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Femminismo Vs Maschilismo

femminismodi Sara Elena

Femminismo e maschilismo. Mi ritrovo questi due termini davanti e cerco di riflettere su cosa significhino per me e per la mia vita. Il maschilismo è una di quelle cose che ho sempre vissuto, fin da bambina. Il maschilismo è quella mentalità che mi diceva che non potevo fare certe cose perché erano da maschi. E quella cosa che ho sempre sfidato da quando mi si diceva che non potevo fischiettare o non potevo sudare quando giocavo.

Tieni quelle gambe chiuse, questo gioco non è da signorina, stai lontana dagli attrezzi che ti fai male. Il maschilismo è intrinseco alla mentalità italiana, alle famiglie di una volta e in quelle di adesso. Il maschilismo lo rivivo ogni volta che torno a casa, in Italia, e vedo gli uomini della mia famiglia ordinare di fare questo o quello alle “proprie” mogli. Il maschilismo è quando le mogli lo fanno senza obiettare. È la mamma che manda via dalla cucina il figlio che vuole imparare a cucinare perché quella è la stanza delle donne. È la continua lotta per dimostrare di valere che ho fatto da quando sono nata.

Il maschilismo è un’arma di soggiogamento, di potere contro chi si pensa non ne abbia. È l’arma di chi pensa di essere superiore a qualcun altro, l’arma che minaccia chi si vorrebbe ribellare, chi non segue regole imposte, chi ha voglia di essere sé stess@. Il maschilismo è quella nebbia che avvolge la vita delle persone e le rende tristi perché non possono esprimere il proprio colore. Il maschilismo lo vivono tutti, colpisce tutti, atterra tutti, riguarda tutti e tutti lo possono infliggere. Chi è che guadagna qualcosa dal maschilismo? Perché qualcuno pensa di essere migliore di un altro?

Pensavo l’altro giorno all’estremismo religioso; l’estremista non crede che all’altro vadano dati gli stessi diritti che l’altro dà a lui (o lei). Io ho il diritto di esprimere la mia religione, i miei pensieri e il mio credo e per questo tu devi sottostare alla mia religione, al mio pensiero e al mio credo perché vale più del tuo. E questo è un po’ il maschilismo. Non voglio che tu abbia i miei stessi diritti. Voglio che i miei diritti siano più dei tuoi, migliori dei tuoi, che mi portino vantaggi che tu non hai.

Questo vale per tutto: vale per l’immigrato, vale per le donne e gli uomini, vale per i bambini, per i meno abbienti, i grassi. Chi decide che i miei diritti valgono più dei tuoi? Questa domanda mi ha accompagnata fin da quando mi vietavano di fare le cose. Perché io dovrei valere meno di chiunque altro? Ma più che altro, perché le mie idee devono valere meno di quelle di chiunque altro? E le mie scelte? Perché non sono solo mie? Perché qualcuno deve dirmi quello che devo scegliere, quello che mi deve piacere, quello a cui devo credere e pensare?

Piano piano, nel tempo, ho capito che la mia strada verso il femminismo era già stata pianificata per me da tempi non sospetti. L’ha cominciata mia nonna, quella che sempre si sottometteva a mio nonno, senza se e senza ma, quasi sempre. La sua lotta è stata silenziosa ma continua. Ad esempio, in un periodo storico in cui si dovevano mettere al mondo bambini e tanti, lei si è imposta e ne ha avuti solo due. Ha cominciato a trasmettere i suoi valori a mia mamma che, nonostante non sia mai riuscita a mettere in pratica quello che mi insegnava, mi spingeva a ribellarmi contro quello che volevano che io fossi, a volte anche a discapito proprio di mia mamma. E lì è cominciato il mio viaggio verso quello che oggi vedo il mio femminismo.

