Ero un bambino transgender (?!)

Lei scrive:

Cara Eretica,
sono Sara (nome di fantasia), ho quasi trent’anni ed ero un bambino transgender.
Un po’ come quelli descritti dal National Geographic.

Ho trascorso un’infanzia di capelli cortissimi, vestiti da maschio e giochi di guerra, nonostante la mia anatomia femminile. Ricordo che guardavo con un certo orgoglio i miei peletti sulle gambe, mi facevano sentire più forte e virile. Somigliavo ai calciatori. Vestivo con gusto le mie camicie a quadri, come quelle dei cow-boy. E ai compleanni non mi vergognavo a farmi regalare soldatini, pistole, spade, rifiutando recisamente le bambole e tutto ciò che appariva femminile. Mi vergognavo del femminile, proprio come un bravo bambino maschio e maschilista.

Amavo tanto disegnare, disegnavo soprattutto persone, ed erano tutti maschi. Tutti. Se il contesto del disegno mi obbligava a disegnare una donna, non mi riusciva mai, era grossa, sgraziata, col viso squadrato. Era un uomo coi capelli lunghi, praticamente. Guardavo con una certa curiosità i disegni delle mie compagne di classe, che con naturalezza rappresentavano questi soggetti filiformi dentro le loro gonne gonfie, dai visi appuntiti col nasino all’insù. Io disegnavo i pettorali e i muscoli.
E quando gli sconosciuti mi scambiavano per maschio (avveniva abbastanza spesso), ero orgogliosissima.

Io però non sapevo di essere un bambino transgender. Questi termini allora non giravano, tantomeno nella mia famiglia. E credo che questo mi abbia salvata.
La mia famiglia non mi rompeva le scatole in modo particolare. Quando andavamo a scegliere i vestiti, mi rassicuravano: “prova questo, non è da femmina!”. Sapevano che se avessi classificato quell’abito come femminile non l’avrei mai voluto indossare. Quando arrivò il momento di cominciare col deodorante, io ero un po’ restìa. Ricordo che mi dissero: “guarda che lo puoi mettere, lo portano anche i maschi!”.

La mia famiglia era cattolica praticante. Nessuno mi disse che ero un bambino transgender, ma onestamente nessuno mi impedì di esserlo.
Il fatto di non saperlo, come dicevo, credo mi abbia salvata.
Perché cos’è accaduto poi? Che sono cresciuta, che volevo fare colpo e fare sesso, e mi sono accorta che che il mio modo di apparire non aiutava in questo. Sembravo, detto francamente, un po’ infantile e un po’ sfigata, con le mie felpe insipide e i miei capelli informi. (No, non ero ancora in grado di trovare l’alchimia estetica che raggiungono alcune bellissime butch. Sembravo sfigata e basta).

Non sapendo di essere (stata) un bambino transgender, con la pubertà ho potuto, silenziosamente e senza drammi, scivolare lentamente verso un maggiore conformismo. Piano piano ho iniziato ad assomigliare di più alle altre ragazze, anche se mai del tutto (ancora non mi trucco, non metto la gonna – e ho quasi trent’anni). Solo il giusto per non farmi notare e risultare vagamente appetibile ai maschi, senza però rinunciare del tutto alla mia identità. Un compromesso.
Senz’altro la mia posizione di biologicamente femmina un po’ mascolina è molto più facile del contrario. Il contrario mi avrebbe costretta a una decisa presa di posizione: o di qua, o di là.

Non mi sento di definirmi transgender, come adulta, anche per rispetto a chi lo è davvero. Ho letto storie di sofferenza e rifiuto del proprio corpo ben più serie e intense della mia.
E’ vero, continuo a non capire bene questa faccenda del “sentirsi donna”, non mi è molto chiaro cos’è che dovrei sentire. Mentre faccio sesso qualche volta mi piace immaginarmi con un pene, e quando con la fantasia mi scelgo un corpo nuovo, beh, è sempre un corpo maschile. Ma non vado oltre questo, non mi fanno così schifo i miei organi genitali e li uso con un certo gusto, quindi no, non sono transgender.

