Stupri e sessismo nei movimenti: comunicato di Queers of Chaos

Riceviamo e vi giriamo questo comunicato. Buona lettura!

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Quando c’è molto rumore, il silenzio stride più di una grande confusione.

Perché parlarne, e se ne sta parlando molto? Perché questo bisogno continuo di parlare di stupro?
È difficile giustificare questo mettere parole sopra parole, con il rischio di parlarci addosso, con la paura di perdere il punto della questione. Perché è importante parlare di stupro? E com’è importante parlarne, con quali obiettivi in mente?
Da queste domande è cominciata, per noi, l’analisi del percorso che abbiamo vissuto come collettivo. Ci siamo trovate sole ad affrontare cose enormi e tristi, spesso cinte da muri di merda. È stato tanto facile sapere quale posizione prendere, quanto difficile trovarsi a difenderla. Perché allora ora, che è evidente una presa di posizione collettiva condivisa, continua a essere importante parlarne?

E’ importante perchè all’inizio non era così. C’è stato bisogno che questa storia raggiungesse quella soglia superata la quale le persone non si sentissero più a disagio a parlare apertamente di quello che è stato: uno stupro; non si sentissero più a disagio nel prendere una posizione netta, senza se e senza ma. Purtroppo, è triste constatare come questa soglia sia, spesso, terribilmente alta e che non tutti i casi riescono a superarla. Dipende da chi è lo stupratore e da chi la sopravvissuta, dipende da chi si prende in carico di appoggiare la sopravvissuta e chi tristemente ancora difende l’abusante. Parlarne, insistere anche a costo di diventare petulanti e noiose, fintanto che la soglia si abbassi fino a terra, fintanto che i nostri amici e compagni non titubino più nel prendere una posizione decisa da subito, chiunque sia la/il/lu stuprat* o abusante, è lo scopo.

Pertanto, non pensiamo che ci sia un modo sbagliato nell’affrontare questo argomento, se non quello di rimanere in silenzio così da appoggiare il prevaricatore e coloro che lo difendono. Rimane che noi, come collettivo, preferiamo la modalità non emergenziale, preferibilmente non su internet, ma quella del confronto continuo e diretto, che permette un costante miglioramento delle metodologie attive e pratiche per liberarci e liberare gli spazi che attraversiamo.

Per questo abbiamo proposto un ciclo di incontri, piacevolmente partecipati, sul tema, che ha affrontato l’argomento dalle sue basi: dai comportamenti quotidiani riprendendo quella felice pratica che è l’autocoscienza, così da risalire passo dopo passo quella che noi abbiamo deciso di chiamare “piramide di merda”. Le basi di questa piramide sono costituite dal perpetuarsi di dinamiche quotidiane sessiste che sostengono atteggiamenti ben più pericolosi ed oppressivi, fino a perpetrare e coprire molestie, abusi e stupri.

La materia di cui è costituita questa piramide di merda è privata e pubblica insieme. Bisogna decostruire per costruire e questo è il modo che abbiamo scelto per affrontare quello che tanti fanno finta di ignorare; perché è difficile, perché mette in discussione quella parte che ognuno di noi, chi più chi meno, ha in qualche modo interiorizzato e che fatica a riconoscere e contrastare. Da qui il nostro proposito di attivarci senza parlare di casi specifici.

Crediamo necessario lavorare su due fronti: da un lato un costante supporto alla sopravvissuta, dall’altro un percorso di presa di posizione fatta da assemblee, dibattiti che affrontano il problema del sopruso, della violenza e del sessismo con un atteggiamento trasversale, ammettendo un’autocritica che coinvolga noi e chi ci circonda.

La posizione da prendere non è solo legata ai gravissimi casi di stupro, ma ad un sistema che porta le persone a non prendere una posizione pubblica quando non è chiaro il vantaggio che ne traggono.
Ci sono cose per le quali ci chiameranno noiose, petulanti, “scassacazzi”. Noi ci auguriamo una presa di coscienza collettiva, un rendersi conto delle proprie posizioni di privilegio e ribaltarle, metterle in gioco, sino al rischio di perderle e non una risposta emergenziale che parte spesso solo perché sono le realtà individuali e vicine ad essere toccate.

Sarebbe bello potersi rilassare nella morbidezza di un pensiero anti-sessista e femminista condiviso, dove essere sicure che se fossimo violentate e/o abusate le persone saprebbero su due piedi da che parte stare.
Il primo dibattito che abbiamo fatto partiva dalle esperienze individuali messe in condivisione. È risultato che, come può sembrare ovvio, quando ci sentiamo interni ad una rete solida, solidale e condivisa è più facile denunciare un abuso e rispondergli, è più facile esprimersi. La solitudine, il pensare che il privato debba rimanere tale, è ciò che bisogna combattere. È importante condividere le esperienze, non sentirci nate imparate, metterci in discussione.

Nella pratica creare questa rete è possibile solo incontrandoci direttamente, guardandoci negli occhi, comprendendoci. Ci fa sentire più forti, quasi come una lezione di autodifesa. Per quanto il dibattito sui social media può avere la sua utilità, come mezzo è passivo e alienante, non mette in gioco emotivamente, è facile e liquido. Scorre troppo velocemente e deve essere accompagnato da qualcosa di più concreto e permanente. Abbiamo la responsabilità di costruire collettivamente un pensiero, non di condividerlo con un click.
Sono molteplici i vantaggi dell’uso della metodologia diretta. Uno di questi, e non di secondaria importanza, è il non prestare il fianco all’abuso perpetrato dai media mainstream che sfruttano casi del genere per guardare, a mo’ di piccolo chimico, il movimento come un esperimento sociale, mettendone in evidenza le pecche e le miserie.

Un altro, e forse il più importante dei vantaggi, è quello di togliere la sopravvissuta dal passivo ruolo di vittima, riconoscendola come soggetto in grado, se vuole, di agire e reagire.

Qualunque sia il suo tempo e la sua decisione deve sapere che non deve obbedire a voi, ai media, alle pressioni di chi la vuole nominare portavoce antiviolenza, ma che, qualunque cosa accada, vi troverà sempre lì, a darle una mano, quando sarà pronta.

Queers of Chaos

(Bologna)

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