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Marciate in quanto femministe, non in quanto donne

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Da IncrociDegeneri:

All’indomani della Women’s March on Washington di contrasto all’insediamento del presidente Donald Trump, pubblichiamo la traduzione di due interventi di Yasmin Nair, membra e responsabile editoriale di Against Equality, queer challenges to the politics of inclusion, uno pubblicato su Versobooks  e l’altro sul blog personale dell’autrice. La portata e la rilevanza, anche mediatica, della marea rosa (sic!) non può infatti rimuovere le numerose criticità della manifestazione, priva di un’agenda femminista e costruita su slogan di matrice neoliberale, che si pongono in continuità con il processo di depoliticizzazione e di addomesticamento del femminismo attuato dall’Onu a partire dagli anni Settanta
. Non per nulla uno degli slogan che ha scandito le marce era la frase di conio clintoniano i diritti delle donne sono diritti umani oppure un altro  sfruttava l’identificazione del progresso delle donne con quello dello stato-nazione, già ripresa qualche anno fa  in Italia dall’esperienza di Se Non Ora Quando e tradotta con la dignità delle donne è la dignità della nazione. 

Analogamente, il discorso di Angela Davis, pur ribadendo la necessità di un femminismo intersezionale, non basta di per sé a spazzare l’egemonia delle democrats e non può essere l’unico parametro per giudicare una manifestazione di massa in cui le fila dell’organizzazione e della comunicazione non sono tenute certamente da Davis. Non crediamo di poter far politica procedendo a colpi di icone e di improvvise amnesie che, con il richiamo ad una non meglio specificata unità, cancellano i rapporti di forza e la memoria storica di precedenti esperienze deleterie, in cui il movimento femminista, privato delle sue componenti radicali, è stato ricondotto ad un femminismo di stato che rappresentasse tutte le donne, indistintamente, agli occhi del mondo. Per questo, le traduzioni di Yasmin Nair vogliono essere un contributo non solo all’analisi della giornata del 21 gennaio, ma anche alla costruzione dello sciopero transnazionale delle donne del prossimo  8 marzo.

MARCIATE IN QUANTO FEMMINISTE, NON IN QUANTO DONNE

di Yasmin Nair

pubblicato il 20 gennaio 2017 sul blog di Versobooks.com; traduzione di Deborah Ardilli e jinny dalloway

La Marcia delle Donne su Washington è stata oggetto di così tante controversie da farmi girare la testa, non protetta dal berrettino rosa.

In primo luogo, sono arrivate le accuse di esclusione delle donne nere, risolte invitando parecchie di loro a collaborare all’organizzazione della marcia. Come ha scritto Janet Mock, la marcia ha silenziato soprattutto le sex-workers. Al momento, l’espressione sex-work appare soltanto una volta, ma non è difficile percepire che quell’unico riferimento residuo al sesso è un boccone mandato giù con disgusto, con un arricciarsi dei nasi, e che sottintende che il sex-work può essere soltanto sfruttamento. A un certo punto, per breve tempo, la marcia è stata così inclusiva da arrivare a includere gruppi anti-abortisti (sono stati rapidamente allontanati).

Per la mia salute e per altre ragioni non mi è possibile sfilare in corteo al momento, ma mi sono chiesta, negli ultimi giorni, se sfilerei. E poi leggo e ascolto la “messaggistica”, e resto sconcertata.

Lo slogan stesso: “La sollevazione della donna = la sollevazione della nazione”. Ho davvero voglia di stare tra persone che nel complesso non hanno la più pallida idea di che cosa sia lo Stato-nazione e di tutti danni che ha prodotto? C’è persino una app, una app per la sollevazione della nazione. Com’è carina! Com’è pratica! Un colpetto, e la nazione stessa si erge, gonfia di avidità e di impulsi genocidari, forse pronta a bombardare altri paesi fino alla loro resa. Con un altro colpetto la nazione si abbasserà, afflosciandosi e riducendosi a una massa rosa e umida?

