#IAm/Aim – Il tempo buio della Restaurazione

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di Fabrizia

Viviamo nel tempo buio della restaurazione. Uno dei molti segnali è senza dubbio l’appropriazione culturale indebita. È un metodo subdolo, passivo-aggressivo, per rendere invisibili le persone più soggette all’oppressione e alla discriminazione sociale. È il puerile e parossistico sovvertimento delle parti, che fa gridare al razzismo contro i bianchi, alla discriminazione degli etero, all’oppressione maschile da parte del genere femminile.

Voglio parlare di quest’ultimo punto, che emerge spesso nelle discussioni sulla parità che cert* sedicent* antisessist* stanno fomentando. La responsabilità di tutta la cortina fumogena e mistificatoria sulla questione del sessismo, è in buona parte riconducibile a due correnti di pensiero opposte, ma accomunate da toni, linguaggi e modi simili: quella mra (men’s rights activism) e quella radfem (femminismo radicale). L’ ideologia escludente, il settarismo, i modi autoritari di rivendicazione delle loro istanze, li rendono ugualmente collusi con il persistere del sessismo e del patriarcato.

Che, se da un lato ne viene negata l’esistenza (mra), dall’altro le radfem rendono invisibili, talvolta negandole, le dolorose ricadute che il patriarcato ha sulla vita di molti uomini. L’mra non solo nega l’esistenza di un assetto sociale piramidale, il patriarcato, alla cui base vi sono sempre state le donne, ma addirittura indica il femminismo come responsabile principale delle sofferenze maschili. L’accusa è: il femminismo non si occupa dei diritti degli uomini. Che, detto così, capisco che funzioni piuttosto bene come specchietto per le allodole. Peccato che si riferisca solo ad una corrente specifica, quella rumorosa e separatista delle radfem. Che però non è certo la più rappresentativa.

Ha molte colpe, tra cui anche quella di fornire un assist formidabile ad un becero machismo travestito da antisessismo, quello degli mra, appunto. La realtà ci dice che i femminismi sono diversi e che il femminismo intersezionale fa molto di più che “occuparsi anche dei diritti maschili”: dà voce e rilievo a tutti i soggetti, accoglie storie individuali, combatte gli stereotipi di genere, di tutti i generi, andando oltre l’ identitarismo sterile e normativo. Interseziona le sofferenze.

Partendo da due dati innegabili:

1) Il patriarcato è vivo e vegeto più o meno ovunque, e si manifesta attraverso una struttura verticistica in cima alla quale troviamo il solito club privilegiato, esclusivo ed escludente. In Occidente indossa gli abiti con i lustrini del capitalismo, versione aggiornata, rivista e al passo coi tempi del feudalesimo.

2) Il sessismo è veicolato in modo trasversale dai sessi.

Riguardo al primo punto, una delle accuse che l’mra rivolge al femminismo è quella di non considerare le statistiche delle morti maschili sul lavoro, adducendo il fatto che le professioni più usuranti e rischiose sono di esclusivo appannaggio degli uomini, ad esempio nelle miniere e nel settore edilizio. Questo, ovviamente, per annullare la credibilità e la tangibilità del femminicidio. Anche perché se dovessero scagliarsi contro il vero colpevole, dovrebbero prendersela con il capitalismo. Che, udite, udite, non è una creazione del femminismo. No, in realtà conducono un perverso gioco al ribasso dei diritti, volto a mostrare in modo parziale, strumentale e vittimistico una piaga dolorosa che s’interfaccia con molte altre forme di oppressione, tutte derivanti dalla stessa piramide.

Rivendicano quello che io definisco l’ossimoro dell’mra, ovvero “il ruolo di vittima privilegiata”, usando statistiche di morti maschili per portare avanti il loro processo negazionista nei confronti del femminicidio. Il fatto è che la sicurezza sul lavoro, il rispetto della dignità, del tempo, dei corpi, del diritto ad una giusta retribuzione di chi lavora, sono i fondamenti di una battaglia comune, trasversale ai generi. O pensano che la parità si raggiunga puntando all’equa ripartizione delle sciagure? Non lo sanno che lo sfruttamento sul lavoro colpisce indistintamente?

Un esempio tra i tanti: al soldo del caporalato agricolo lavorano molti uomini, soprattutto immigrati ma non solo, e anche moltissime donne. Le quali spesso, oltre ad essere sfruttate per il lavoro nei campi in condizioni disumane per due soldi, vengono ridotte anche alla schiavitù sessuale. Alla mercé di datori e caporali che approfittano del loro status di clandestinità. E crepano anche, nell’indifferenza e nel silenzio generale; non finiscono nelle statistiche. Nessun* di tutta quella varia umanità viene rappresentata nei numeri di mra & co.

