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Luca era gay o forse transgender?

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di Ethan Bonali
Oggi è arrivata una mail di una ragazza lgbt che si pone tra quelli che preferiscono “ci si vada piano con i bambini”. Occorre ribadire, pur restando perplesso che ce ne sia bisogno, che nessuno ha scritto che qualunque bambino con un comportamento nonconforming vada classificato come transgender. La storia che Sara ha condiviso con noi, e che riporto nei punti salienti, è una dimostrazione della necessità di una campagna informativa.
Sara esordisce parlando della sua infanzia di capelli corti, camicie da cowboy, giocattoli da maschietto, vergogna del corpo femminile. “Mi vergognavo del femminile, proprio come un bravo bambino maschio e maschilista”. Esatto! Aveva interiorizzato il disprezzo per la donna tanto da affermare “E quando gli sconosciuti mi scambiavano per maschio ero orgogliosissima”. In molte famiglie, specialmente cattoliche praticanti come quella in cui Sara afferma di essere cresciuta, è normale che le bambine ritengano molto più divertente il ruolo maschile di quello femminile. Infatti la sua avversione, per tutta la mail, si concentra più sui ruoli e l’espressione che sul corpo vero e proprio. Essere scambiata per maschio poteva essere il via libera ad attività desiderate ma impedite dall’educastrazione.

Sara è banalmente una bambina che aveva interiorizzato la vergogna per il femminile.
Non sapendo di essere (stata) un bambino transgender, con la pubertà ho potuto, silenziosamente e senza drammi, scivolare lentamente verso un maggiore conformismo. Piano piano ho iniziato ad assomigliare di più alle altre ragazze, anche se mai del tutto (ancora non mi trucco, non metto la gonna – e ho quasi trent’anni). Solo il giusto per non farmi notare e risultare vagamente appetibile ai maschi, senza però rinunciare del tutto alla mia identità. Un compromesso. 
Senz’altro la mia posizione di biologicamente femmina un po’ mascolina è molto più facile del contrario. Il contrario mi avrebbe costretta a una decisa presa di posizione: o di qua, o di là. “
Ecco…non è la pubertà a risolvere il problema di identità di genere. Il sesso, nella sua pratica e nell’orientamento è un fattore importantissimo nella vita delle persone, a volte può chiarire qualcosa dell’identità di genere, a volte anche confondere. Quello che emerge è una normalissima elaborazione dei generi che passa dalla vergogna per il femminile ad una accettazione dei ruoli e della espressione binaria come norma, specialmente nella frase in cui Sara confessa che non si trucca né indossa gonne e ha quasi 30 anni. Non vi è nulla di strano, è una donna cisgender nonconforming, ovvero non rispondi allo stereotipo.
Definirsi transgender (evidentemente il concetto non le è chiaro) è una strategia di razionalizzazione, o peggio, cosciente, per arrivare alla tesi “dell’andarci cauti“. Nessuno ha detto che i bambini transgender, gender creative (bambini che compongono il proprio genere adottando aspetti molto marcati di entrambi), nonconforming, debbano essere introdotti ad una transizione precoce. Tuttavia non concordo per nulla nel far passare il “lasciamo fare alla natura” come metodo auspicabile. La società esercita pressioni violente continue sui bambini per farli rientrare nella “norma”. Quindi sono per la libera espressione dei bambini e per l’incoraggiamento che non è ignorare i loro comportamenti “perché è una fase” e nell’ingannarli dicendo “non è da bambina“. Questo è inganno, negazione di un dialogo, mancanza di coraggio e amore da parte dei genitori sulla pelle dei bambini. Mi colpisce sempre come tutto ciò venga visto e vissuto come drammatico dagli adulti. È solo ascolto e umiltà di esplorare con i bambini i generi possibili. Abbiamo paura di metterci in discussione? Forse siamo noi a non essere così sicuri del nostro genere. Questi argomenti li conosco bene, purtroppo, e li ho visti in ambienti transfobici e, ancora più dolorosamente, portati avanti anche da persone che hanno rinunciato, per paura, alla transizione e che covano una transfobia interiorizzata.
Sara mi offre poi l’occasione di chiarire altre cose.
Non mi sento di definirmi transgender, come adulta, anche per rispetto a chi lo è davvero. Ho letto storie di sofferenza e rifiuto del proprio corpo ben più serie e intense della mia.
E’ vero, continuo a non capire bene questa faccenda del “sentirsi donna”, non mi è molto chiaro cos’è che dovrei sentire. Mentre faccio sesso qualche volta mi piace immaginarmi con un pene, e quando con la fantasia mi scelgo un corpo nuovo, beh, è sempre un corpo maschile. Ma non vado oltre questo, non mi fanno così schifo i miei organi genitali e li uso con un certo gusto, quindi no, non sono transgender.”
La confusione transgender=sofferenza. Approfittando per dire che non si parla già da tempo di DIG e che essere transgender è una identità di genere che racchiude molte possibilità esistenziali, non posso far a meno di notare altre frasi lievemente transfobiche (transfobia non è solo odio conclamato) come l’affermare di non aver capito bene “questa cosa del sentirsi donna”. Ho qualche dubbio, a questo punto, sulla lettura di libri di psichiatria di cui si parla nelle frasi successive, perché, quando si parla di identità di genere si parla di percezione o di identificazione di sé in un determinato genere. Mettere in dubbio l’identità di genere affermando “non mi è chiaro cosa dovrei sentire” è tra gli argomenti principe delle persone transfobiche. Approfitto anche per informare che, una parte di transgender non ha disforia per i propri genitali e che il rispetto basato sul dolore o su quante operazioni si siano fatte non ha fondamento ed è alla base anche di dinamiche di transfobia interiorizzata nella comunità Trans*.
“Crescendo, piuttosto, ho scoperto di essere lesbica, forse bisessuale. Rientro, banalmente, in quel moltopercento (non ricordo il dato che lessi sul mio libro di psichiatria, ma era una maggioranza) che da bambino ha un DIG ma con l’adolescenza si conforma al proprio sesso biologico, virando tuttavia verso l’omosessualità. Leggevo che capita spesso agli ex bambini con DIG.”
 
