Ritorno in famiglia di una lesbica in occasione del Natale

Ho guidato per una notte intera e sono qui, guardando i tetti delle case, alle prime luci dell’alba. Mi sono fatta un tatuaggio per distinguermi dai normali, ed è nascosto, con la speranza che nessuno veda quel che sono diventata. La città è in festa e ovunque tutto brilla e sento distintamente i rumori dei registratori di cassa, ininterrotti, mentre le mani di centinaia di umani si affaticano a portare sacchetti bio sostenibili che contengono oggetti inutili e costosi.

Quando torno in famiglia devo trovare l’espressione della me che ero prima di lasciarmi alle spalle questo mondo. Ho un contatto un po’ più sincero con la vecchia nonna che mi chiama “riccia” e mi dice che anche lei ha un tatuaggio nascosto da qualche parte. Dopo aver vissuto in zone prive di contatti familiari aveva tuttavia dovuto far ritorno, per via dei soldi e della gravidanza che portava avanti suo malgrado. Come avrebbe potuto continuare a vivere altrove, senza il supporto familiare, con un bebè in arrivo?

Io non ho mai avuto quel problema perché non faccio sesso con i fecondatori sociali. Sono nascosta a vivermi il mio rapporto lesbico e quando torno a casa devo parlare il linguaggio familiare, il mio codice secondario, quello che sfoggio per le occasioni pubbliche, tentando di apparire più etero che mai. Sono tornata da appena un’ora eppure ho già sentito il contatto di più parenti impiccioni che chiedono come mai non ho ancora voglia di sposarmi.

Sposarsi, per la gente della mia tribù, equivale a sistemarsi, darsi sostanza e ruolo sociale, ed è indispensabile fare figli per accedere ai gradini superiori della gerarchia cittadina. Avevano deciso di tornare al vecchio codice quando si resero conto che la città avrebbe potuto essere destinata al governo di figli della gente estranea, figli di altre tribù. Quelli appartenenti al mio clan avrebbero dovuto rinunciare ai propri privilegi e quelle regole servivano a mantenere una condizione di ricchezza per pochi relegando i figli di donne di altre tribù al ruolo degli schiavi.

Il mio clan non capisce perché io insista nel voler rinunciare ai privilegi a me destinati e mi chiedono continuamente com’è la vita laggiù, nel limbo, quella terra di mezzo che non appartiene a nessuno, dov’è il caos che regna, fatto di guerre tra bande e fugaci periodi di armistizio. Al solito ci sono due fazioni: una pensa di voler agire violentemente per prendere il potere nelle cittadine protette e un’altra pensa di voler tentare la via della diplomazia facendo parlare i capi per raggiungere accordi utili per tutti. Per assurdo la realtà è proprio questa: alcuni pressano alle porte delle città dei clan e altri, come me, invece, sfuggono le città per poter vivere in pace le proprie inclinazioni.

La festa è un’occasione di rientro e prima di superare il confine ho dovuto subire una scannerizzazione e una purificazione totale. Mi sono persa un paio di volte perché non ricordavo bene la prassi dei mascheramenti a protezione delle strade per raggiungere il mio clan, ma poi sono arrivata e il varco si presentava sempre più militarizzato, con i sorveglianti della purezza umana, vincolati ad un giuramento cittadino che ciascuno di noi aveva a suo tempo dovuto recitare. Mi impegnavo anch’io a non farmi portatrice di residui tossici e elementi inquinanti presenti nel limbo.

La tavola è imbandita e i miei genitori richiamano l’attenzione e pronunciano parole ipocrite elevando i bicchieri al cielo. Bentornata alla figlia che ha perso il cammino e che ancora non capisce da che parte stare. Io dico che dall’altra parte servirebbe aiuto, forse medicine, alimenti, abiti, e i miei sottolineano come la città si sia fatta promotrice di certe opere della carità. Esiste un’organizzazione umanitaria che si serve di umani del limbo, esclusi da varie tribù, per ammansire gli altri e per far sì che non premano per l’ingresso nelle città civili.

Lo zio mi parla della sciagura di una famiglia che ha dovuto espellere il figlio gay e mi dice che il suo destino era segnato. Un gay avrebbe potuto convincere altri maschi a diventare come lui e questo è inaccettabile perché sarebbe in pericolo la continuità della specie. Penso che sia una gran fortuna che non sappiano di me e del mio amore lesbico.

Un cugino gioca a sparare ai poveri del limbo, gli stranieri, poveri zombie, che vengono descritti tutti quanti come terroristi pericolosi motivati a distruggere le regioni civili. La mamma brinda ancora tentando di dirigere la discussione altrove, invece io rimprovero i bambini e dico che le persone alle quali pensano di poter sparare non sono criminali ma sono solo poveri esseri umani che meriterebbero tanta solidarietà. Non fosse per la fame e i bisogni insoddisfatti certi fanatici non avrebbero così presa e non potrebbero trasformare quelle povere persone in chiavi/soldato.

Mio padre mi guarda e dice che è l’ultima volta che porto in casa un’idea così sovversiva del mondo. Io mi alzo e senza finire il mio pasto vado via. E’ dura separarsi dal proprio nucleo familiare, dagli amici, dai parenti, dai luoghi in cui sei cresciuta, ma ad un certo punto a chiunque tra noi tocca capire da che parte stare. Io sto dalla parte degli ultimi. Io sono tra questi.

Buon natale a tutt*

ninjalesbica

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  1. L’ha ribloggato su Luca's Blog.

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