Caro Michele, noi siamo te!

Caro Michele,

ho letto la tua lettera di addio e vorrei condividerla con le persone che mi leggono per dire che il tuo dolore l’ho provato anch’io. Ho pensato alla precarietà, ai debiti, al peso schiacciante di un’economia che tutto chiede e nulla restituisce, a chi ti dice che sono le tue competenze che contano quando in realtà non contano un cazzo. Alle persone che ti dicono che per lavorare non serve altro o che tutto quel che conta di te è che tu sia bella dentro. Tutte cazzate.

Mi sono abbellita dentro e fuori, ho cercato di restare in marcia sforzandomi di resistere il più possibile e poi, ad un certo punto, mi sono detta che forse il gioco non valeva la candela. Mi sono ritrovata a chiedermi quanto fosse facile cercare di aiutare gli altri e quanto fosse difficile chiedere aiuto per me, perché tutt* sono impotenti rispetto ai problemi altrui e ciascun@ di noi porta sul groppone la propria croce. Come te ho lottato, ho dissentito, ho criticato, non mi sono mai rassegnata al ruolo di vittima e ho combattuto, tra mille errori e tanto disincanto che si faceva strada pur se tra una variopinta e incessante ironia.

Mi sono presa per il culo, ho poggiato la mia testa sulla spalla di chi mi ama, per contare le minuscole opportunità che mi restano. Mi sono sentita sconfitta, vinta, molte volte e ho pensato che in fondo la mia assenza non avrebbe significato nulla perché non posso vincere battaglie già perse in partenza. Il mio contributo può forse dare speranza ad altre persone mentre il mio cuore sente diminuire il battito. Quello delle grandi passioni, di quando pensavi che avresti spaccato il mondo e immaginavi che nessuno ti avrebbe piegato mai. Invece non è così. Ti spezzano, ti piegano.

Ti piega il datore di lavoro che ti immobilizza e ti bacia e tu resti lì, ferma, perché non puoi perdere quel posto altrimenti non sapresti come mantenerti e mantenere chi dipende da te. Ti piega lo schiavista che ti paga in nero e ti tocca il culo, come fosse una cosa normale da farsi e di cui ha diritto per averti pagato due soldi di stipendio. Anch’io come te ho presentato curriculum, ho mostrato le mie capacità, ho accettato di fare qualunque lavoro e all’improvviso è arrivato forte un “perché?”. Perché il lavoro precario, perché la mia generazione deve soffrire e morire senza aver conquistato nulla di buono per sé e per altri. Senza poter lasciare nulla in eredità se non la sensazione di finitezza e scoramento.

Ho continuato a combattere, cadendo e rialzandomi in piedi con l’aiuto di chi mi voleva in piedi, perché fosse stato per me probabilmente avrei deciso di approfittare del momento di riposo e dormire, infine, cedendo ai ricatti, alle mortificazioni e perfino alle infamie di chi non riesce a trattarti da persona solo perché la pensi in modo diverso da l*i. Trovi nemici anche tra quelli che pensavi amici o se non proprio amici comunque caratterizzati da una sorta di sensibilità superiore. Invece trovi che i fascismi stanno dappertutto e che crescere per destreggiarti in un sistema patriarcale, dove comandano patriarchi e matriarche a loro affini, è uno sforzo che non ha mai fine.

Capisco la stanchezza di chi dice basta perché l’ho provata anch’io. Se non hai sogni, diritti, se le scadenze sono fatte di soldi da pagare pur se nella vita non hai guadagnato un cazzo, non basta rifugiarsi nelle storie di vampiri e lupi mannari in cui il bene vince contro il male, mostrato ogni volta sotto diversa forma. Ché poi, in realtà, finisce che mi chiedo se i veri eroi sono loro o chi riceve una cartella di tasse e non si spara in fronte continuando ad affrontare la mortificazione di chi ti tratta di merda perché ti ritiene soggetto non produttivo.

