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E’ la cultura patriarcale che assolve le madri assassine

il_340x270-1066024080_t2qkUna donna ha ucciso in modo orribile, facendo ingerire candeggina, le due figlie e poi ha tentato il suicidio. Il marito dice che avevano parlato di separazione e che lei non voleva accettarla. In alcuni casi è l’uomo a fare più o meno la stessa cosa. Uccidere i figli perché non si accetta la separazione, i figli usati come strumento di ricatto, schiavi di una cultura del possesso che dice “miei o di nessun altro”.

Ne parlo perché è necessario fare chiarezza su questo punto, tentando lucidamente di fornire argomentazioni che disinneschino la padre/fobia e che contrastino l’esaltazione del materno. Le madri non sono buone per natura, non sono beddamatresantissime, non è detto che amino i figli e non è detto che siano martiri e madonne come invece si vorrebbe fare credere. Generalmente si attribuisce agli uomini il fatto di essere violenti pur di ottenere l’affido dei figli “per vendetta”.

Chi sostiene questa cosa, generalizzando dopo aver parlato di casi particolari, tragici e orribili, tenta un ripristino della reazionaria cultura patriarcale che attribuisce alle donne particolari doti riproduttive e di cura, come uniche doti che denotano l’imposizione di quel ruolo di genere dal quale è impossibile sfuggire, e, allo stesso tempo, insinua che gli uomini non siano adatti a fare i genitori, che i figli sono delle madri e che un uomo che vive la genitorialità in modo diverso rispetto a come la viveva il suo bisnonno, con attenzioni e attaccamento affettivo/emotivo con il figlio, deve per forza avere qualcosa che non va.

Si assiste anzi ad un rovesciamento semantico, come mezzo di terrorismo psicologico, raccontando che un uomo che esige di poter vivere la quotidianità con il figlio, sarebbe una sorta di patriarca che tenta l’esclusione della donna. Si pongono obiezioni opinabili: il padre lavora e non avrebbe tempo per il figlio. E chi ha deciso che la madre non deve lavorare, in special modo se è sola e non ha nessuno che la mantiene? Nell’analisi dei numeri relativi ai bambini morti di morte violenta, per mano di uno dei genitori, risulta evidente che i figli vengono usati da entrambi i genitori a seconda dei casi.

Sono considerati prolungamento dei genitori, mostrando un attaccamento morboso e malato che non fa che riproporre uno schema antico di divisioni di ruoli di genere. Nel caso di cui si parla oggi, con questa donna che ucciso le proprie figlie, sui media si parla di tragedia o di perdita del senno, stigmatizzando le persone depresse come se la depressione fosse strumento di morte, come se tutti i depressi fossero di per se’ assassini. Si parla di questa madre come di un mostro, giacché si ritiene che le madri non farebbero mai nulla del genere (macché!), o se ne parla in modo pietoso, immaginandola come vittima, anche se è un’assassina, e pensando che ci deve pur essere una ragione, una giustificazione, qualcosa che l’abbia spinta ad assassinare le figlie.

Questo ragionamento ci impedisce di individuare un disinnesco preventivo, che di sicuro non può essere trovato in presenza di un così grave pregiudizio di genere. Le donne non sono tutte predisposte ad essere madri, l’istinto materno non esiste, i ruoli di genere sono una costruzione culturale e le madri non sono tutte vittime, sante e martiri. Così come i padri non sono tutti violenti, freddi, distaccati e privi di sentimenti quand’anche chiedono di non interrompere la relazione affettiva con i figli. I padri non sono da buttare via per dare ragione a chi pensa che la violenza risieda nel maschio di per se’ e l’innocenza nella femmina di per se’.

Questo atroce delitto è stato commesso da una donna, una persona, che probabilmente aveva bisogno di aiuto, come ne ha bisogno chiunque non vede altra via d’uscita se non quella di massacrare i figli. C’é un film che coraggiosamente analizza, per esempio, la situazione inversa: un uomo che non accetta la separazione e che uccide i figli. Si chiama Un Giorno Perfetto e se non l’avete visto vi consiglio di farlo. Mostra la disperazione usata come alibi per alimentare la paranoia, l’ossessione compulsiva, che porta al delitto. E sono le medesime sensazioni che probabilmente riguardano una donna che uccide i figli. In questo caso mi chiedo: se il padre avesse avanzato richiesta di affido nei confronti delle figlie, cosa avrebbero detto le donne che applicano ovunque la mistica della maternità? Se le figlie fossero state sottratte alla custodia di questa madre per prevenire l’uso che di quelle figlie avrebbe fatto, sarebbe stata una saggia decisione o no?

E per il resto vi suggerisco di non badare a chi in senso complottista immagina, al pari di chi si oppone alla Gestazione per Altri, che i maschi di tutto il mondo, siano uniti per cancellare le donne e rubare loro i figli. Non è così. Si tratta di semplice spinta in direzione del futuro. Di un futuro in cui, finalmente, le donne non devono essere sole ad assumersi la responsabilità del ruolo di cura, e gli uomini fanno la propria parte vivendo la genitorialità senza conflitti di genere. I genitori sono interscambiabili, salvo il periodo dell’allattamento, e solo quello. Una donna che ha la fortuna di allearsi all’ex per condividere le responsabilità genitoriali ha più tempo per se’, per studiare, vivere, lavorare, amare, e tutto ciò è quanto le femministe hanno sempre richiesto, dalla prima all’ultima generazione.

Questo aiuterebbe, in realtà, anche ad assumere una modalità di relazione non proprietaria, non possessiva, con i figli, perché non sono nostri, non sono di nessuno. Quei corpi, quelle persone, sono altro da noi. E se imparassimo tutt* a considerarle tali forse a nessun genitore verrebbe in mente di assassinare i figli estendendo la propria sofferenza fino alle loro teste. Teste da recidere, per uccidere il proprio dolore.

Si chiama cultura del possesso e si può sconfiggerla. Si può fare. Insieme.

Ps: questa storia mi ha ricordato l’altrettanto triste dibattito sul fatto che Martina Levato, condannata per vari crimini violenti, avrebbe avuto il diritto di poter tenere il figlio con se’ basandosi sull’assunto che la mamma é sempre la mamma, anche se è un’assassina. La stessa cosa non si sarebbe detta di un padre. Se lui fosse stato un assassino di lui non si sarebbe parlato come di una vittima dello strappo genitore/figlio.

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