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Che tipo di madre sono stata?

Raccolgo con l’indice una goccia di latte che scivola dalla buccia di un limone. Sembra una coccinella polare. L’ ha sputato poco fa mia figlia, spruzzi di latte sulla coppa azzurra colma di agrumi un po’ avvizziti. Schizzi di collera perlacea sui frutti, sulle piastrelle cobalto, sul mio pigiama.

La tazza a motivi infantili – ancore blu, pesciolini guizzanti, hippocampus marini – scaraventata a terra con un risentimento bambino e balbettante nella furia. Osservo in controluce la goccia scivolare pigra, scosto le tendine del mio sipario di cartapesta: lungo la strada i miei figli ondeggiano sotto la pioggia gelida come spettri ultraterreni nei loro k-way resi lucidi dall’acqua, la sacca per la merenda che urta ripetutamente i fianchi, le scarpe da ginnastica che assorbono l’umidità e in aula rilasceranno i vapori densi degli umori e dell’ammorbidente.

A me sembrano sagome mitologiche, con gli unicorni celati sotto i cappucci di pelliccia sintetica, le dita senza guanti fatte a squame, i piedi palmati, e ciò che provo da madre – adesso che la loro prima infanzia sta scivolando via come un disco su una lastra di ghiaccio lasciando posto all’accanito e ineluttabile cesellamento sociale – è simile a ciò che ho provato quando le infermiere me li hanno messi in braccio la prima volta: estraneità e mestizia.

Dondolavo me stessa da dentro un cratere inattivo, appoggiando la fronte contro le rocce laviche nell’irragionevole ricerca di un rivolo di lava con le bolle, di un sentiero di fuoco. Mio marito mi diceva “mi sento piccolo, senza te non ce la faccio”. Io mi dondolavo e sollevavo su di lui uno sguardo inerme e vacuo.
Giù in strada i miei figli ridono sotto l’acqua e si spintonano. Il padre li richiama spazientito.

Il cielo è biancheria infeltrita. A sinistra, una nuvola rosa a forma di fionda vigila sui tetti bassi delle case ed allunga un riverbero fluorescente sui vitigni covati da tendoni di plastica che si gonfiano e rigonfiano al vento. La rabbia di mia figlia per un divieto imposto sulla base di un’etica che ha sovrastato la sua, sgocciola via mentre lei porge una mano al fratello per aiutarlo a salire in macchina. Mio marito si passa rapidamente la mani sugli occhi gonfi di sonno tratteggiando, con noncuranza, la cartografia degli avvallamenti e dei rilievi degli appennini famigliari. Il suo sguardo si fa perplesso e agitato. La brina sul parabrezza si dissolve come una cupola di pan di zucchero.

Non c’è e non ci sarà mai innocenza nel mio amore. Ho smesso di dondolarmi non per tenerezza d’incanto né per orgoglio di trasmissione genealogica né per impulso a bilanciare la beffa di un desiderio fatto di carne cresciuta dentro altra carne, tra umori vitrei e gelatinosi, membrane come pellicole di alghe pressate, cordoni di tessuto molluscolare per veicolare ossigeno e cibo – la beffa di un desiderio che, nell’incarnarsi, ha disincarnato e reso immateriali le gestazioni a seguire. Quanto più la pelle dei miei figli si allungava e stiracchiava lungo le praterie del mondo e i muscoli ben nutriti andavano a riempire e tendere quelle sacche di pelle grinzosa, quanto più florida e scintillante si affermava nella crescita la carne, quanto più sottile e famelico si faceva il mio cuore di madre. Un cuore di madre simile ad una prugna disidratata. Alcuni pomeriggi, mi sedevo a terra e lo lanciavo contro il muro, aspettando il momento in cui mi sarebbe rimbalzato addosso.

Nell’atto impuro del rifiuto, nel dondolio sismico della mancata simbiosi, cioè che ha reso possibile le mie transizioni – quella da un cuore materno a forma di prugna a quella di un cuore ululante nelle radure fantasy di mondi di là da venire, che disegno per loro – non è stato l’amore che nulla guarisce e da nulla salva, l’amore da solo non mi è bastato, è stata la sensazione del potere. Mi ha fatta madre la percezione pungente, spinata, di poter esercitare potere di vita e di morte su qualcuno. La bolla d’aria ed il risucchio che ne è seguito hanno spostato gli assetti dei miei oceani. Piccole croste di terra sono emerse, qua e là. Ho accettato il potere, la responsabilità del potere, e il mio accudimento si è fatto più intimo e lieve, i sussurri – nelle lunghe notti solitarie di una famiglia astronave – i sussurri più giocosi e lieti.

Mentre tampono con un fazzoletto l’ultima goccia di latte su un agrume fuori stagione, mi chiedo se, negli anni della loro prima infanzia e tuttora, io abbia esercitato bene il mio potere e non – ovvio – nella tutela della loro salute, ma nel potere educativo, economico, affettivo, morale, psicologico che necessariamente ho esercitato. Se sono stata violenta, se il mio amore è stato arrogante o ricattatorio, se ho riconosciuto i confini dei corpi e dei sentimenti, se l’amore materno viola sempre l’integrità dei figli, senza risarcimento alcuno, oppure se tutto risieda nella cuciture, nella tessitura delle cose e delle giornate, nell’ordito dei baci, dei corpi sovrapposti nel sonno.

Non sono sempre stata onesta. E non sono sempre stata giusta. Ho peccato, allo stesso tempo, di assenze e presenze viscerali, ingombranti. Non ho sempre condiviso e delegato il potere al padre, tenerlo tutto per me mi ha fatto sentire potente. Sono stata una madre emotiva, incoerente, debole, a volte prepotente. Sono stata rifiuto e successiva fagocitazione e cento episiotomie nello sterno per partorire cento volte ancora, senza più l’illusione dell’innocenza.

Sono stata in silenzio, giuro, per tanto tempo.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara
9] A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale
10] Una giornata al mare
11] Il mio corpo
12] Possono gli affetti essere davvero liberi?
13] Le forme d’amore dei piccoli e le perversioni degli adulti
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Comments

  1. Lo sai perchè mi piace leggerti? perchè hai ragione tu… non è tutto bianco o tutto nero, l’amore non è sempre rosa, l’amore può essere sporco e farti fare cose che non diresti mai a nessuno, sia quello della famiglia e dei figli, sia quello della coppia di qualsiasi genere tu la formi. La nostra mente è un groviglio di pensieri e sentimenti e sbagliamo, o cerchiamo di essere meglio che possiamo magari senza riuscirci o senza essere compresi. A volte abbiamo voglia di far male. A volte mi sembra di avere una palude dentro di me invece che un anima. Mi sembra che nessuno voglia ascoltarmi e sotto nel mio intimo avere cento cose da urlare che non interessano a nessuno ma solo sapere di averle mi fa sentire viva e diversa da tutti. grazie

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