Quando la famiglia non supporta una bambina transgender

Lei scrive:

Cara Eretica, ho seguito la discussione sui bambini transgender e vorrei esprimere la mia opinione se me lo permetti. Non voglio insegnare niente a nessuno. Voglio solo raccontare la mia storia. Sono nata maschio ma mi sentivo femmina. Non ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi appoggiasse. La mia famiglia ha una istruzione media, è ignorante su molte cose e pensava di fare il mio bene quando mi ha proibito di indossare abiti da femmina o di giocare con le bambine. Mia madre, soprattutto, esprimeva preoccupazione per il mio futuro e tentava di convincermi che si trattava di una “fase”. Oh, quante volte me lo sono sentita dire. Tutta la mia vita, secondo molte persone, è stata ed è ancora una “fase”.

Coy, la bambina del documentario che hai recensito, è stata portata da una psicoterapeuta. Io sono stata portata in Chiesa. A 9 anni pensavo di suicidarmi perché per tutti ero “malato”. Mia madre per paura che mettessi in atto i progetti di suicidio mi portò da uno psichiatra. Non era un genio e mi ha solo dato farmaci per la depressione. A 13 anni ero in cura e mia madre mi diceva che non c’era problema per il fatto di essere “gay” ma dovevo convincermi che non ero femmina. Non posso spiegare in altre parole quello che sentivo perché c’è chi lo scambia per un capriccio. Per tutta la mia adolescenza sono stata una ragazzina sola, depressa, sorvegliata a vista, autolesionista. Mi tagliavo e mangiavo poco, a volte niente.

Dopo la prima liceo mi rifiutai di frequentare la scuola dove continuavo a subire atti di bullismo. Gli insegnanti non mi hanno aiutato. Loro stessi avrebbero avuto bisogno di corsi di aggiornamento su sensibilità ed empatia nei confronti delle persone transgender. Avevo sopportato abbastanza. Ho tentato il suicidio e sono finita in un reparto di psichiatria dove finalmente mi diagnosticarono la disforia di genere. E’ violento il fatto che debba essere uno psichiatra a dirti quello che tu senti fin dall’infanzia. Mia madre recepì la notizia come se le avessero detto che avevo un male incurabile. Si rassegnò come ci si rassegna ad una malattia terminale. Non si poteva fare più niente e lei piangeva come fossi già morta.

Questo però mi diede la libertà di cominciare a essere chi volevo essere. Ancora non ho ultimato la transizione e non so se voglio operarmi perché io sono una donna anche se ho un pene. Questo è un altro problema perché tutti vogliono piazzarti di qua o di là. Io sono questo e voglio essere lasciata in pace così come sono. Non so se cambierò idea e d’altronde sulla mia carta di identità sono ancora una persona con un nome da uomo. Ti cambiano il nome solo se ti operi e questa per me è un’altra violenza.

Mi piacerebbe essere libera di scegliere e in un certo senso non lo sono, non lo sono mai stata. Questa è la mia storia e spero serva a chi sta ancora combattendo per esistere. Grazie.

Teresa.

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Comments

  1. C’è molta ignoranza sull’argomento…molti non capiscono che è un modo di essere e non può essere modificato

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