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#Parma: combattere il fascismo qualunque maschera indossi

Vi giriamo un documento scritto da compagne e compagni di Padova sui fatti di Parma. Buona lettura!

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Quanto successo a Parma è ormai di dominio comune nel movimento e questo documento non vuole essere un ennesimo riassunto dei fatti: l’intento è socializzare la nostra posizione, provare ad analizzare le cause di quanto è accaduto e chiederci come impedire che succeda ancora.

Se uno stupro è sempre un atto atroce, violento e prevaricatore, a rendere inconcepibile la violenza di quella sera a Parma è la consapevolezza che si sia verificata in un ambito politicizzato, nella sede di un collettivo, durante una festa per l’anniversario delle barricate del ’22 e, soprattutto, ad opera di sedicenti “compagni antifascisti”. Sostanzialmente in un contesto, un luogo, un momento, una compagnia in cui probabilmente Claudia si sentiva al sicuro, come verrebbe spontaneo a ciascun* di noi. Da sempre lo stupro è usato come forma di tortura sulle compagne da parte di Stato e fascisti; i componenti della Raf Parma responsabili di questo atto vile e ignobile vanno considerati alla stessa stregua e trattati di conseguenza.

Altrettanto fascisti e ignobili sono poi tutti coloro che, sapendo cos’era successo, non solo non hanno immediatamente frantumato le rotule agli stupratori, non solo li hanno coperti, ma soprattutto hanno escluso Claudia, l’hanno cacciata dai loro spazi, le hanno precluso ogni contatto con le realtà di movimento, l’hanno derisa, chiamata “infame” – lei, che l’infamia e la violenza le ha solo subite – insultata e minacciata. L’omertà e la colpevolizzazione della vittima messe in atto da questi, anche loro sedicenti “compagni antifascisti”, sono state una seconda violenza, un ulteriore sopruso feroce e prolungato, peggiore forse di quella dimostrata dai tribunali istituzionali nei casi di stupro.

Alla luce di tutto questo auspichiamo che tutti questi sedicenti “compagni”, questi personaggi vili, ignobili e fascisti non si facciano vedere nei nostri spazi qui a Padova, dove riceverebbero il trattamento dovuto ad ogni fascista.
Tuttavia, pensiamo che trattare protagonisti e spettatori di questa storia come i fascisti che sono non sia sufficiente: se un ambito militante ha potuto produrre simili rifiuti umani è evidente che qualcosa non sta funzionando. Il sincero orrore suscitato nel movimento all’emergere della vicenda non deve, secondo noi, esaurirsi in una condanna e poi essere dimenticato: non siamo giudici e, sebbene quanto accaduto a Parma sia di una gravità che mai avremmo potuto immaginare, non siamo nemmeno immuni.

Quell’orrore deve darci la spinta per riflettere su come combattere, tra noi in primis, la mentalità che ha generato tutto questo, su come difendere gli ambiti e gli spazi che chiamiamo “liberati” da ogni forma di sopraffazione e oppressione. La strada è capire che le idee per cui lottiamo devono guidarci anche e soprattutto nel nostro agire e vivere quotidiano: se siamo compagn* durante assemblee e iniziative, tanto più dobbiamo esserlo in casa, al bar, nei luoghi di lavoro e di studio. Nella nostra pratica quotidiana, nei rapporti che costruiamo, nei luoghi che insieme facciamo vivere, nelle lotte, nelle assemblee c’è già il seme della società che vorremmo costruire e ognuno di noi vivendo la propria vita ha anche la responsabilità di essere un compagno e rappresentare, attraverso la coerenza del proprio agire, le idee che lo guidano nella lotta.

Osservando la vicenda di Parma, quindi, individuiamo due fenomeni da estirpare: l’omertà e il sessismo.
Omertoso, per come intendiamo il termine in questo scritto, non è ovviamente chi tace davanti a sbirri e tribunali, che non riconosciamo e che in nessun caso sono nostri
referenti, ma chi ha coperto gli stupratori di fronte al movimento e continua a coprirli: due persone presenti quella sera, infatti, non sono state identificate e presumibilmente continuano a godere di un’agibilità politica che andrebbe loro tolta.

Come può qualcuno che si definisce “compagno” arrivare ad erigere un muro di silenzio per proteggere degli stupratori, invece di farglielo crollare addosso come sarebbe sano e giusto? Questo disorientamento politico, oltre che etico, può spiegarsi solo con quel percepirsi “banda” che, dall’essere strumento positivo di aggregazione e motivo di coesione, al venir meno dei principi che dovrebbero sempre guidare il nostro agire può degenerare in sterile logica da branco: l’antifascismo, sotto questa lente, perde di significato e anche l’azione diretta contro i fasci si riduce da pratica militante ad uno sfoggio di muscoli superficiale e machista.

Così non si è più in grado di separare la violenza come strumento da quella fine a se stessa, non si sanno più distinguere i compagni dai picchiatori.
La soluzione è riportare al centro l’ideale politico, rimanere coerenti con quei principi di libertà e parità per cui lottiamo: se ognuno ha le idee chiare è inevitabile allontanare chi fa il compagno in assemblea e il fascista nel privato. Nessuno pensa che sia facile superare l’istinto di difendere coloro con i quali condividiamo una parte così grande e importante delle nostre vite, ma si deve imparare che criticare un errore e agire di conseguenza, specie se si tratta di un comportamento fascista, sessista o razzista, non equivale a un tradimento, ma è anzi occasione di crescita personale e politica.

Per quanto riguarda il sessismo, invece, in molti abbiamo notato come sia una forma di discriminazione che viene individuata, presa sul serio e criticata meno di altre. Parma ha fatto scalpore perché la violenza lì espressa è stata esplicita e gravissima, ma tanti piccoli atteggiamenti che vediamo riprodursi tra di noi o in chi ci attraversa vanno criticati.

Bisogna porre un freno al giustificazionismo che spesso viene messo in campo di fronte a opinioni e comportamenti sessisti: non è difficile immaginare come tanti a Parma avranno detto che in fondo si era tutti un po’ alticci, che lei non ha detto di sì ma neanche di no, magari addirittura che era una “facile”. Ogni pratica sessista che avviene intorno a noi deve essere seguita da una presa di posizione immediata e priva di indecisioni: chi perpetua violenza e oppressione va allontanato. Ma a menare uno stronzo ci vuole poco, mentre è molto più difficile lottare contro la mentalità di cui è figlio e, proprio per non cadere in quella dinamica di violenza fine a se stessa e machista che abbiamo finora criticato, si deve attaccare la radice di quell’oppressione, costruendo rapporti di solidarietà con chi la subisce e momenti di dibattito collettivo.

Auspichiamo che le riflessioni scaturite da questa vicenda allucinante possano essere una spinta a mettere in discussione i nostri limiti e a lottare con sempre maggiore determinazione contro ogni fascismo, sessismo e oppressione al nostro interno come all’esterno.
Nel frattempo, a Claudia va tutta la nostra solidarietà.

Compagne e compagni di Padova

(Associazione Culturale Nicola Pasian, Centro di documentazione Comandante Giacca, Collettivo Tazebao, RadiAzione, Fronte Palestina Padova, Comitato di Lotta per la Casa, Mensa Marzolo Occupata, Collettivo Universitario RedAnt)

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