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Il lavoro sessuale non è degradante perché il sesso non è degradante

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di Ruth Seavers (Pezzo in inglese QUI – tradotto da Antonella)

Rachel (il nome è stato cambiato per proteggere la sua privacy) è una sex worker trans che vive e lavora a Dublino. In questo articolo parla dei preconcetti che circondano il sex work è dell’ampio dibattito economico e politico in atto su come lei si guadagni da vivere.

Un anno e mezzo fa Rachel, nel bel mezzo dei suoi vent’anni, aveva necessità di un lavoro. Avendo avuto una vita sessuale avventurosa, il sex work era qualcosa a cui pensava da sempre e verso cui si sentiva pronta. Decidere di intraprendere questo lavoro fu “piuttosto semplice”, dice. “Postai un annuncio online e aspettai che il telefono squillasse. Ero nervosa con il mio primo cliente, sebbene non fossi spaventata. Era più un nervosismo pieno di eccitazione. In nessun momento mi sono sentita del tipo ‘che cazzo sto facendo?’ e non ho mai avuto incertezze rispetto alla mia decisione di diventare una sex worker.”

L’annuncio online di Rachel contiene una breve descrizione, foto e una lista di servizi. I clienti possono chiamare o mandare un messaggio per fissare un appuntamento, prima del quale lei si assicura ci sia chiarezza rispetto alle regole e al prezzo. Per Rachel il sesso può essere intimo senza necessariamente creare legami romantici ed emotivi, cosa questa che nella sua esperienza ha imparato può creare problemi a molte persone.

“So che questa non è la scelta giusta per la grande, stragrande maggioranza delle persone,” dice. “So anche che ci sono cose che riguardano me – il mio approccio al sesso, all’intimità e a quello che riguarda il mio corpo – che mi portano a non avere particolari problemi con le questioni che molte donne potrebbero avere con il sex work.”

Le sex worker sono spesso presentate come vittime senza alcuna possibilità di scelta o capacità di assumere il controllo della propria vita e delle proprie decisioni. Una convinzione diffusissima afferma che ci deve essere una ragione precisa nel passato che spieghi perché fanno il lavoro che fanno – esperienze precoci di sesso non consensuale o un’infanzia problematica, per esempio. Ma Rachel smonta presto tutto questo. “Se la gente è in cerca di speciali ragioni per cui ho scelto di fare la sex worker, temo non le troveranno” dice, “vengo da una noiosissima famiglia middle class.”

Un anno e mezzo dopo aver pubblicato il suo primo annuncio, il sex work è per Rachel la sua fonte di reddito primaria. Voce dolce ed eccezionalmente educata, a lei piace la libertà di essere il capo di sé stessa e di scegliere quando lavorare. Poiché non lavora né per un’agenzia né per un bordello, è a tutti gli effetti una lavoratrice autonoma. Cerca di incontrare tra i tre e i cinque clienti al giorno.

“Dopo cinque non ho più energie per fare di più,” dice. “Non fisicamente, ma mentalmente. Come qualunque altro lavoro del settore servizi, impegnarsi a fare in modo che altri siano felici e trovino la giusta soddisfazione può essere stancante dopo un po’.”

Il fatto che Rachel sia una donna trans ha un ruolo rilevante nel suo lavoro. Molti dei suoi clienti la cercano per provare il sesso con una persona trans e questo fatto ha delle conseguenze, dice.

“Per molti dei miei clienti la loro prima idea di trans arriva dal porno, che è qualcosa di oggettificante, in particolar modo per le donne trans, per cui usano con troppa facilità termini come ‘tranny’ e ‘shemale’. Parole orrende che non sopporto.”

È difficile trovare statistiche su sex worker LGBT in qualunque parte del mondo, figuriamoci in Irlanda, ma le informazioni disponibili ci indicano un elevato livello di abusi, violenze, stupri e persino omicidi associati alle comunità del sex work e quella LGBT. Una recente ricerca relativa a sex workers che lavorano in casa ha rilevato come almeno metà delle sex worker trans abbia denunciato reati di tipo transfobico e secondo il Trans Murder Monitoring Project Europea, tra il 2008 e il 2014 il 65% dei casi di omicidio di persone trans, di cui si conosceva l’occupazione, erano sex worker.

Secondo Katerina McGrew della Sex Workers Alliance Ireland (SWAI): “SWAI riconosce che il sex work è spesso una possibilità in un mondo ostile alle persone trans. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per combattere la narrazione culturale dominante e arrivare a delle buone leggi necessarie per aiutare loro a vivere e lavorare in piena sicurezza e dignità.”

Scambiare denaro e servizi sessuali non è illegale in Irlanda, tuttavia l’adescamento, l’induzione e il beneficiare dei proventi della prostituzione sono atti che hanno conseguenze penali, secondo il Criminal Law, Sexual Offences Act, che è la stessa legge che decriminalizzava l’omosessualità nel 1993. Le organizzazioni internazionali per la salute, femministe e per i diritti umani, inclusa l’Organizzazione mondiale della Sanità e Amnesty International, hanno tutte fatto appello per la decriminalizzazione del sex work, affinché questa attività possa essere regolata dalle leggi sul lavoro piuttosto che dal codice penale, esattamente come per ogni altra attività di servizi.

“Quella distinzione è la cosa veramente importante,” afferma Rachel. “È quella che permetterebbe alle sex worker di rivolgersi ai Tribunali del lavoro per far valere i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di lavoro.”

