Noncomforming anziché transgender: autodefinirsi senza attribuire ad altr* il proprio vissuto?

Sara ci ha inviato una lettera che abbiamo pubblicato pur considerando che meritasse critiche e approfondimenti, informativi, da parte di chi ha interesse a raccontare quale può essere la condizione di un bambino o una bambina transgender. Ethan le ha risposto QUI e quella che leggete sotto è la risposta ulteriore che Sara ha voluto inviarci. La discussione è aperta e giacché interessa invitiamo a prendere parola, dal personale al politico, a chi ha voglia di raccontarsi e dirne di più. Buona lettura!

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Ho trovato interessante l’interpretazione di Ethan, che mi identifica come una bambina nonconforming anziché transgender. Non ho difficoltà a raccogliere questo input e a rileggere la mia storia da questo punto di vista. Immagino che Ethan sappia meglio di me cosa significa essere transgender e, leggendo la mia esperienza, possa decidere che transgender non è la definizione più adeguata.

Quanto al disprezzo per il femminile, di sicuro ne avevo in abbondanza (mi sono definita io per prima “maschilista”), anche se forse per cause più complesse di quelle immaginate da Ethan. Tuttavia, guardandomi dentro, e ascoltando l’eco di quel desiderio di mascolinità – che ancora, in qualche modo, risuona dentro di me – ho la percezione che tale desiderio fosse fatto anche di qualcosa d’altro. Qualcosa che non è ben chiaro nemmeno a me, per cui spero che anche i lettori possano tollerare una zona grigia.

Sui paragrafi successivi temo ci sia stato un equivoco. Ethan censura quei genitori che preferiscono “lasciar fare alla natura”, esemplificando tale metodo con l’ignorare i loro comportamenti “perché è una fase”, e l’ingannarli dicendo che “non è da bambina”:

«…Tuttavia non concordo per nulla nel far passare il “lasciamo fare alla natura” come metodo auspicabile. La società esercita pressioni violente continue sui bambini per farli rientrare nella “norma”. Quindi sono per la libera espressione dei bambini e per l’incoraggiamento che non è ignorare i loro comportamenti “perché è una fase” e nell’ingannarli dicendo “non è da bambina”.» 

Ho letto e riletto cercando in che modo questo contraddicesse la mia posizione, e mi sono resa conto che poteva esserci un fraintendimento. Io ho scritto che i miei genitori, 

«…quando andavamo a scegliere i vestiti, mi rassicuravano: “prova questo, non è da femmina!”. Sapevano che se avessi classificato quell’abito come femminile non l’avrei mai voluto indossare.»

Ecco, io non intendevo mica dire che mi ingannavano, anzi! Mi spiace se il testo risultava ambiguo. Volevo proprio intendere che stavano attenti a garantirmi che gli abiti proposti non sembrassero “da femmina”. Naturalmente immagino avessero uno scopo pratico (il quieto vivere e il successo della spedizione di shopping, destinata altrimenti al sicuro fallimento). E non posso escludere al 100% che qualche volta abbiano provato (probabilmente invano) a rifilarmi qualcosa preso dal reparto bambine.

Tuttavia, il fatto di dire esplicitamente “prendi questo perché non è da femmina” non era scontato. Avrebbero potuto, come scrive Ethan, ignorare la mia preferenza, o raccontarsi qualche versione edulcorata della storia ­– tipo “sì ti abbiamo preso questa camicia a quadri ma solo perché non ce n’erano altre di misura”. E invece no, avevano il coraggio di dire ad alta voce che il punto era proprio quello. Sentirglielo dire era per me un’accettazione e un riconoscimento, significava “sappiamo che da femmina non ti piace, e ci comportiamo di conseguenza, va bene così”.

Dunque, quando parlavo di “lasciar fare al tempo” intendevo semplicemente che la mia famiglia tutto sommato mi ha “presa così com’ero”, ma senza preoccuparsi di decidere (e di dirmi) se ero transgender, nonconforming o che ne so. Ero io e basta, avevo determinate preferenze e l’unica cosa da fare era adeguarsi.

