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Growin Up Coy: docu su una bambina transgender che può entrare nei bagni femminili

Appena finito di vedere il documentario Growin up Coy che potete vedere con sottotitoli in italiano su Netflix. E’ la storia di una bambina del Colorado, nata biologicamente maschio, e che sin dal primo momento in cui ha avuto la possibilità di farlo ha parlato di se stessa al femminile. E’ una bambina, che vuole giocare e stare con le bambine, che è triste, sta malissimo, se la maestra la chiama al maschile, e che vuole andare nel bagno femminile. I genitori: sicuramente non i classici frikkettoni di sinistra che si pensa abbiano interesse a imporre il GGienderr ai figli. Lui un ex militare e lei cresciuta in una comunità cristiana scientista. Hanno 5 figli, tra cui tre gemelli, e una vita molto complicata.

Coy stava male, non voleva più andare a scuola, non voleva uscire di casa, e non si sentiva bene ad essere vestito, pettinato, vissuto, come un bambino. So che questo pone una contraddizione a chi, come me, pensa che non esistono abiti da donne e giochi da uomini, ma io non sono lei e non ho mai vissuto sulla mia pelle tutto questo. Sentirsi nel corpo sbagliato, con il desiderio di riconoscersi nel corpo, nei colori, nelle azioni, nei giochi e nei contesti, pur se a noi può sembrare strano o forse perfino stereotipato, deve essere terribile. Non vedersi per quel che si desidera essere deve essere terribile. Per capirsi, giusto per chi forse non conosce il senso del termine disforia, banalizzando parecchio, perché immagino ci sia parecchia differenza, vi indico un post di una persona che parlava di disforia ponderale, quando tu vuoi dimagrire e ti dicono che vai bene così. Quello che segue, per il fatto di non riconoscersi nel corpo che vedi riflesso in uno specchio, è depressione, non esci, non frequenti nessuno, non vedi la luce del sole, ti isoli, ti vergogni, ti senti in colpa, sbagliat@, e via di questo passo.

Chi soffre di disforia di genere vive queste cose? Non può certamente dirlo chi non ne soffre, immaginando si tratti di capricci, un po’ come quando dici che è un capriccio soffrire di altri disagi non evidenti al mondo, per chi non vuol vederli. Possiamo solo ascoltare, questi bambini, le loro famiglie, delle quali possiamo dire, senza imporre ideologie sulle loro teste, che immaginiamo desiderino che questi figli stiano bene.

Quando la famiglia si rese conto del disagio di Coy, sentendogli ripetere che voleva essere una bambina, la portarono da una terapeuta che diagnosticò la disforia di genere, non subito e non con semplicità. I genitori di Coy dovettero adeguarsi e cercare di capire come aiutare questa bambina a crescere bene. Intanto parlarono con l’insegnante spiegando che avrebbe dovuto chiamare Coy al femminile, rispettare il suo modo di vestire e di autodefinirsi. I problemi sorsero quando alla bambina fu impedito di entrare nel bagno femminile, perché possessore di pene, disse la scuola, definendolo al maschile. I genitori di Coy cercarono una organizzazione che sapesse consigliarli e trovarono quella che poi li ha aiutati in tutta la causa civile per arrivare, con molta difficoltà e sovraesposizione mediatica sofferta, ad una conclusione che portò non solo il Colorado ma anche altri 16 Stati e lo stesso Presidente Obama a vietare in tutte le scuole e nei luoghi pubblici, locali, bar, ovunque, la discriminazione nei confronti delle persone transgender. Loro potranno entrare nei bagni che preferiscono, e la sentenza in favore di Coy ha costituito un fondamentale precedente che per noi, qui in Italia, dove viene insultata la Trans deputata “beccata” nel bagno delle donne in parlamento, è una vera chimera.

Come dicevo la sentenza è costata tanto a questa famiglia armata di ingenua, serena e consapevole buona fede, in termini di sovraesposizione mediatica, di odio ricevuto, minacce, violenza ideologica dagli “anti/gender” che arrivano prima negli Stati Uniti che qui da noi (come vedete qui non sanno inventarsi nulla di nuovo). Hanno dovuto ritirare i figli dalla scuola, hanno insegnato loro a casa finché hanno potuto, hanno protetto i figli e hanno cambiato casa e città. I genitori hanno vissuto uno stress enorme, si sono separati, pur se uniti per i figli, e poi rimessi insieme mentre raggiungevano l’ultimo auspicato risultato. Dopo la sentenza hanno rifiutato qualunque esposizione mediatica della figlia. Hanno solo ricominciato, provando, a vivere le loro difficili, complicate, belle, vite, pur preoccupandosi del male che potrà ancora ferire la figlia, per colpa dei pregiudizi, della transfobia, dei fanatici, e non di genitori che hanno lottato per lei.

Ecco: andatelo a dire a loro che si è trattato solo di una “fase”. Prima di giudicare ascoltate le storie di chi le ha vissute sulla propria pelle. Sempre.

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