 Poi c’è il leit-motiv della marcia: “I diritti delle donne sono diritti umani, i diritti umani sono diritti delle donne”. Questa in realtà, e com’è abbastanza noto, è una frase di Hillary Clinton, pronunciata in un discorso tenuto alla Conferenza delle Donne di Pechino del 1995. La frase adornava borse per lo shopping e cianfrusaglie simili, parte del merchandising che si poteva acquistare sul sito web della campagna elettorale del 2016.

Hillary Clinton è la donna che ha respinto con scherno i giovani sostenitori di Sanders che volevano una rivoluzione [cfr. https://www.rt.com/usa/361338-clinton-sanders-supporters-remarks/ ], e che ha trascorso gli ultimi, e cruciali, mesi della sua campagna elettorale pranzando e brindando a champagne con i finanziatori ricchi a Martha’s Vineyard [n.d.t.: località turistica esclusiva], invece di fare veramente campagna elettorale; è la donna che ha perso stati come il Winsconsin e la Pennsylvania, in precedenza roccaforti democratiche. Questa è la donna che ancora afferma sinistramente che ci sono i russi dietro la sua sconfitta.

Era già pessimo che ci si aspettasse che io votassi per Clinton semplicemente a causa del mio genere; mi ripugna profondamente l’idea di dover sfilare in corteo adesso per restaurare il suo onore perduto, che è esattamente la sensazione che questa marcia mi procura.

Tuttavia, anche se rimango perplessa dalle tante questioni relative alla Marcia e alle sue ausiliarie, che mi sembrano tutte egemonizzate da Signore Bianche Perbene, penso alla bambina di nove anni, figlia di amici di un’amica, che insiste affinché la famiglia la porti dal Winsconsin a Chicago per partecipare. C’è sicuramente una svolta nell’aria quando qualcun* così giovane avverte il bisogno di partecipare in una cornice che è, al tempo stesso, politica e personale. E per quanto io sia sconcertata al pensiero di marciare con fastidiose Signore Bianche Perbene (che a volte possono essere dolcemente condiscendenti con le donne nere e mulatte, ma che, per dirla tutta, probabilmente non sono altrettanto carine in tanti altri modi), certamente riconosco che il fatto che tante donne si sentano persuase a marciare significa qualcosa. Quella signora ora settantenne ha dovuto stringere i denti per anni al lavoro mentre i suoi colleghi maschi la palpavano o peggio, e si prendevano il merito delle sue idee. C’è la professoressa che si è sentita dire dal direttore del dipartimento, dopo aver chiesto un aumento, che non ne aveva bisogno perché suo marito, professore anche lui, ne aveva appena avuto uno. C’è la lesbica troppo mascolina per i suoi colleghi i quali, anche se non l’hanno “presa per la figa” [n.d.t.: espressione usata da Trump], l’hanno trattata come fosse spazzatura. Ci sono anche le molte migliaia di donne molto più giovani, cis-, etero, queer, e gender-non-conforming, le cui aspirazioni sono ostacolate da un’economia in cui è ancora probabile che guadagnino 75 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini (chiunque sia inclus* nello spettro LGBTQ probabilmente guadagna ancora meno). Qualcosa di nuovo è divampato nell’aria per indurre in tanta gente la decisione di marciare.

Ma che cosa chiedono, esattamente, le marce? Nel caso di quella di Chicago, non c’è neanche un appello all’azione. C’è invece un appello a “connettersi, proteggere, attivarsi per i diritti delle donne, per le libertà civili, e per altre diverse istanze”. Non è chiaro che cosa significhi ciascuna di queste cose, una sfilza di verbi protetti da uno scudo di sostantivi instabili, leggermente tremolanti, che hanno l’aria di chi preferirebbe essere altrove, per favore.

 Si punta molto sull’idea che la presidenza Trump rappresenti una nuova epoca nel corso della quale i nostri diritti più elementari verranno cancellati. Ma, mentre non può esserci dubbio che le cose saranno di gran lunga peggiori, è pericoloso dimenticare che siamo qui a causa di un lungo, ininterrotto susseguirsi di cambiamenti che viene dal passato recente.

