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Sull’aborto, sulla 194 e sullo spingere più in là

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(nella foto: Milano, Corso di Porta Ticinese)

di Marica Biancotti

Vorrei dire grazie a Fabrizio D’Alba, che è il direttore generale del San Camillo, e poi vorrei dire grazie a Zingaretti, presidente di Regione Lazio. Vorrei dir loro grazie, e poi mi sento qualcosa tra lo sterno e l’esofago, che non va ne su e ne giù (come il celebre “ovo sodo” del film di Paolo Virzì), una sorta di stato d’ansia descritto in modo colorito.

Incredibile che si debba dire grazie, nel 2017, perché qualcuno inventa nuovi modi di proteggere il nostro sacrosanto diritto all’aborto, quotidianamente non garantito a causa dell’alta percentuale di obiettori che si riscontrano nelle strutture sanitarie, come denunciano Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) e altre organizzazioni.

I ricorsi presentati in sede europea hanno fatto sì che l’Italia fosse sgridata dal Comitato europeo sui diritti sociali del Consiglio d’Europa, nel 2013, ma che de facto poi non rispondesse alle sollecitazioni. Se chiedi alla Ministra Lorenzin, sull’aborto e sulla condizione lavorativa dei medici non obiettori, ti sciorina dati di cali di aborti e di cali di non obiettori, che ci dovrebbero rassicurare su un ipotetico “miglioramento” della situazione: buone notizie, signore e signori, in Italia è diventato così problematico abortire che la gente ci rinuncia d’emblée e i non obiettori sono così osteggiati e carichi di lavoro, che decidono di obiettare, infatti nel bel paese il 70% di medici e infermieri sono obiettori di coscienza e il numero risulta in continuo aumento. Questa è soltanto una media, perché in alcune regioni la percentuale è persino più alta: nelle regioni del sud tra l’80% e il 90%, in Molise ad esempio abbiamo il picco nazionale con un 93,3% che significa due medici non obiettori in tutta la regione e, nonostante sia assolutamente vietato dalla legge 194, in molti casi si riscontrano delle vere e proprie “obiezioni di struttura” verso l’Ivg e verso l’aborto farmacologico (quello praticato nei primi 90 giorni di gravidanza) persino negli ospedali pubblici.

Il prezzo più alto resta quello pagato dalla donna, il giudizio di colpa che fronteggia quando decide di abortire in una struttura piena di obiettori, in aggiunta alla sofferenza che comporta l’aborto stesso.

Erica è livornese ed ha 47 anni, ci racconta che ha vissuto l’iter dell’aborto terapeutico (Ivg) sulla sua pelle agli Ospedali Riuniti di Livorno dopo aver deciso di interrompere la gravidanza perché il suo bambino risultava avere una grave malformazione non congenita.

Il suo percorso ad ostacoli comincia dal suo ginecologo obiettore, che la abbandona completamente nel momento in cui decide di effettuare l’aborto (quindi non la assiste negli esami e nella procedura clinica previamente necessaria) e continua con la perizia psichiatrica in ospedale per autorizzare l’Ivg- in buona sostanza subisce un vero e proprio interrogatorio al termine del quale la dichiarano inabile a crescere un bambino con quel genere di problemi.

Ma l’apice della disumanità di questa storia arriva con l’ostetrica di turno, anch’essa obiettrice, che latitava nelle ore del travaglio e all’ennesima telefonata carica di preoccupazione  dice: “d’altronde questa è stata una sua scelta”, a sottolineare la sua disapprovazione e a ricordarle che l’aborto avrebbe potuto evitarlo. Erica viene lasciata sola in una stanza con solo la sorella ad assisterla e durante il travaglio, viene avvisata dal personale che il turno successivo di operatori sanitari prevedeva soltanto obiettori e pertanto se avesse voluto continuare con la procedura quel giorno, avrebbe dovuto somministrarsi da sola, con le sue mani, l’ovulo che induce il travaglio a proseguire, fino all’aborto-parto. L’ultimo ovulo, quello con cui finalmente finirà il processo di travaglio, glielo somministrerà la sorella e finalmente viene portata in sala parto.

Erica racconta del dolore fisico e mentale, del rifiuto nella sua testa per questo parto per cui nessuna parte di lei era pronta e in cui il personale che dovrebbe assisterti ti tratta come se fossi una scocciatura o peggio qualcuno da giudicare, una brutta persona, mentre soffri per il figlio che stai perdendo e per la decisione presa con fatica. Erica, che ha due figlie ed è una splendida madre, oggi racconta di questa esperienza della sua vita di donna e di mamma, ancora carica di risentimento e dispiacere per tutte le persone che hanno dovuto subire o subiranno questo trattamento, che di coscienza e civiltà non ha proprio niente.

L’obiezione di coscienza non può diventare un abuso, un diritto smette di essere democratico nel momento in cui impedisce la fruizione (o anche solo la degna fruizione) di un altro diritto garantito. L’ospedale San Camillo di Roma, a fronte del vuoto normativo tra la legge e la sua effettiva attuazione, tenta una risposta efficiente assumendo, tramite concorso, medici già previamente non obiettori, proprio perché la legge prevede che il servizio debba essere comunque garantito, conditio sine qua non della 194, nonostante la libertà di obiezione di coscienza. La risposta arriva tempestiva: in Conferenza Episcopale si sollevano tumulti e barricate per l’ipotetica discriminazione del suddetto concorso rispetto ai medici obiettori, la Lorenzin grida alla “non previsione” da parte della legge di precondizioni di questo genere per tali concorsi.

Quindi, ricapitolando, tecnicamente in Italia possiamo abortire dal ’78, praticamente non riusciamo ancora ad abortire in modo consono 40 anni dopo che l’aborto ha assunto un ruolo qualificato ed è un servizio che esiste e deve esistere nella sanità, ma tutte le modifiche alla 194 spaventano a morte il parlamento e le risposte autonome, e persino legittime, provenienti da strutture e regioni sollevano pandemoni di polemica davvero non degni di un paese che si voglia considerare laico o anche soltanto democratico.

Risultano tristemente appropriate le parole di Sarah Weddington: “Ragazze, non date nessun diritto per scontato. Dovrete allenarvi a fare come feci io: “Push back barriers for women. Spingete i diritti più in là”. Parla l’avvocata che nel 1973, a 26 anni, vinse la battaglia per l’aborto alla Corte Suprema USA, e parla di Trump che, un mese fa, rinnovava la validità della Mexico City Policy (che impedisce il finanziamento governativo a organizzazioni che fanno informazione o praticano interruzione di gravidanza nel mondo).

In realtà ritengo che possa parlare anche per tutti i passi indietro, o in ogni caso non in avanti, dei governi occidentali in merito ai diritti delle donne, non per niente la marcia delle donne del 21 gennaio è stata iper-partecipata in tutto il mondo. Sarah ci dice di opporci e di non dare mai nessun diritto per scontato: “Adesso possiamo giocare a basket, essere ammesse a giurisprudenza, ma soprattutto disporre del nostro corpo.” Quindi non lasciamo obiettare nessuno sulla disposizione del nostro corpo, né su tutto il resto dei nostri diritti.

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