Qui confondiamo o tentiamo di confondere due aspetti diversi: orientamento e genere. 
La percentuale di bambini che affronta poi una transizione è tra il 10-20%. Questa statistica, comodamente usata anche da alcuni professionisti per tentare di arginare la tendenza mondiale all’autodeterminazione, non tiene conto delle persone transgender che transizionano in seguito (i così orribilmente definiti secondari), e non tiene conto dei meccanismi coercitivi, quanto invisibili, in atto nelle famiglie e nella società che spingono persone  a vite infelici ma possibili. Inoltre tengo a precisare che  non tutti i bambini e/o adolescenti e/o adulti transgender hanno bisogno di transizionare. Ma di questo ancora non c’è molto nei testi di psichiatria che parlano di DIG e di “virare verso l’omosessualità” (tono sarcastico). Credo che le persone non si debbano accontentare di compromessi e che questo capitava (e capita ancora, purtroppo) per paura dello stigma e per pressioni sociali. Anche questi sono argomenti, oltre che obsoleti, in gran voga in ambienti transfobici. 
“Ora, io mi chiedo cosa mi sarebbe successo se fossi stata figlia delle varie Angelina Jolie che sbandierano il loro figlio transgender. Come sarebbe andata se mi avessero etichettato pubblicamente.
Forse ora avrei la barba, i pettorali e una vita più felice? Mmm, forse. 
O forse sarebbe stato più difficile e più imbarazzante decidere che, tutto sommato, mi andava bene così. Avrei deluso qualche aspettativa, reso vano un certo investimento (in coraggio, coming out, psicologi e forse ormoni) nel decidere che il mio personalissimo punto di equilibrio era altrove. Che sì, la barba e tutto il resto non mi sarebbero dispiaciuti, ma non stavo abbastanza male col mio corpo da sobbarcarmi quella fatica. Non stavo male come chi transgender lo è davvero, e lo resta tutta la vita.”
Queste frasi si commentano da sole e sono la dimostrazione plastica di ciò che ho affermato nell’articolo riguardante il numero di NG. Accusare dei genitori che appoggiano la propria figlia di outing (ovvero l’odiosa pratica di svelare l’identità di genere o l’orientamento di un’altra persona senza il suo consenso), di strumentalizzazione (sicuramente avevano bisogno di pubblicità negativa!) è una forma di ribaltamento della realtà tipico.
Ringrazio il gruppo di AIM per aver deciso di pubblicare questa lettera che è una occasione per informare e smontare argomentazioni transfobiche.
Ethan Eretico Bonali 

—>>>Questa la risposta di Sara a Ethan

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Comments

  1. grazie. Risposta puntuale ed esauriente. La transfobia di quella lettera e’ davvero fastidiosa.

  2. Scusami, puoi ampliare il discorso del “non sapere bene come sentirsi donna” collegato alla transfobia? Trovo che sia una descrizione abbastanza calzante per me stessa, per esempio, però non colgo il legame con un giudizio sulle persone trans.

    • Ciao 😊 Spero di riuscire ad essere esauriente in poche righe. Spesso le persone transfobiche provano a demolire il concetto di identità facendolo ricadere sugli attributi sessuali, ovvero qualcosa che sia visibile e che determini, secondo loro, anche i comportamenti attribuiti ai due generi. Un modo tipico di esprimersi è proprio quello di chiedere cosa vuol dire “sentirsi donna”, cercando di presentare la percezione di sé, ovvero l’identità di genere, come una convinzione (ovvero: credo di essere Napoleone), mettendo in dubbio che simpossa percepire qualcosa di diverso rispetto al proprio coreeso fisico. É in effetti difficile, nella sua semplicità, questo concetto proprio perché dipende esclusivamente dalla propria identificazione.

      • Vabè, bisogna anche rifiutare il concetto di genere come separato dal sesso, quindi, e rendere la propria esperienza come pietra di paragone universale per tutte le altre.

        Ma la separazione tra genere e sesso è un dato di fatto, e non ritrovarmi nel concetto di pienamente donna semplicemente mi sposta da qualche altra parte nel continuum di genere – non credo mi renda transfobica, anzi, anche questa può essere descritta come una identità trans – se ho capito bene quello che dicono qui: http://everydayfeminism.com/2017/01/man-or-woman-and-still-non-binary/

  3. Trovo molto interessante questo scambio di risposte, che leggo parallelamente al numero di NG.

    Ho solo una domanda (oltre a segnalarvi un corsivo un po’ incasinato nella seconda parte del testo) assolutamente non polemica:

    In che modo “Mettere in dubbio l’identità di genere affermando ‘non mi è chiaro cosa dovrei sentire’ è tra gli argomenti principe delle persone transfobiche”?

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