E’ semplicemente questa la modalità che mi sembra auspicabile applicare coi bambini: adeguarsi senza etichettare; assecondare e riconoscere quel che un* bambin* è e fa, senza per forza dargli un nome.

Il punto che volevo evidenziare è che un’etichetta può essere difficile da cambiare, dopo. Può diventare un’aspettativa da soddisfare. Succede per gli aspetti più banali – il bambino lodato che continua a comportarsi bene, il bambino rimproverato che assume il ruolo del “cattivo” – così come per i ruoli di genere: “sei proprio il mio ometto” insegna che i maschi devono essere forti e assumersi responsabilità; “sei una bambina davvero graziosa” ti fa capire che in quanto femmina dovrai essere bella.

Analogamente, mi sembra interessante domandarsi che cosa impara un* bambin* sentendosi dire “sei un* bambin* transgender”.

Non so, possiamo avere anche posizioni diverse su questo punto, però mi sembra una domanda onesta e corretta da porsi, davvero senza alcun sospetto di transfobia.

Ethan prosegue:

Sara mi offre poi l’occasione di chiarire altre cose.

Non mi sento di definirmi transgender, come adulta, anche per rispetto a chi lo è davvero. Ho letto storie di sofferenza e rifiuto del proprio corpo ben più serie e intense della mia.

E’ vero, continuo a non capire bene questa faccenda del “sentirsi donna”, non mi è molto chiaro cos’è che dovrei sentire. Mentre faccio sesso qualche volta mi piace immaginarmi con un pene, e quando con la fantasia mi scelgo un corpo nuovo, beh, è sempre un corpo maschile. Ma non vado oltre questo, non mi fanno così schifo i miei organi genitali e li uso con un certo gusto, quindi no, non sono transgender.”

La confusione transgender=sofferenza. Approfittando per dire che non si parla già da tempo di DIG e che essere transgender è una identità di genere che racchiude molte possibilità esistenziali, non posso far a meno di notare altre frasi lievemente transfobiche (transfobia non è solo odio conclamato) come l’affermare di non aver capito bene “questa cosa del sentirsi donna”. Ho qualche dubbio, a questo punto, sulla lettura di libri di psichiatria di cui si parla nelle frasi successive, perché, quando si parla di identità di genere si parla di percezione o di identificazione di sé in un determinato genere. Mettere in dubbio l’identità di genere affermando “non mi è chiaro cosa dovrei sentire” è tra gli argomenti principe delle persone transfobiche.

Ecco, qui non ho proprio capito dove stia la transfobia. No, non mi è chiaro cosa significhi sentirsi donna, o sentirsi uomo. Non mi è chiaro cosa dovrei sentire per definirmi cisgender piuttosto che transgender.

Ho detto che a me non è chiaro. NON che nessuno in realtà si sente uomo o donna o cis o trans, NON che il sentirsi uomo o donna non abbia senso o che ne so.

Ho detto, ho confessato (e in effetti, sulla base di quanto leggo di solito su abbattoimuri, mi aspettavo maggiore comprensione ed empatia – ma forse mi sono spiegata male io) che quando nei circoli LGBT si fanno gli omini di marzapane con l’identità di genere, l’espressione di genere eccetera, e si chiede a ciascuno di collocarsi da qualche parte (uomo, donna, maschile, femminile…), vedo tutti attorno a me impiegare mezzo secondo nel rispondere, mentre io sono ancora lì che mi gratto la testa.

Avete mai provato ad alzare un solo sopracciglio, se non lo sapete fare? State a cercare il segnale da dare ai muscoli, ma è come se non sapeste quale sensazione seguire, dove inviare l’input. Così è per me quando provo a dare una risposta.

Non capisco bene quale sia il sapore, l’odore, la sensazione di quel sentirsi donna (o uomo) che la maggior parte della gente sembra percepire con la stessa certezza con cui percepisce di avere due braccia e due gambe.

Magari esiste un’altra parola, che non conosco, per definire questa condizione.