Non la lotta aperta e disperata di donne che vogliono la supremazia sull’uomo cattivo, ma la mia visione di un mondo in cui si esaltano le differenze e ci si arricchisce a vicenda sfruttando ciò che di meglio si ha da offrire. Io non voglio essere migliore di te, ma voglio essere rispettata nelle mie idee e volontà. Voglio poter dire che non voglio figli liberamente, voglio vivere il mio corpo come mi pare, voglio poter dire di aver abortito e non voglio dire che mio marito mi *aiuta* nei lavori di casa. C@zzo, ci viviamo insieme in questo posto e a me non *piace* fare la massaia.

Ecco, guarda, questo natale mi sono morsa la lingua quando mia nonna (l’altra) di 95 anni mi ha chiesto come mi trovavo a fare la donna di casa adesso che sono sposata. Le ho detto quello che si voleva sentir dire, senza protestare più di tanto, ma lo concedo solo a lei. Gli altri lo sanno e non ci provano neanche a farmi certe domande. Sanno che con loro non mi mordo la lingua e che se non vogliono che io mi intrometta negli affari loro, è meglio che loro non si intromettano nei miei. Perché nessuna vita è perfetta e forse è meglio dare un’occhiata alla propria prima di giudicare quella degli altri. Ecco, sono di nuovo scaduta nei luoghi comuni.

Essere femminista è scomodo. Sono una femminista killjoy, guastafeste. Essere una guastafeste è scuotere le acque quando tutti vorrebbero che se ne stessero belle calme. È dire la propria opinione liberamente, senza dover pensare a cosa direbbe il nonno. A volte è anche fare male e farsi male perché sembra che nessuno ti capisca e a volte sarebbe più semplice fare finta di niente e chiudere un occhio. Solo che poi quell’occhio non si riesce a chiuderlo ed è più forte di te e devi dire qualcosa. E quando quella cosa che a te sembra così ovvia invece non lo è per gli altri e viene attaccata, ecco, in quel momento il mondo ti sembra un posto di merda.

Perché a quella persona che non sa niente di te, del tuo mondo, delle tue emozioni non deve andare bene quella cosa che vuoi fare tu, che implica solo te e che non fa male a nessuno? Il mio femminismo è reclamare il mio diritto di vivere felice o triste o appagata o travolta dalle emozioni, così come voglio io. Grassa, magra, media, bianca, nera, mediorientale, immigrata, italiana, europea, prostituta, lapdancer, con idee, senza idee, con le mie contraddizioni e pensieri granitici, con opinioni che cambiano veloci e opinioni radicate e vita che sorride e vita che è una merda.

Voglio potermi godere il sesso come lo voglio io e voglio poter dire di no quando invece di sesso non ne ho voglia. Voglio poter sproloquiare e parlare e reagire e parlare ancora finché diventerà chiaro come il mio femminismo non vuole annullare nessuno. Non vuole sminuire, screditare nessuno. Non vuole gridare che sono migliore di qualcun altro. Non lo sono. Ma non voglio neanche che l’annullamento sia imposto a me. Cosa ti cambia usare l’articolo femminile se la persona davanti a te è una cazzo di donna? Che cosa ti cambia se io decido di abortire? Che cosa ti cambia se quella coppia decide di sposarsi o adottare ed essere felice? Che cosa ti cambia se quella persona che ha avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato cerca un po’ di sollievo in un altro paese?

Cosa ti cambia se decido di non depilarmi? Se decido che la mia cellulite è bella? Se decido di amare le donne così quanto amo gli uomini? Se decido che il sesso non è una cosa che fa per me? Se decido che voglio stare in una relazione con più persone contemporaneamente e a loro va bene così? Se voglio il meglio per me stessa? Se voglio tutto? Il mio è un femminismo che vede le persone come persone e si oppone al maschilismo che invece vede alcune persone meno persone di altre. È un femminismo potente per un semplice fatto: io voglio il bene.

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Comments

  1. Uau, leggendoti ho ritrovato tanto di me e ho provato un forte desiderio di essere tuo amico. Buon anno a te e a tutt*!

  2. grazie 🙂

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