Avere una mente intersezionale significa questo: guardare in faccia tutte le tragiche realtà, cercando di analizzarne i motivi e le colpe. Che hanno spesso un denominatore comune: la cultura patriarcale sessista, settaria, razzista, omofoba, transfobica, classista, specista. Il suo esplicarsi in modi e livelli diversi.

Riguardo al secondo punto, siamo di fronte ad un paradosso: da una parte l’mra indica il corpus unico “donne” come categoria in fase di sopravanzamento sui diritti degli uomini (!), dall’altra le radfem, che indicano nel corpus unico “uomini” il solo, grande nemico dell’emancipazione femminile. Eppure, se avessi un centesimo per ogni volta che ho letto o sentito dire da esponenti di ambo i sessi che sta alle donne non farsi molestare e stuprare, sarei multimilionaria. Parlo del così detto victim blaming, per cui le donne devono essere attente, prudenti, realiste, pudiche e “decorose”. Sono più di tre decadi che ascolto gli stessi discorsi.

La convinzione che è compito femminile vivere in sicurezza è diffusa tra tutti i generi e sessi. Gli mra implicitamente (ma neanche più di tanto) sostengono l’incapacità dell’autocontrollo maschile come un fatto strutturale, congenito; a questo proposito vi rimando alla lettura di alcune “perle” di Farrell e Vorek, punti di riferimento mra. Le radfem attaccano le donne che desiderano disporre del loro corpi e delle loro vite come meglio credono: vedi guerra contro sex workers, gpa, esibizione del corpo femminile in generale, senza distinzioni. Per le radfem, le donne che compiono scelte diverse da quelle che loro ritengono giuste per tutte, sono vittime del maschilismo interiorizzato.

Tornando all’inizio: ciò che sta facendo l’mra è appropriarsi delle culture femministe, ribaltandole per sostenere rivendicazioni machiste; al contempo tuonando con un j’accuse generico, verso un’entità unica di femminismo, quello radicale, spacciandolo come unico interlocutore. Offuscano e strumentalizzano le problematiche maschili, che ci sono, sono varie e derivano dalla cultura patriarcale. Ma non sta a me raccontarle, nè all’mra schiacciarle e soffocarle nel calderone qualunquista che chiamano attivismo per i diritti maschili. Come non è compito delle radfem stabilire ciò che è emancipazione e ciò che non lo è per tutte le donne.

Io rivendico con forza il cammino ostacolato dalla restaurazione, quello verso la cultura dei soggetti. Ovvero una prassi quotidiana di liberazione, di autodeterminazione, che non può essere ridotta ad uno schema identitario e normativo valido per tutt*. Perché le nostre vite, i nostri corpi, i nostri generi, le circostanze in cui agiamo, i territori in cui viviamo, le classi sociali a cui apparteniamo, sono realtà uniche e personali. E il personale è il vero strumento politico, questo ci dice il femminismo intersezionale. Il mio femminismo.

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Comments

  1. A me l’unica che sta cercando di creare una cortina fumogena sembra l’autrice del post. Prende uno solo dei cosiddetti “problemi maschili” denunciati dai movimenti antisessisti e ci costruisce attorno un castello di carte, arrivando addirittura a bollare il capitalismo come invenzione del patriarcato, tesi molto discutibile e priva di fondamenti. Sarebbe bello citare anche le altre disparità esistenti, magari trattando il tema dei suicidi, delle liste di leva, della collocazione dei figli e dei padri separati, dell’abbandono scolastico, etc. Questo non è sovvertimento delle parti, nulla ha a che vedere con il presunto razzismo, del tipo “loro stanno in hotel” e cose di questo genere. Trattasi semplicemente di lasciti di una società patriarcale, che per il resto è stata in gran parte demolita, nei quali le donne si crogiolano approfittando di una posizione che ormai è diventata di rendita. Difendere queste posizioni fa male soprattutto al movimento femminista, che dà l’impressione di utilizzare due pesi e due misure e perde credibilità.

    • Ma il problema è che “mra” e “radfem” assolutizzano dividendo il mondo in due, senza tenere conto delle variabili che invece sono proprie di una visione intersezionale. L’autrice del post secondo me ci azzecca perfettamente nel descrivere questa specularità tra le due forme di pensiero!
      Ad esempio “le donne si crogiolano” è un’affermazione che rientra nel dualismo di cui sopra.
      Poi parliamo di problemi maschili, non vedo l’ora, ma a partire dalla consapevolezza che la lotta è comune a tutt*, ed è contro capitalismo e patriarcato.
      (Capitalismo e patriarcato: non è che uno generi l’altro, ma nella società occidentale egemone si intersecano inscindibilmente rappresentando ciò che possiamo chiamare il Potere)

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