Quanto al fatto che

«…una parte di transgender non ha disforia per i propri genitali e che il rispetto basato sul dolore o su quante operazioni si siano fatte non ha fondamento ed è alla base anche di dinamiche di transfobia interiorizzata nella comunità Trans*.» 

…buono a sapersi. Francamente, ogni volta che ho provato a descrivere le sensazioni riguardo al mio genere di cui sopra, sono stata rassicurata (o zittita) da frasi del tipo “se fossi transgender lo sapresti di sicuro, loro non riescono a stare nel proprio corpo, è una tensione a cambiarlo, una sofferenza così forte che non puoi equivocarla”.

Preso atto di ciò, mi era sembrato politicamente scorretto / presuntuoso accostarmi a questa situazione. Se mi dite che non è così, ok, prendo atto nuovamente e mi adeguo.

Quindi come la mettiamo? Posso dirmi transgender anche se non desidero atrocemente cambiare il mio corpo? Devo definirmi cisgender pur avendo tutte le incertezze di cui sopra? Lo chiedo sul serio, non sono domande retoriche o provocatorie.

Per concludere, noto – e lo dico con un po’ di ironia, se me la concedete – che questa faccenda di autodeterminarsi e autodefinirsi non è mica così accettata: ho provato a definirmi bambino transgender e mi è stato risposto che ero solo nonconforming; ho provato a spiegare con parole mie che faccio fatica a percepire il mio genere di appartenenza e mi è stato detto che sono cisgender – e pure transfobica! Insomma… come la fai, la sbagli.

Lo so, lo so, che le definizioni in realtà sono una faccenda delicata, perché non le usiamo sulla nostra isola deserta, ma sono il biglietto da visita con cui ci presentiamo al mondo. Ed è un biglietto da visita condiviso da molte altre persone: se provi a usarlo anche tu, ma non somigli abbastanza a tutti gli altri, il gruppo – o gli Ethan – ti correggerà molto presto.

E va bene così, per custodire il senso condiviso delle parole. Spieghiamoci, spiegatemi quali sono le parole giuste, ci capiremo meglio tutti.

Sul senso vero della mia identità e della mia esperienza, però, mi aspetto dal lettore quantomeno un esercizio di epoché, di sospensione del giudizio.

Sara

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Comments

  1. Pur venendo da una esperienza di vita ben diversa da quella di Sara, mi ritrovo parecchio nella sensazione imbarazzante da lei descritta nel non riuscire a dare una definizione appropriata del proprio genere, mentre a* più la cosa risulta istintiva e banale, al punto da non saper comprendere come sia possibile non avere una tale certezza interiore.
    Io ho trovato sollievo nella definizione di “non binari@, che trovo abbastanza vaga da riflettere l’imprecisione e fluidità che percepisco e altrettanto netta nell’escludere ciò che di certo NON sono (uomo o donna tout court). Forse potrebbe essere utile anche a Sara?
    La mia difficoltà oggi sta nel credere alla validità di essere “più o meno da qualche parte nel mezzo”, sotto la pressione continua del binarismo che mi cancella continuamente, a partire dalla lingua che non comprende alcuna terza via tra il femminile e il maschile.

  2. sinceramente non ho trovato nella lettera di sara tutto quello che indichi tu.
    ho un passato simile per certi versi a sara, quindi forse ho letto le sue parole in modo ingenuo, come il racconto di una storia personale e basta.
    ho letto la sua lettera in modo leggero, forse troppo, ma l’ho vista come un raccontare la SUA personale esperienza (positiva) per ampliare gli scenari di cui si parla ultimamente, non ho visto molto altro. sì, dice di aspettare, ma io la vedo come una sua opinione legata al suo vissuto, non come un giudizio su chi invece non aspetta.
    forse il fatto di avere molte cose in comune con sara mi rende imparziale, non riesco a vedere le sue parole in modo oggettivo, o forse questo mi ha fatto leggere le sue parole senza caricarle di tutto ciò che hai scritto tu.
    probabilmente c’è molta ingenuità da parte mia (parlo sul serio, non c’è sarcasmo) e credo ce ne sia stata molta anche da parte di sara, che forse voleva solo raccontare la sua storia ma ha finito per fare tutt’altro.