Consideriamo l’aborto. Le donne ora stanno versando denaro alla Planned Parenthood [n.d.t.: organizzazione che si occupa di fornire servizi relativi ai diritti riproduttivi e all’educazione sessuale] e dicono di temere la fine del diritto delle donne ad abortire. Ho delle notizie per voi, signore: la grande maggioranza delle donne in questo paese praticamente non ha accesso all’aborto; sia sotto le amministrazioni democratiche che sotto quelle repubblicane, abbiamo assistito a un costante logoramento del diritto di aborto. Nella maggior parte dei posti le regole di notificazione, i periodi di attesa e le direttive impartite ai medici sono così stringenti da rendere praticamente impossibile abortire. Maledizione, persino frequentare le facoltà di medicina non è più una garanzia di ricevere la formazione necessaria per eseguire procedura, come rivela questo articolo di una studentessa di medicina.

Il discorso clintoniano dei diritti di cui le marce sono così permeate localizza nel corpo problemi sistemici, li individualizza, e non riesce a riconoscere le questioni strutturali.

Ironicamente, individuando i “diritti” come la base da cui affrontare le questioni, le organizzatrici ci sconnettono dalle nostre realtà materiali e corporee. Marciare in quanto donne non ci richiede molto di più che considerare le nostre incarnazioni qui e ora (magari con l’aggiunta di qualche riflessione su “le generazioni di donne” o roba simile).

Come potremmo marciare diversamente? Marciamo in quanto femministe.

Marciare in quanto femministe richiederebbe un coinvolgimento più profondo con le storie politiche ed economiche, e a considerare in che modo tutto questo sia collegato alle storie politiche ed economiche di persone che, ovunque, sono intrappolate nel capitalismo.

Questo non significa che le donne che marciano non siano femministe, ma che a volte le marce faranno in modo di dissociare le donne che protestano da un’agenda femminista (i resoconti indicano che le partecipanti temono che le donne potrebbero — orrore! — arrabbiarsi e cominciare a urlare; poche si spingono a definire “proteste” questi eventi).

Il punto non è nemmeno se le singole marcino o meno in quanto femministe, ma il modo in cui le marce vengono inquadrate. Se la marcia delle donne e le sue affiliate fossero definite femministe, le signore ricche di Wall Street non indosserebbero il mantello delle redentrici. Un articolo del «Times» cita Jody Schwartz, avvocata tributarista di una grande impresa, che dice di sentirsi «in dovere» di marciare e prendere la parola «a nome di coloro che potrebbero non avere accesso all’assistenza sanitaria o all’aborto». Questo è il problema del discorso della destra, che individualizza le istanze delle donne riducendole alla questione di chi ha il privilegio e di chi non ce l’ha. Questo discorso permette a donne come Schwartz di dimenticare — o aggirare — il fatto che il punto non è salvare le meno privilegiate, ma smantellare i sistemi stessi che creano una diseguaglianza tale che le donne più povere debbano dipendere da persone come Schwartz affinché le salvino.

 Non incombe su Schwartz l’onere di lasciare il suo lavoro, ma su tutte noi quello di costruire e sviluppare un discorso femminista più forte.

All’interno di una marcia femminista, e perciò anticapitalista, a nessuno verrebbe in mente di mettere in discussione il fatto che negare alle donne il diritto di aborto equivale a negare loro l’uguaglianza economica e politica; una marcia femminista, e perciò anticapitalista, riconoscerebbe che non si può porre fine a qualunque tipo di ineguaglianza senza che vi siano diritti all’aborto pieni e inalienabili. Che le guerre con i droni, il genere di guerra così gradito sia a Obama che a Hillary Clinton, sono anti-femministe; non solo perché feriscono donne e bambini, ma perché contribuiscono alla costruzione dell’impero che accumula capitale per gente ricca come i Clinton e i Trump.

Una marcia delle donne ha paura di un uomo mostruoso, o sfoga la sua rabbia contro di lui; una marcia femminista comprende come eliminare il sistema che lo ha generato. Domani, marciate in quanto femministe, non in quanto donne.

