Un sabato dell’ultimo fine settimana di gennaio, tre donne sono state allontanate da una spiaggia pubblica a Necochea (Argentina) da 20 agenti e 6 volanti per aver preso il sole in topless. Verrebbe da chiedersi se non sia il titolo di un post di “Lercio”… Non può essere vero. Si devono essere sbagliati a riportare i fatti.
Sicuramente queste tre persone avranno commesso qualcosa di ben più grave. Invece no. E’ stato necessario un tale spiegamento di forze dell’ordine per controllare queste “sovversive” e finalmente riportare l’ordine in spiaggia.
Alcuni video che riprendevano la scena in spiaggia sono diventati virali, con ciò che ne consegue. E subito in risposta all’espulsione delle tre turiste, martedì 7 febbraio centinaia di donne hanno manifestato in diverse città argentine con un “tetazo” (a torso nudo) per chiedere la “sovranità” sul proprio corpo e rivendicare un cambiamento culturale per non essere più considerate un oggetto.
Questi sono i fatti che ho seguito sui quotidiani e sui social.
Mi trovo a Buenos Aires da qualche mese, alla ricerca di nuove opportunità. Sono una trentenne italiana come tante altre. Il vento mi ha portata fino a questa parte del mondo dopo aver conosciuto altri paesi e modi di vita. Posti a volte molto differenti tra loro, ma con un comune denominatore. Ogni luogo in cui ho vissuto e quasi ogni ambiente in cui mi sono mossa fin’ora mi ha sempre ricordato che prima di tutto sono una donna. Donna, ancora prima di persona. Donna in quanto non-uomo, proprio perché l’uomo non ha bisogno di definirsi uomo (nel senso di sesso maschile). Quando un uomo afferma di essere un uomo, lo intende come sinonimo di persona. Per noi donne non è così.
La differenza fra uomo e donna c’è. Esiste! In certi casi può sembrare un abisso. Non è vero che la parità è stata raggiunta. L’uomo è libero di esibire il proprio petto in spiaggia, la donna no. Il corpo della donna, sempre diverso da quello dell’uomo, va coperto per non ferire la decenza pubblica e non provocare gli spiriti maschili. Il corpo della donna da proteggere dalle aggressioni dell’uomo. Quindi il corpo della donne che, quando si scopre più di quanto l’uomo permette, è colpevole di ciò che subisce. Ma anche il corpo della donna che si copre troppo non va bene, perché si copre più di quanto all’uomo piace. Il corpo della donna bella e sensuale, da mostrare, da esibire, da vendere. Le nostre possibilità sono più limitate rispetto a quelle dell’uomo e viene da chiedersi se in fondo siamo realmente libere.
Questa è la cultura nella quale mi sono sempre mossa. Una cultura stretta, soffocante.
L’Argentina riprende perfettamente il filo conduttore già sperimentato negli altri paesi in cui ho vissuto. E dico perfettamente perché qui il maschilismo si percepisce, lo si può vedere, ascoltare, subire per strada quotidianamente. Spesso sento di “rischiare” in base alla scelta della strada che prendo per spostarmi da A a B anche in pieno giorno. Qui quasi tutte le scelte che prendo, sono dettate dalla consapevolezza di essere una donna. Sono una donna, sono fragile, mi devo proteggere e fare le scelte giuste. E’ un ragionamente che sta così alla base della maggior parte delle nostre scelte, che non ci facciamo più caso.
Quindi anche andare in spiaggia diventa una cosa su cui riflettere molto. Proprio a gennaio ho passato qualche giorno nelle spiagge della costa, a Mar del Plata. E, nonostante io sia abituata ad alternare il bikini al topless durante le mie giornate al mare, ho immediatamente percepito che qui non potevo. Non potevo proprio. Gli sguardi degli estranei sono insistenti, ti si piantano addosso come oggetti appuntiti, ti parlano, ti giudicano. E allora ho deciso (non liberamente) di mantenere addosso il mio bikini per passare una giornata tranquilla, al salvo.
Giorni dopo, quando ho visto il video delle tre ragazze di Necochea, ho provato tanta rabbia per ciò che era successo e allo stesso tempo una profonda ammirazione per il loro coraggio. Forza e determinazione rare. Ho visto tre donne libere, rifiutarsi di lasciare la spiaggia, manifestare il loro diritto ad essere uguali all’uomo di fronte alla legge, di fronte alla morale, di fronte alla società in cui vivono.