  3. “No, non mi è chiaro cosa significhi sentirsi donna, o sentirsi uomo. Non mi è chiaro cosa dovrei sentire per definirmi cisgender piuttosto che transgender.
    (…)
    Non capisco bene quale sia il sapore, l’odore, la sensazione di quel sentirsi donna (o uomo) che la maggior parte della gente sembra percepire con la stessa certezza con cui percepisce di avere due braccia e due gambe.”

    anche io mi ritrovo completamente in queste parole.
    leggo articoli su articoli, spiegazioni, testimonianze, cercando di capire cosa mi manca, cosa non funziona in me per non avere coscienza di qualcosa che sembra così chiaro per gli altri.
    conosco il mio sesso, il mio orientamento, le espressioni di genere che mi sono più affini, eppure l’identità di genere… è un vuoto, per me.
    mi piacerebbe davvero capire “cosa devo sentire”, per questo non ho letto provocazione nelle parole di sara, ma solo lo stesso dubbio. raramente però oso parlarne per paura che dirlo venga interpretato come transfobia.

  4. Vi chiedo scusa per il papiro, so che ne sto per scrivere uno. Premesso che non voglio attribuire a nessun* pensieri e sentimenti che non ha (e anzi, se Ethan mi smentisse se/quando dico stronzate sarei piena di gratitudine), siccome Sara si è sentita trattata con meno comprensione di quella che avrebbe preferito avere, credo di poter dare una mia interpretazione allo scambio di messaggi che c’è stato negli ultimi articoli.

    Secondo me l’incomprensione reciproca che c’è stata deriva dai termini usati (e le parole contano moltissimo), e soprattutto dai sentimenti che trasparivano dallo scritto, assieme a un po’ di ignoranza (ammessa in qualche punto, inconsapevole in altri).

    Credo che (non per forza cognitivamente, ma emotivamente) Sara abbia espresso un po’ di disagio accorgendosi che ci sono molti più bambini che al giorno d’oggi dicono di essere transgender o che vengono chiamati transgender e si sia concentrata sul rifiuto che questi bambini dicono e dimostrano di provare per i ruoli di genere schematici e rigidi, e nell’interrogarsi sulla propria infanzia e su come lei abbia gradualmente trovato la via d’espressione della sua identità più autentica per se stessa, si sia detta che adesso, con tutte queste parole nuove e questa rinnovata attenzione per i diritti dei gruppi oppressi, quale ad esempio la comunità transgender, i bambini avrebbero potuto essere strumentalizzati e “sbandierati” anziché lasciati in pace a scoprire se stessi e schiarirsi le idee, come per fortuna ai tempi è capitato a lei. Ethan, invece, che transgender lo è, ha evidenziato come Sara si sia concentrata sul rifiuto per i ruoli di genere e sulla femminilità/virilità così come sono concepite nella nostra cultura, e sapendo (neppure Sara lo ha negato) che sentirsi di un genere anziché l’altro è qualcosa di molto più profondo sia di un’antipatia per i ruoli di genere sia della disforia di genere (anche se in Italia senza una diagnosi di disforia di genere, ex disturbo dell’identità di genere, secondo la legge 164/82 il percorso di transizione “classico” con ormoni e interventi chirurgici è precluso), ha cercato di dimostrare che le remore di lei fossero dovute a un po’ di paura mista a ignoranza, due cose che hanno il potenziale di fare danni, enormi.
    Credo che, essendo cresciuto in una società cissessista, lui sia ben consapevole delle pressioni che si esercitano su bambini e ragazzi per evitare che esplorino e sperimentino coi generi (e quindi comprensibilmente si domanda se siano in realtà quelli che si scandalizzano ad essere davvero insicuri) e le abbia sperimentate sulla propria pelle, e questo sia un argomento doloroso e scottante, visto che come spiega nei suoi articoli la sua certezza di essere uomo non esclude l’andare d’accordo con il suo lato femminile. Quindi la reazione è stata dimostrare che il dire di “andarci piano” (non tanto/soltanto di Sara quanto in generale) danneggia gli stessi bambini che si dice di voler proteggere, e che non avere una conoscenza profonda dell’argomento ed esprimere un lieve disagio per esso (“non mi è chiaro cosa dovrei sentire”, “questa storia del sentirsi donna”, “sarei stata così, così e cosà se fossi stata bambina oggi”, “se fossi stata figlia delle varie Angelina Jolie che sbandierano”) porta a pensare che chi appoggia questi bambini corra troppo, non li rispetti e proietti le proprie aspettative su di loro, quando è esattamente il contrario.