DOVRESTE SFILARE CONTRO TRUMP?

dal blog di Yasmin Nairtraduzione di Deborah Ardilli e jinny dalloway

“Per dirla senza mezzi termini: tutto quello che vi proponete di prevenire sfilando, cari manifestanti, si è già realizzato”.

L’impensabile è accaduto. Le parole “Presidente Trump” faranno parte della nostra realtà per almeno quattro anni di qui in avanti.

In risposta, si stanno programmando delle marce ovunque, fra le quali una gigantesca a Washington il 20 gennaio. Una marcia delle donne, già impantanata nelle polemiche, è programmata per il 21. Dirò qualcosa di più al riguardo in seguito, ma per ora voglio concentrarmi sulla questione relativa all’opportunità di sfilare o non sfilare contro Trump questa settimana, o nei mesi e negli anni a venire.

Motivi di salute e questioni strutturali mi impediscono di unirmi a chi manifesterà il 20; ma se potessi, ci andrei. Questo non significa che io sostenga la marcia.  Sfilerei semplicemente perché penso che farlo, nel giorno dell’insediamento presidenziale, serva a inviare un segnale a un’estrema destra a cui guardano milioni di persone. In verità, non sono molto sicura di altro oltre a questo: non sfilerei per inviare un messaggio, perché non mi è chiaro quale potrebbe essere il “messaggio”. In generale, la posizione di tutte le marce sembra essere che “noi” abbiamo perso un qualche Eden, e che il paese — e il mondo intero — si stia avvicinando pericolosamente alla fine dei tempi.

Troppe persone, fra chi manifesta, sono arrabbiate per il fatto che non sia stata eletta Hillary Clinton, una donna spietata, avida, affamata di potere, che ha contribuito a cancellare il welfare per milioni di persone e i diritti di base per i migranti; che ha allegramente sostenuto guerre brutali contro altri paesi; che ha visto nella Presidenza un’opportunità per incrementare il patrimonio di famiglia attraverso una Fondazione corrotta. Non ho niente in comune con questa gente.

Le marce che sono state programmate sono la prova della grave amnesia politica e culturale che affligge la vita pubblica e la politica americana. Consideriamo, per esempio, una delle principali questioni di cui i manifestanti dicono di preoccuparsi: l’immigrazione.

Trump è stato criticato per la sua xenofobia apertamente professata, per la sua determinazione a deportare chiunque sia clandestina/o nel nostro paese e per il suo infame progetto di costruire un muro lungo 1000 miglia. Quest’ultima proposta gli è valsa la definizione derisoria di “Hitler del nostro tempo”.

Le parole di Trump sull’immigrazione hanno provocato una grande preoccupazione tra gente di sinistra e liberali. “Orrore!” gridano “il nostro paese è stato costruito sull’immigrazione, e non possiamo permettere che i piani anti-immigrazione di Trump diventino realtà”.

Allora, prima di tutto la verità è che questo paese è stato costruito sul genocidio e sulla schiavitù. Inoltre, nel 2006, Hillary Clinton ha votato il Secure Fence Act del 2006, che autorizzava la costruzione di una barriera di 700 miglia tra il Messico e gli Stati Uniti. La mia risposta preferita a questo è la battuta che qualcun* deve aver presumibilmente pronunciato sulla differenza tra la barriera di Clinton e quella di Trump: “Per 300 miglia, lo chiamiamo Hitler?”.

Poi, diamo uno sguardo all’immigrazione sotto l’amministrazione democratica.

Il 1996, l’anno in cui Bill e Hillary Clinton hanno temuto di perdere il secondo mandato, ha visto l’approvazione del draconiano Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act (IIRIRA) e dell’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA). Come ho scritto altrove, “presi assieme, i due provvedimenti hanno inasprito le sanzioni contro quelle che, in precedenza, erano infrazioni relativamente minori e hanno ampliato il raggio di incidenza del [complesso penitenziario-industriale]…prima del 1996, le persone immigrate illegali arrestate e incarcerate venivano rilasciate dopo aver scontato la pena. Dopo il 1996, sono rimaste in prigione fino al momento della deportazione. Da quel momento in poi reati minori, come la guida in stato di ebbrezza o una falsa dichiarazione dei redditi, sono stati classificati come “reati aggravati” e hanno messo gli/le immigrat* sulla corsia d’emergenza della deportazione”.