Nel febbraio di quest’anno (2016, NdT) Trans Equality Network Ireland (TENI), ha rilasciato un documento di supporto alle sex worker trans, che stabilisce che l’organizzazione “lavorerà per porre fine alla violenza e alle violazioni dei diritti umani a cui questa parte della nostra comunità è soggetta.”

“In Irlanda ci sono molte persone trans che scelgono il sex work per una serie di motivi,” dice il Direttore del del TENI, Broden Giambrone. “Questa comunità è particolarmente isolata, invisibile e sottorappresentata e la storia di Rachel riflette questa esperienza. È decisivo riuscire da parte nostra a proteggere i diritti delle sex workers. Per farlo dobbiamo comprendere che il sex work è qualcosa di diverso dalla tratta o dalla schiavitù sessuale e che le nostre leggi devono tenere conto di questo. TENI ha scelto di avere un approccio alla questione dal punto di vista dei diritti umani e, ancora più importante, di ascoltare le voci delle sex workers. Come organizzazione supportiamo la decriminalizzazione e siamo al fianco di persone come Rachel nella loro battaglia per l’uguaglianza in Irlanda.”

Come la comunità LGBT, quella delle sex worker ha una importante storia di battaglie per l’inclusione, l’autonomia e la libertà di espressione sessuale.

Entrambe hanno lottato per combattere lo stigma sociale, la discriminazione e la marginalizzazione che hanno dovuto affrontare come comunità. I moti di Stonewall del 1969 furono di fatto condotti da donne trans sex worker di colore – un evento largamente considerato come il vero catalizzatore per i movimenti di liberazione gay a venire – una liberazione che è ancora in corso in molte parti del globo. Ma 47 anni sono passati e, mentre molti segmenti della comunità LGBT si sono fatti strada verso la luce del riconoscimento da parte della società irlandese, le sex worker sono rimaste nell’ombra.

Parlando con Rachel emerge chiaramente che c’è necessità di comprendere il mercato del sesso in tutta la sua complessità e soprattutto di riconoscere il sex work come una scelta indipendente e come uno stile di vita per molte e molti. Prima di terminare la nostra chiacchierata le chiedo se si è sentita in qualche modo forzata a scegliere questo lavoro o se potendo svolgere un’attività più… ‘tradizionale’ la preferirebbe. Senza esitazione Rachel risponde di no.

“Certo, potrei trovare un impiego lavorando che so in un negozio, ma questo lavoro mi dà la possibilità di guadagnare di più lavorando meno ore, mi lascia più tempo libero. È quel che fa per me, semplicemente questo.”

 

Leggi anche:

—>>>Per conoscere le campagne e le azioni del movimento di sex workers in tutta Europa potete consultare il loro sito: http://www.sexworkeurope.org

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Comments

  1. Ciao, questo articolo è stato effettivamente scritto da Ruth Seavers, non Aidan Quigley. È possibile modificare che per favore? Grazie, Aidan

  2. Dunque. Vorrei fare una riflessione a voce alta. L’articolo come forse avete già visto è tratto da GCN che è la rivista della comunità glbt locale. Non è (solo) una rivista online. Tant’è che la copia che ho utilizzato per la traduzione l’ho presa in un cinema, IFI, a Temple Bar, dove c’è sempre l’espositore dedicato.
    Ha larga diffusione. È gratuita. L’ultimo numero mi ha fatto venire il diabete: è zuccherosissimo infatti il contenuto. Parla quasi esclusivamente di matrimoni. Servizi fotografici. Location adatte. Pubblicità di gioielli, venues, insomma pare un catalogo di una fiera degli sposi!
    Perché vi dico questo? Perché a maggior ragione l’articolo sul sex work ha un valore notevole. In un’ottica di normalizzazione profonda, la comunità non silenzia le voci “altre”. Al contrario: le supporta. Dell’articolo mi colpisce non tanto la storia di Rachel, di storie così ce ne sono molte e a meno di non avere pregiudizi ideologici si sa che ANCHE questo può essere sex work: una “normalità” che molti e molte si ostinano a negare, a nascondere, a rimuovere (spesso in buona fede ma di fatto contrastando una legittima rivendicazione di diritti). Quello che mi spiazza in positivo è che la comunità glbt sia al fianco delle sex worker, addirittura rievocando il ruolo fondamentale che ebbero nelle lotte per i diritti.
    In questo paese meraviglioso (e insieme tanto sessuofobico) l’omosessualità è stata depenalizzata nel 1993 e l’aborto è ancora un reato. Eppure quante perle ci regala questa vicenda: da ogni libertà (la vittoria allo YES Referendum è ancora fresca nella memoria di tutt*) ne può scaturire un’altra. Non in automatico. Ma nella lotta e nel riconoscimento reciproco.

    • Davvero le comunità e le associazioni glbt sono favorevoli ai diritti dei e delle sex workers? Questo avviene anche in Italia?

      • Non posso affermare che la posizione delle diverse sigle dell’associazionismo glbt irlandese sia uniforme e uniformemente favorevole. Non ne ho conoscenza approfondita. Restano i fatti: un articolo così chiaro e che esprime un così chiaro sostegno parla da sé. Sulla loro rivista ufficiale, ripeto.
        Quanto a ciò che avviene in Italia, credo che molto meglio di me potrebbero rispondere i tanti collettivi queer sex workers inclusive, che pur se non essendo maggioranza di certo sono in crescita, come la consapevolezza che di soggetti autodeterminati e determinati a liberarsi non si può fare a meno nelle lotte femministe.
        Saluti.

  3. E’ degradante solo per chi soffre di Meretriciofobia!

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