E finalmente mi sono sentita più libera. Libera e desiderosa di esprimere pubblicamente e a gran voce il mio dissenso a questo tipo di cultura che ci censura, che ci controlla e che ci spaventa. Ho partecipato anch’io al tetazo in solidarietà a queste tre combattenti, ma anche per me stessa e per tutte noi, generazioni presenti e future.
La manifestazione è stata convocata per le 17:00 sotto all’Obelisco di Buenos Aires, così come in altre città argentine. Puntuale, pacifica, bella, allegra ed eterogenea. Tanti visi sorridenti esprimere il loro dissenso a gran voce fino a sera. Donne a petto nudo, con i capezzoli colorati come fiori, in reggiseno o vestite, uomini anch’essi a petto nudo, vestiti o in reggiseno sotto lo slogan di “Si ellas no pueden, nosotros tampoco” (se loro non possono, nemmeno noi). Messaggi forti dipinti direttamente sulla pelle, cartelli dai toni duri e altri con giochi di parole irriverenti.
Rivendicare l’uguaglianza, dissentire di fronte ad un’evidente ingiustizia, manifestare la volontà di un miglioramento culturale, denunciare la violenza machista. Questo è stato il tetazo del 7 marzo in Argentina.
Come sempre la speranza è l’ultima a morire. La denuncia per esibizionismo contro le tre donne ha ottenuto come risultato una sentenza a loro favore. Il giudice ha immediatamente archiviato il caso e ha accompagnato la sua decisione con una splendida risoluzione (che consiglio a tutti di leggere) ed un invito alla legislatura bonaerense ad aggiornare un codice che risale all’ultima terribile dittatura.
Per concludere, ne riporto qui la traduzione di un paragrafo: “Una società diversificata e plurale non può aspirare all’unanimità delle opinioni. Ciò avviene solo nei regimi dittatoriali. Difficilmente ci metteremo d’accordo sulla nudità e su come praticarla. Perciò è necessario trovare punti di convivenza che ci consentano di avanzare verso modelli di società più libere, in cui esistano maggiori possibilità di esercitare i diritti e realizzarsi individualmente. Ed è inoltre necessario abbandonare certe ipocrisie che condannano una ragazza in topless in spiaggia, ma che girano lo sguardo di fronte ad atti di inusuale gravità.”
Buona lotta a tutti,
Cristina
—>>> altre foto della Tetazo realizzata a Rosario QUI – ne pubblichiamo alcune in basso.
Dalla tetazo di Buenos Aires
Dalla tetazo di Rosario (foto di Linea F.)










































TETAZO
che splendida parola!
Come la vorremmo tradurre?
Tettanza?
Tettarìa?
Tettéo?
Mi piaceeeeee
Eleonora Ingrassia,
sono d’accordo con te! Tetazo è una bella parola. Ho provato a creare una parola in italiano che esprimesse lo stesso concetto. “Teta” è tetta, ovviamente. E il suffisso -azo, da un lato è un aumentativo, dall’altro dà l’idea di qualcosa di violento e rumoroso come un colpo.
Per esempio, in Argentina si una spesso la parola “golazo” per indicare un goal fantastico, “montonazo” per indicare un’enorme quantità di qualcosa.
In italiano non lo tradurrei mai con tettazzo, perché -azzo è dispregiativo, nonostante l’assonanza. E qualsiasi altro suffisso italiano mi sembra che non si possa adattare al concetto di partenza.
Lo lasciamo così com’è? 🙂 TETAZO tutta la vita insomma.
tetazo significa a tette nude
e io sono d’accordo con loro…l’episodio dell’intervento della polizia è incredibile
e ho visto in giro un video, poichè alcune persone presenti in spiaggia hanno ripreso tutta la scena.
L’unico sistema per vincere questo bigottismo è semplicemente girare a torso nudo, come
girano i maschi fino a quando questi bigotti sessuofobi con grossi problemi psicologici non
la pianteranno di dire alle donne quello che è giusto fare.
solidarietà