L’IIRIRA ha istituito anche i divieti di ingresso triennali e decennali. Questo ha voluto dire che, da quel momento, alle persone immigrate presenti sul territorio degli Stati Uniti per un periodo che superasse di sei mesi o di un anno, o di oltre un anno, il tempo accordato, sarebbe stato impedito di rientrare, rispettivamente, per tre e per dieci anni. Queste modifiche legislative sono largamente responsabili dell’enorme bacino di persone senza documenti che oggi rimangono nell’ombra dentro gli Stati Uniti piuttosto che arrischiare la partenza, persino per presenziare ai funerali dei loro cari o per verificare se possono fare domanda di re-ingresso legale dai loro paesi di origine.

E forse l’occasione è buona per ricordarvi che Obama ha deportato un numero di persone da record e non ha mai avanzato una sola proposta che imprimesse una svolta decisiva alle politiche migratorie. La DAPA [n.d.t.:  Deferred Action for Parents of Americans and Lawful Permanent Residents: provvedimento che permette ai migranti illegali che vivono negli Stati Uniti dal 2010 e che hanno figli che possiedono la cittadinanza statunitense o lo status di residenti legali permanenti di beneficiare di un’esenzione dall’espulsione] e la DACA [n.d.t.: Deferred Action for Childhood Arrivals: provvedimento che permette ai migranti illegali entrati negli Stati Uniti da minorenni di beneficiare di una dilazione di due anni delle misure di espulsione e di ottenere un permesso di lavoro] sono misure puramente esecutive, non legislazione vera e propria. Oh, e quel criticatissimo Registro Musulmano che vi ha riempiti di orrore? Esiste già.

Potrei fare una lunga lista di tutte le cose a cui le/i manifestanti dicono di opporsi — l’incarcerazione di massa, la brutalità poliziesca, l’influenza sempre più ampia e profonda di Wall Street sulla politica, i tagli alla pubblica istruzione e molto, molto altro — e mostrarvi che nessuna di queste cose è nuova, ma semplicemente parte di una lunga storia in cui i Democratici sono stati qualcosa di più che complici.  Come ha sintetizzato Arpi Kupelian in un commento su facebook: “Donald Trump è la parte visibile, non la storia”.

Per dirla senza mezzi termini: tutto quello che vi proponete di prevenire sfilando, care/i manifestanti, si è già realizzato. Donald Trump deve ancora fare una qualsiasi delle cose che vi sgomentano; i suoi predecessori, specialmente i Democratici, gli hanno spianato la strada, e tutto quello che lui deve fare è proseguire su quella via.

Le marce che sono state proposte sono intrise di ipocrisia. Ciò di cui i/le manifestanti sembrano lamentarsi è semplicemente il fatto che Trump non sia altrettanto garbato nel suo odio per le persone più vulnerabili, che non abbia avvolto le sue politiche infami nella retorica edificante dell’impero (“sì, li abbiamo distrutti, ma abbiamo insegnato loro così tanto”) o scherzato sui droni. Il vostro sfilare ha l’effetto di creare l’illusione di una rottura radicale nella storia. Di fatto, siete semplicemente la sutura tra un periodo terribile e un altro, e finché vi aggrappate alla fantasia che le cose stiano cambiando — invece di riconoscere la verità, cioè che le cose sono esattamente le stesse, solo con meno garbo — la vostra agenda politica, qualunque sia, è destinata a fallire e merita di fallire.

Detto questo, penso che dovreste marciare. Continuo, a costo di sembrare condiscendente, ma è necessario dire alcune cose. Molti/e di voi hanno conosciuto soltanto gli anni di Obama; quasi tutta la vostra vita si è svolta all’ombra del primo presidente nero e questa, per molte ragioni, è una cosa meravigliosa, piena di gloria. Ma è anche vero che molti/e di voi non sono mai stati implicati/e nell’attività politica reale, fisica, preferendo piuttosto lanciare minacce e aggredire sui social media, un misero surrogato dell’impegno politico. Se avete sfilato o protestato, questo molto probabilmente è avvenuto negli ambienti amichevoli dei vostri college o delle vostre università, tra persone che erano d’accordo con voi. Sfilare con migliaia, forse milioni, di persone che vi sono completamente estranee può essere entusiasmante, può addirittura cambiare la vita.