Ai vampiri non succede mai, di ricevere una cartella di pagamento tasse intendo, altrimenti si capirebbe chi succhia sangue a chi, e io sono stata privata di litri di sangue molte volte e molte ancora accadrà perché è del nostro sangue che si cibano certuni. Suicidarsi può essere un gesto di ribellione, forse, o una resa, o semplicemente una scelta da rispettare, con tanto di messaggio da inviare ad un ministro che non viene certo accusato per errore. Che sbaglio sarebbe quello di seguire la voce di gente di merda che ti dice che il tuo nemico è l’altro povero, perché immigrato, o perché ha una identità di genere diversa dalla tua.

Capire che il potere è verticale e che la gerarchia non può mai essere riconosciuta in orizzontale è una forma di consapevolezza della quale pochi godono. E forse chi immagina che il pericolo sia l’altro, quello diverso, continua a sperare in un futuro migliore. Noi consapevoli del fatto che a farsi guerre tra simili non ci si guadagna nulla, perché è di una rivoluzione dal basso che ci sarebbe bisogno, invece viviamo tenendo stretto un sogno, a volte, o un amore, o una maniera di essere che non intende diventare un alibi per togliere fiato a chi spera ancora.

Un gesto di quel tipo può solo suscitare una reazione forte, di rabbia mista ad impotenza, ma la rabbia è cosa buona, anche se le forze dell’ordine non fanno che anestetizzarla per impedirci di indirizzarla nei confronti di chi ci fa del male invece che su noi stessi. Ci teniamo tutto dentro, spesso, per apparire riusciti, perché la vergogna e il senso di colpa incombe e perché è più facile parlare di cose belle invece che di quello che davvero ci succede. Condividere un malessere non è facile, non lo è mai, e non si può mollare la responsabilità all’altro sesso perché non ti accetta, giacché anche quello è uno sfogo che prende di mira le persone sbagliate.

Lo dico a te, Michele, che denunci la tua solitudine sociale ed affettiva e in fondo parli di una alienazione umana che ci tocca in tutti i sensi e che trasforma in un unico blocco nero tutta la nostra esistenza. Quando il bilancio è così grave, per chi pensa di aver fallito su tutti i fronti, quello che si può fare è parlarne ma, vedi, neanch’io riesco a farlo con naturalezza. Non ci riesco se non per minuscoli frangenti che non spiegano niente di me. Con la convinzione che in questo mondo mostrarti vulnerabile significa dare un’arma in più a chi vuole distruggerti e se ti presenti in veste di persona, umana, porgendo uno sguardo triste e un sorriso privo di vitalità, c’è chi ti chiede di mostrarti diversa. Per non guardare dentro sé, per non riflettersi in uno specchio che ti obbliga a spostare lo sguardo. Per non affrontare i mostri che albergano attorno e dentro di noi.

Il mostro più grande, quello che combatto da sempre, è la paura. Ti blocca, ti disintegra, ti immobilizza e così a volte mi sento come quando quel datore di lavoro mi baciò senza che io lo volessi. Immobile, passiva, per poi risvegliare la parte ribelle di me in altre circostanze nutrendo tuttavia disistima per quella me che non ha reagito o non ha reagito nel modo giusto.

Caro Michele, ti parlo come fossi mio fratello, perché lo sei, in fondo, lo sono tutte le persone che vivono degli stessi disagi e che non trovano risposte salvo nel fatto di cercare compagn* di lotta che le facciano sentire meno sole. Rispetto la tua scelta, il tuo intento di eutanasia per una vita che tu dici già spenta. Se muori mentre respiri, se fai finta, tutto si compie e mettere fine all’inganno corrisponde ad un urlo potente che noi riprenderemo e porteremo altrove, perché l’eco del tuo urlo non si spenga e non si fermi.

Io sono te, Michele. Noi siamo te. Finché respiro ci definisce viventi. Finché l’amore ci mantiene al sicuro anche se non lo siamo realmente. Finché lottiamo. Finché, sconfitti, urliamo. Noi siamo te. Fatti di personal/politico senza darci mai tregua.

Con un abbraccio ai tuoi genitori

e un ciao a te.

Non è finita, ancora.

Non è finita.

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Comments

  1. Questo modello di società produce tutto ciò.Il dramma è che non sarà la sola vittima purtroppo.

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