#Lesbiche #Terf #Transfobia – le persone trans sono soggetti autodeterminati

Anna ci regala una sintesi di un pezzo, che trovate QUI in inglese, in cui si parla dell’effetto che ha sulla vita delle persone trans lo stigma transofobo  inflitto dalle femministe radicali trans escludenti. Sulle Terf potete trovare un po’ di materiale tradotto su questo blog (qui, qui, qui, qui, qui, qui). Eccovi la sintesi:

All’interno delle comunità lesbiche è ancora diffusa una forte paura verso le donne trans. Ciò dipende soprattutto dall’atteggiamento di chiusura delle femministe più radicali, che si rifiutano di considerare donna una trans che conservi gli organi genitali maschili. Di fatto, associano la presenza del fallo al timore di subire uno stupro. A causa della transfobia, fenomeno dal quale l’autrice prende le distanze, le trans subiscono una pesante discriminazione che si traduce nell’essere escluse dalle comunità lesbiche e nel non trovare adeguati spazi di rappresentazione ed espressione nel contesto queer.

L’autrice, Avory Faucette la qui ricca biografia potete trovare QUI, rimprovera a queste femministe un narcisismo ridicolo e misogino, basato sulla riduzione delle persone al loro sesso. Dopo essersi smarcata dalla diffidenza verso le trans, l’autrice ammette di avere avuto rapporti sessuali con donne cisgender e con trans uomini e donne, sviluppando una visione più sana del corpo dell’altro basata sul rispetto, sulla curiosità non morbosa e sul desiderio.

La comprensione del proprio corpo, anche in contesti che si dicono progressisti, è spesso ancora associata a una logica binaria patriarcale che riguarda la sola sessualità tradizionale (maschile o femminile). L’autrice spiega di non voler collocare sé stessa e il proprio corpo entro queste etichette, che a suo parere ricalcano il pensiero dominante e non implicano una vera comprensione del proprio orientamento sessuale. Infine, l’autrice si augura che anche le femministe più legate agli stereotipi sulle trans possano ricredersi.

Questo articolo ci offre uno spunto di riflessione per una questione che anche in Italia viene affrontata in maniera conflittuale ed escludente. Vengono stigmatizzate le donne trans che non rinunciano al pene e vengono stigmatizzati gli uomini trans che non rinunciano alla vagina e all’utero. Non si riconosce una soggettività data dall’identità di genere che ogni persona merita di rinominare.

Perché nel contesto lgbtqi non si riesce a superare questa faccenda se pure si riconosce come una violenza la mutilazione inflitta alle persone intersex? Perché è così necessario rientrare in una norma, con atteggiamento normativo che tanto somiglia a quello rigidamente etero e omo/transfobico?

Si ipotizza la necessità di non veder distrutto uno schema rigido a partire dal quale pur rivendicando differenze si perseguono una serie di obiettivi che tanto somigliano a quelli etero/cis/omotransfobici. E’ talmente alta la necessità di sentirsi inclusi che non si vuole cogliere l’occasione di raccontare di altre identità di genere. Abbiamo conosciuto tale rigidità nel famoso documento di poche “lesbiche” italiane che hanno sposato la propaganda anti/gender anti/gpa attribuendo sterilità “naturale” a quell* che invece avrebbero dovuto essere presentat* come esenti dalla divisione binaria maschio/femmina e sterile/riproduttiva.

Non si tratta solo dei pregiudizi idioti diffusi dalle Terf pene-fobiche all’eccesso. Si tratta proprio del fatto che bisogna forse rendersi conto della non esistenza di una comunità unica, sola, con rappresentanze uniche, per rivendicare e divulgare le istanze glbtq. Non sono uguali per tutt*, e la normatività interna a quel contesto va rappresentata come elemento di conflitto da affrontare e non da rimuovere trattando da “anormali” le persone che non si riconoscono nei branchi. Non serve tirare fuori Foucault per definire l’inesistenza della “normalità”, poiché essa è realizzata da chi ha più potere. Non serve neppure, e in ogni caso, dire che l’etero/patriarcale/norma è quella che ha oppresso tutt*, ma che riconoscere un sistema di oppressione alto non vuol dire ignorare le micro oppressioni esistenti all’interno dei gruppi che possiedono meno potere.

La normatività transfobica è un segnale importante per capire il fatto che l’istituzionalizzazione dei movimenti lgbt, a volte d’accordo nel partecipare al pinkwashing che fagocita i motivi della lotta in favore di chi sta al potere, impedisce di estendere l’ascolto ad altre istanze di libertà per ulteriori gruppi oppressi. Se la comunità lgbt, le lesbiche in particolare, si uniscono a quella delle femministe radicali trans escludenti, non fanno altro che tenere il segno del confine che via via viene concesso dal gruppo di oppressione più alto. Finisce che sono al servizio del patriarcato e collaborano quell’oppressione non riconoscendone gli effetti su persone ignorate per timore di perdere i pochi benefici ottenuti.

Questa è una riflessione che stiamo facendo e che va considerata fondamentale per la vita stessa delle comunità lgbtqi. Voi che ne pensate?

Comments

  1. L’ha ribloggato su THE QUEER WORDe ha commentato:
    Quando alcuni femminismi sono, ahimè, ancora escludenti…
    Articolo magnifico, pensiamo tutt* insieme a come eliminare le discriminazioni e a trovarci a metà strada.

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