Questa probabilmente sarà una cosa nuova per molti/e di voi, che magari vi fa anche un po’ paura — non ci sono “spazi sicuri”, come li avete conosciuti fino a oggi, nelle sfilate pubbliche. Andate a sfilare per provare quel senso di connessione, o mancanza dello stesso, con le persone reali, anche quelle che vi infastidiranno pestandovi i piedi, letteralmente e metaforicamente. Imparate la gioia di gridare e mettere a tacere quelli con cui non siete d’accordo — la sinistra ha bisogno di litigare di più, non di meno — perché provare a formulare un discorso in tempo reale, senza la sicurezza del taglia-e-incolla, è un’esperienza completamente nuova. Se ve la sentite, rimorchiate per fare sesso con persone che potreste non conoscere e che potreste non vedere mai più (ma ricordate di non sentirvi mai obbligate/i a farlo; il sesso non è intrinsecamente radicale, come ho sottolineato altrove). Cercate di non essere deluse/i se le persone con cui sfilate non dovessero rivelarsi esattamente come voi — o simili a voi — nelle settimane o nei mesi o negli anni a venire. La politica come realtà vissuta non è mai statica, e non dovrebbe esserlo. Mentre sfilate, date un’occhiata a come funziona il potere: chi sta prendendo le decisioni, e perché? Chi sta definendo le priorità? Per quale motivo pensate le persone stiano sfilando? Parlateci. Se qualcuno vi sembra un babbeo che sta cercando di mettersi in mostra, probabilmente lo è. Fidatevi del vostro istinto.

Siate prudenti, con alcune modalità importanti. Non cercate di sfilare senza almeno due amic* al seguito perché, credetemi, non dovete mai avere fiducia nel fatto che grandi folle di persone vi proteggeranno. Tenete gli occhi aperti sui servizi d’ordine che scorteranno i manifestanti (se non ce ne sono preoccupatevi, e fate ancora più attenzione). I fondamentali sono importanti — portatevi dell’acqua e degli snack (molti suggeriscono di indossare pannolini — potreste essere arrestati/e e non trovare un bagno al momento del bisogno, in tutto quel casino). Abbiate un occhio di riguardo per le persone più vulnerabili — non alla maniera di un Salvatore Glorioso, ma semplicemente come una persona che potrebbe essere abile di corpo e forse fruire dei relativi privilegi di pelle e di cittadinanza e che può proteggere e avvertire altri/e che hanno più probabilità di essere presi/e di mira dalla polizia. L’ACLU [n.d.t.: American Civil Liberties Union] ha questo, sui vostri diritti legali.  Anche la DC Trans Coalition dispone di informazioni utili. Su facebook, Elijah Edelman avvisa che “le persone dovrebbero sapere che, a seconda di dove si viene arrestati nel Distretto di Columbia, entra in vigore o la giurisdizione federale o quella del Distretto. Le leggi distrettuali relative alla polizia e alle prigioni sfortunatamente non si applicano alla USPP [United States Park Police] o ad altre giurisdizioni di polizia che tecnicamente si trovano in territorio federale”.

A quanti/e fra voi si considerano veterani/e di queste marce: lascerò a voi il compito di spiegare come mai non avete sfilato durante tutti gli anni in cui Obama ha impunemente bombardato di droni altri paesi.

Perciò sì, sfilate, perché è necessario e perché molto probabilmente sarà un’esperienza straordinaria.  Ma sfilate con un senso della storia; promettete a voi stessi/e che, andando avanti, non muoverete una critica a Trump su una qualsiasi questione senza esservi prima chiesti/e: “Dove e quando questa cosa è già accaduta?”.

nasty

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