    Non staccarsi dal proprio vissuto (più positivo di altri) e avere il timore che chi appoggia e dà un nome alle cose con tutta la libertà del caso stia “sbandierando un’identità che vede come accertata ma è in costruzione e in divenire” è una delle contestazioni classiche delle persone transfobe, perciò quando si è transgender si è inclini a diffidarne e a metterne in luce le limitazioni, le contraddizioni, l’ignoranza, per evitare che altr* possano provare lo stesso rifiuto e educastrazione giustificate dall’andarci piano e sperare che i bambini si siano sbagliati. E’ il risultato di vedere l’essere cisgender come la norma e l’essere transgender come un’aberrazione, qualcosa che se c’è si capirà in età adulta, qualcosa su cui essere scettici, non auspicabile. Stessa cosa per l’omosessualità, contro la “normale” eterosessualità, anche se l’omosessualità è vista come “meno anormale” del cambiare sesso, e si basa sul preconcetto per cui essere transgender significhi essere omosessuali all’ennesima potenza.
    E anche se sono convinta che essenzialmente Sara voglia le stesse cose di Ethan (lasciare liberi i bambini di ascoltare e capire se stessi), lei si è sentita incompresa nelle remore che comprensibilmente sente il diritto di dover esprimere in uno spazio sicuro e schiaffata in una categoria di cui sa di non far parte, perché i suoi discorsi riecheggiavano, senza che se ne accorgesse, le tesi delle persone transfobe per scoraggiare il percorso di transizione e l’accettazione di bambini, ragazzi e adulti transgender, non conforming e queer.

    Secondo me non vi siete capiti perché non vi siete “sentiti”, visto che da un lato c’è un’esperienza diretta e soggettiva e dall’altro lato un’esperienza diretta immersa in queste tematiche che ne comprende molte più sfumature, e tutti e due pensate alle conseguenze dei comportamenti sentendole emotivamente molto pesanti.

    E credo che la chiave per non incorrere in discussioni che hanno il potenziale di essere emotivamente e mentalmente toste sul “non correre”, “non etichettare”, “lasciar fare alla natura”, “correggere”, “reprimere”, “sbandierare” e “imporre la propria visione a altr*” sia NON AVER PAURA (lo scriverei in corsivo ma qui non posso) di ciò che ci è stato inculcato sia nuovo, diverso, estraneo, pericoloso, che sia un modo di essere o una cultura, una definizione sconosciuta o un nuovo trend, pure se è necessario comprendere la differenza tra “trend” e “inevitabile realtà interiore che nessuna moda farà passare”. Ogni definizione può diventare un’etichetta o una gabbia se non la sentiamo adatta a noi, come si può rivelare un sollievo e un dare un nome alle proprie sensazioni per qualcun* altr*. Quando non si corre, non si parte in quarta, si rispettano i propri tempi, si troverà la propria personale verità, e il proprio percorso interiore ed esteriore da compiere. Perché l’identità di genere è una certezza istintiva che abbraccia la propria identità, e quando ci si informa, si legge, si scrive, si ascolta, si riesce a dare un nome a ciò che si è sempre saputo, non si guarda dall’esterno un fenomeno ma si comprende di esserne parte perché ne è parte tutta l’umanità, la paura (assieme a dubbi, riserve, risentimento e sospetto) se ne va.

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