della sua famiglia, perché purtroppo questo non è in nostro potere e di questo non ci dovremmo occupare, ma per riportare ciò che possiamo imparare da questo scenario orrorifico nel nostro orticello, accanto o all’interno delle nostre case, affinché i genitori non debbano arrivare a chiamare la Finanza, ma possano fidarsi della scuola, degli assistenti sociali, dei vicini di casa, del resto della famiglia.

Il tuo paragrafo “le droghe leggere” mi è piaciuto molto. Secondo me hai ragione.

“E quella mamma aveva tutte le ragioni di preoccuparsi, perché forse quel ragazzino non fumava per divertirsi – attività lecita e condivisibile – ma lo faceva per manifestare un disagio, al punto tale che poi si è ucciso. Non per la droga, non per sua madre, non per i suoi amici, non per noi stronzi, ma probabilmente per una somma di tutti questi fattori o forse per sue inquietudini che noi superficiali non potremo mai nemmeno immaginare.”

Verissimo. Perché se uno a sedici anni fuma le canne (o si ubriaca, o si devasta di energy drink per tirare tardi, o si fa i selfie penzolando da un cornicione) magari sta provando a divertirsi, ma probabilmente, soprattutto se tende a “alzare l’asticella”, contemporaneamente sta anche “chiedendo aiuto”: sta chiedendo attenzione, considerazione; sta chiedendo implicitamente che gli siano dati gli strumenti per gestirsi, per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma a chi lo sta chiedendo? Io, da giovane, di cazzate ne ho fatte. Ed ognuna di esse era almeno in parte una richiesta per i miei genitori: “ditemi cosa dovrei fare per non sentirmi così a disagio nel mondo”. Ho il terrore di quando sarà mio figlio a chiedermi le stesse cose, perché è un peso enorme da portare. È già difficile ora, figuriamoci fra qualche anno.

Ma la donna non ha detto questo. Ha detto: “vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario. Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. Invece di mandarvi faccine su WhatsApp. Straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza ‘sei bella’ invece di nascondersi dietro a frasi preconfezionate. Straordinario è chiedersi aiuto proprio quando ci sembra che non ci sia via di uscita. Straordinario è avere il coraggio di dire ciò che sapete.”

A parte che non è chiaro chi “voglia far credere” queste cose ai giovani, io qui non ci leggo nulla del ragionevolissimo argomento che hai portato tu. Non si accenna a un grido d’aiuto che non si è saputo cogliere, si scarica tutto sulle spalle dei ragazzi, colpevoli “di non parlare”. Questo è quello che ha fatto girare il boccino a Diego, non le canne o la finanza o chissà che.

È vero, l’orazione funebre – come tutte le orazioni funebri della storia dell’umanità – è ricca di luoghi comuni. Perché il luogo comune si chiama in questa maniera per una ragione ben precisa: sono scenari dell’anima ontologicamente condivisi da tutti gli esseri umani in quanto tali. Se c’è qualcosa che ci unisce, per quanto diversi possiamo essere, è il fatto che in determinate condizioni tutti gli esseri umani sani e senzienti provano dolore, gioia, odio, speranza. Non sempre la somma di fattori che ci porta a una determinata è la stessa, ma sono sicura di poter dire che tutti soffriamo quando perdiamo una persona cara. Quando io stessa ho pronunciato un discorso funebre, dalla mia bocca scivolavano, come se io fossi incosciente, una marea di banalità. Perché è questa la radice dell’essere umano: l’assoluta, confortante, popolare banalità dei sentimenti. Che poi i media sfruttino questa caratteristica meravigliosa, questa forma di sentire comune, per i propri laidi scopi, è tutt’altro discorso. Ma sono felice di soffrire e di gioire esattamente come soffrono e gioiscono milioni di altre persone, perché è questo che mi renda umana. L’amore, l’odio, il disprezzo sono cose estremamente pop, senza che questo voglia dire qualcosa di brutto.

Non volevamo sminuire il dolore di una madre, né giudicare troppo frettolosamente la vicenda, né fare propaganda pro o contro le droghe leggere: ma ci è stato impossibile non reagire a un discorso che sembrava scritto per la stessa Arena di Giletti in cui infileresti (forse giustamente) il nostro articolo. Un discorso che rischia – proprio per l’enorme carica emotiva che lo accompagna – di suonare come uno scaricabarile sulle spalle dei ragazzi, descrivendo il mondo e soprattutto il disagio dei giovani in modo approssimativo e riduttivo, in cui permane un’opposizione fra “voi giovani che non parlate e fate cose che non capiamo” e “noi genitori, che non capiamo ma che dobbiamo fare rete”. Una rete di genitori che controllano, proposta da una donna che ha chiamato la finanza per una decina di canne: sono sicuro che i ragazzi all’ascolto avranno apprezzato tantissimo.

Insomma, capiamo il dolore e non vogliamo sminuirlo e sappiamo che non si dovrebbe giudicare frettolosamente, ma ci è risultato impossibile non analizzare quel sermone, perché secondo noi rischia di essere addirittura dannoso e divisivo nel suo promuovere luoghi comuni.

Tutta questa parte è libera interpretazione, come lo è del resto la mia lunghissima disquisizione, e ne ho rispetto, perché è lecito farsi un’opinione su un fatto che viene reso pubblico. Ciò io non posso rispettare, perché urticante per la mia responsabilità, è il gusto morboso dell’operazione compiuta con articolo, l’insistenza sulla colpevolezza (diversa dalla responsabilità) che mi fa tanto pensare che bisognerebbe ascoltare fino allo svenimento “Killer star” di Immanuel Casto per renderci conto di quanto siamo ossessionati dalla necessità di additare il mostro. Siamo tanto abituati al fatto che i drammi familiari si risolvono chiamando “C’è posta per te” che siamo finiti prigionieri di questa stessa mentalità. Per me tutto questo è l’equivalente comunicativo di quell’orribile reality show sulle autopsie, è un atto paradossalmente demagogico e populista, in cui cambia il tipo di audience a cui ci si rivolge, ma non i mezzi né la violenza del messaggio . Ma amo delle parole di Marco la delicatezza nella scelta puntuale dei termini di questo passaggio. Un discorso che rischia – proprio per l’enorme carica emotiva che lo accompagna – di suonare come uno scaricabarile.
È esattamente lo stesso rischio che l’articolo di Diego corre, ed esattamente per lo stesso motivo.

Non voglio “avere ragione”, anzi, credo che ci sia molto senso in quello che scrivi, spero però di aver chiarito un po’ meglio perché abbiamo pubblicato quell’articolo, giusto o sbagliato che sia.

Grazie ancora per l’attenzione e la cura con cui hai voluto risponderci.

Nemmeno io voglio avere ragione, anzi: il mio è semplicemente un invito, nato da uno spunto offertomi dall’articolo di Diego, a ripensare alla ragione come un fatto plurale, a un ritorno verso l’idea di un coro di voci differenti e di teste pensanti ognuna per proprio conto pur partendo da una base comune che ci permetta di opporci alle granitiche certezze fittizie della tv spazzatura, nutrita dalle nostre tragedie e dalle nostre miserie. Questa è la mia lotta e, credo, in una certa misura anche la tua, Diego, e anche la tua, Marco.
Grazie a voi.
Con stima, disgusto e una forma bizzarra di affetto,

Roberta.

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