Women’s march 2017 – Il discorso di Janet Mock

Traduzione di Ethan Bonali

Prima di lasciarvi allo splendido ed ispirante discorso di Janet Mock,
con un breve sguardo al panorama italiano, ringrazio tutti quegli attivisti che si impegnano per una lotta comune, condivisa e intersezionale. Ringrazio soprattutto le attiviste e gli attivisti/* della Trans March che si sono impegnati a farla restare un evento nazionale nonostante tentativi personalistici di separare il movimento in nome di carriere politiche e protagonismo. Grazie a chi difende il movimento da falsi/e leader. Grazie a quegli attivisti che uniscono, ci aprono verso il mondo e non promuovono il separatismo.

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“E così siamo qui. Non siamo qui semplicemente per radunarci ma per marciare, vero? E i nostri passi, i nostri passi richiedono molto di più che mostrarci e dire le parole giuste. Richiedono di uscire dalle nostre zone sicure e confrontarci. Richiedono di difenderci l’un l’altro quando difficoltà e pericoli si presenteranno. Richiedono di vedere veramente noi stessi e di vederci.

Oggi sono qui come figlia di una nativa hawaiana e di un veterano texano di colore. Sono qui come prima persona laureata nella mia famiglia. Sono qui come qualcuno che si è spinto su questo palco per proclamare ,senza scusarsi, di essere una donna trans-scrittrice-attivista-rivoluzionaria di colore. E sono qui, oggi, grazie al lavoro di chi mi ha preceduta, da Sojourner a Sylvia, da Ella a Audre, da Harriet a Marsha.

Sono qui oggi per supportare le mie sorelle. Le mie sorelle e fratelli vengono picchiati e maltrattati, ignorati e invisibilizzati, sterminati e banditi dalla società. Le mie sorelle e fratelli sono stati buttati fuori da rifugi e scuole intolleranti. Le mie sorelle e fratelli sono stati messi in strutture detentive e nelle carceri e spinti verso una miseria più profonda. E tengo queste dure realtà nel mio cuore. Mi riempiono d’ira e di forza per andare avanti. Ma non si può sopravvivere di sola rabbia anche se giusta. Oggi, stando qui, è il mio impegno a renderci liberi che mi fa marciare.

La nostra marcia verso la libertà è identica a quella degli altri ma deve essere inclusiva e intersezionale. Deve andare oltre noi stessi. So, oltre ogni certezza, che la mia liberazione è collegata a quella delle trans latine prive di documenti e che chiedono rifugio. A quella degli studenti disabili che chiedono accessibilità senza barriere. A quella delle sex workers che combattono per rendere la propria vita sicura.

La liberazione e solidarietà collettive sono un cammino difficile da percorrere, è un lavoro che ci vedrà combattere insieme e combattere anche tra di noi. Solo perché siamo oppressi ciò non vuol dire che non cadiamo vittima nelle stesse dinamiche inconsce di oppressione, cancellazione e vergogna. Dobbiamo comportarci tra di noi con maggiore responsabilità e impegno per il lavoro che ci aspetta.

Venendo qui vi votate a questo scopo. Insieme stiamo mettendo le basi per una dichiarazione potente, una dichiarazione la cui posta in gioco sono le nostre vite e i nostri amori, i nostri corpi e i nostri bambini, le nostre identità e i nostri ideali. Ma un movimento – un movimento è molto più di una marcia. Un movimento è quello spazio difficile tra la realtà e la nostra visione. La nostra liberazione dipende da tutti noi, tutti noi che torniamo a casa usando l’esperienza di oggi e tutte le esperienze che ci hanno spinto ad agire, ad organizzarci, a resistere. Grazie”

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