Crescendo, piuttosto, ho scoperto di essere lesbica, forse bisessuale. Rientro, banalmente, in quel moltopercento (non ricordo il dato che lessi sul mio libro di psichiatria, ma era una maggioranza) che da bambino ha un DIG ma con l’adolescenza si conforma al proprio sesso biologico, virando tuttavia verso l’omosessualità. Leggevo che capita spesso agli ex bambini con DIG.

Ora, io mi chiedo cosa mi sarebbe successo se fossi stata figlia delle varie Angelina Jolie che sbandierano il loro figlio transgender. Come sarebbe andata se mi avessero etichettato pubblicamente.
Forse ora avrei la barba, i pettorali e una vita più felice? Mmm, forse.
O forse sarebbe stato più difficile e più imbarazzante decidere che, tutto sommato, mi andava bene così. Avrei deluso qualche aspettativa, reso vano un certo investimento (in coraggio, coming out, psicologi e forse ormoni) nel decidere che il mio personalissimo punto di equilibrio era altrove. Che sì, la barba e tutto il resto non mi sarebbero dispiaciuti, ma non stavo abbastanza male col mio corpo da sobbarcarmi quella fatica. Non stavo male come chi transgender lo è davvero, e lo resta tutta la vita.

Per questo sono tra quelli che preferiscono “andarci cauti” con la faccenda dei bambini trans. Può essere una fase transitoria. Un bambin* è un bambin*, può ancora diventare di tutto. E non lo dico da beghina, lo dico da bisessuale che convive da anni con una donna, è out con quasi tutti e frequenta l’attivismo LGBT locale.
Penso che i miei genitori, in fondo, nella loro ignoranza delle “questioni di genere”, abbiano avuto la reazione migliore: lasciar fare, senza etichettare.
Il tempo avrebbe fatto il resto.

Sara

—>>>Pubblichiamo questa mail pur se convint* che – a partire dal titolo (nostro il punto interrogativo e esclamativo, perché il titolo ci ricorda quel “luca era gay”) – dica qualcosa di molto sbagliato, giudicante e normativo, pur senza cogliere quel che davvero significa essere transgender. Trattare la questione come la tratterebbe una qualunque persona priva di informazioni, con un tono così certo e pur contraddittorio in molti punti, risulta irrispettoso per le persone transgender e per le famiglie che le sostengono nei confronti delle quali ovviamente il pregiudizio è esteso al punto da ritenerli responsabili del terribile destino dei propri figli e delle proprie figlie. Come siamo solit* fare pubblichiamo anche messaggi per noi opinabili ma non senza esprimere un parere totalmente contrario a quello che questa lettera infine, generalizzando, conclude. Quel che noi speriamo è che le storie abbiano sempre una radice personal politica, che rispettiamo, ma che non sia usata per giudicare chi ha esperienze diverse e perciò difficili da comprendere, per chi non le ha vissute. Riteniamo che questa lettera non rientri perciò tra quelle la cui narrazione personal/politica preferiamo. Non neghiamo la sua esperienza (e nessuno ha il diritto di farlo) ma è difficile sentir negare la propria attraverso le sue parole. Chi soffre di disforia di genere – senza che qualcun@ dall’alto della propria unica esperienza personale di bisessualità condivisa stabilisca quel che è “vero” transgender e “falso” transgender – non ha una famiglia che gliel’ha ricucita addosso. Seguirà comunque una discussione ampia su questo, inclusa una critica che avrà per oggetto questa mail. [Abbatto I Muri]

—>>>Questa la critica mossa da Ethan Bonali

—>>>Questa la risposta di Sara a Ethan

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Comments

  1. Talvolta anche io nell atto sessuale mi immagino in un corpo diverso! Eppure mi sento e mi piaccio donna, tra l altro sono molto femminile. Come del resto non avrei problemi a intrattenermi intimamente con una donna sebbene attualmente stia con un uomo. Ma non mi definisco in nessun modo. Ne etero ne omosessuale ne bisessuale. Sono semplicemente io. Come tu sei semplicemente tu. E andiamo non bene… ma alla grande! 🙂

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