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#SessismoNelMovimento: non solo parole ma iniziative rumorose

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Lei scrive:

Cara Eretica volevo contribuire alla riflessione con uno sfogo, se volete, a partire dal fatto che credo che in tante, anche nei luoghi militanti, non solo in casa, a scuola, al lavoro, nella società tutta, veniamo classificate a seconda della libertà sessuale che ci concediamo. Puttane, tutte quante. Puttana anch’io.

Ma che ne so che vuol dire “puttana” nella testa di chi ogni tanto mi chiama così. Cosa ne so di quello che vuol dire antisessismo tra compagn*, dato che la maggior parte delle volte in cui sono stata definita troia è proprio dalle partner dei “compagni”. Non penso che il problema sia solo dei ragazzi che continuano a pensare alle lotte in modo separato. Se fai l’antirazzista resti in silenzio se uno stupra la ragazzina nel centro occupato, e se fai l’antifascista ti comporti come un ultrà che difende solo la sua zona, come tifosi della curva nord o sud a seconda dello stadio in cui avviene la partita. Io so che in vita mia mi sono ritrovata a lottare con altri ma anche da sola, mentre vedevo ragazzini che non sanno niente di niente e ripetono slogan alla cazzo, tanto per fare, per sentirsi parte di qualcosa, ma senza avere sul serio maturato una coscienza politica che li faccia rendere conto dello spazio che occupano, di quello che fanno, delle relazioni che intraprendono.

Cosa devo pensare di stronzetti che mi hanno chiamata puttana perché “la davo via a chiunque”? Cosa devo pensare delle loro amiche che fanno le femministe a parole ma poi nei fatti coltivano gelosie, massacrando le rivali per conservare una misera postazione da prime donne nello spazio dei maschi. Non sono tutt* così, e non sto generalizzando, ma forse è il momento di ripetere cose che ci siamo dett* mille volte a bassa voce o anche ad alta voce ma senza che cambiasse niente.

Le lotte non vanno a compartimenti stagni e deve essere scontato per tutt* che serve un approccio intersezionale. Conta la differenza di classe, razza, genere e specie. Ci sono tanti compagni che questa cosa ce l’hanno perfino più chiara di molte donne che ho incontrato. Dove il pregiudizio sessista risiedeva nella mentalità della tizia che un giorno ti diceva che la madre veniva picchiata dal padre e il giorno dopo diceva che quello che succede all’interno della tal coppia di compagn* non è affar nostro. Servirebbe un’assemblea permanente in ogni spazio occupato, per far comprendere il fatto che una donna ha diritto a vivere la vita sessuale che vuole e non per questo significa che merita di essere stuprata. Nessuna merita di essere stuprata. Nessuna.

Chi usa la difesa della puttanaggine della ragazza per giustificare la propria incontrollabile erezione e l’uso del corpo di una donna come discarica di spermatozoi targati col miserrimo bollino antifascista ha già di che fare incazzare una intera comunità di persone che si affaticano, lottano, si sacrificano, ogni giorno, per difendere e rivendicare diritti, per poi vedere smerdare le proprie lotte da chi le usa come alibi per nascondervisi dietro e giustificare le proprie oscene azioni.

A chi dice che la ragazza, e chi la sta aiutando, è responsabile della demonizzazione dei centri sociali, come se tacere fosse la soluzione militante per non meritarsi la targa di collaborazionista con i media mainstream, va detto che la lamentela va rivolta a chi sporca le lotte altrui, le nostre lotte, per ignoranza, inconsapevolezza, o per cameratismo mascherato da compagnitudine. Ditelo a chi distrugge anni di saperi e di attivismo, a chi vanifica gli sforzi di chi combatte contro istituzioni potenti che continuano a reprimere e criminalizzare. Dovete dirlo ai responsabili e ai complici omertosi di tutto questo e non continuare a pressare su una ragazza che ha tutto il diritto di non vergognarsi di niente e ha il diritto di smettere di sentirsi in colpa. Basta con il senso di colpa indotto per dovere militante. Basta con lo slut shaming di chi la chiama puttana, perché puttane lo siamo tutte, lo siamo sempre state e continueremo a riappropriarci di quella parola per rivendicare una sessualità libera nella quale conserveremo sempre il diritto di dire no o di non essere considerate consenzienti perché non abbiamo la forza di dire niente.

Non ce ne frega un cazzo di quello che ne pensano alcuni summit compagni che dall’alto del loro machismo se ne fottono di quello che succede a un palmo del loro naso. Si tratta dell’abc delle lotte antisessiste e fa veramente male il fatto di dovercelo ancora spiegare tra di noi. Ci sono vicende che non possono essere ignorate e c’è la rabbia che deve essere urlata e non repressa, come altrimenti farebbe il peggiore organo di controllo delle rivoluzioni altrui. Che si parli di noi come donne che amano le orge o che scopano un uomo dietro l’altro o molte persone assieme, il punto chiave della faccenda è che se manca il consenso quello è stupro.

Quindi continuate a definirci puttane o eufemisticamente depravate, immorali, indecorose, e tutte le gran balle che vi raccontate per convincervi di avere ragione, ma non negate di sostenere logiche di branco che fanno veramente schifo. Puttane, si, ma quando non consenzienti allora si tratta di stupro. Se in voi non è chiara la differenza e resta per voi immutato lo stigma della puttana il cui consenso non è indispensabile per consumare il suo corpo allora non vi dite antisessist*, ma neppure antirazzisti o antifascisti perché quello che fate è agire secondo una logica autoritaria. Tutt’altro che libertaria e anarchica.

Quello che dobbiamo chiederci ora è come dare seguito alle parole, perché da sole non bastano. Spero che tant* continueranno a dire quello che pensano, avendo coraggio di prendere posizione, di dire chiaramente che non si tratta di “mele marce” come farebbe qualunque istituzione autoritaria che non vuole rimettersi in discussione per intero. Il coraggio di dire che dipende da tutt* noi e che forse, anzi, sicuramente c’è stato qualcosa che non abbiamo fatto o non abbiamo detto, motivo per cui è stato possibile che vicende simili passassero inosservate senza che ci si ponesse il problema. Spero che tanti contribuiranno a fare chiarezza con iniziative tutt’altro che simboliche per evitare che succeda ancora. Iniziative rumorose, urlanti, che facciano la differenza, perché tutt* vogliamo che non accada ancora, giusto?

ps: ringrazio le compagne di Non Una Di Meno che il 27 novembre hanno avviato il tavolo sul sessismo nei movimenti. Spero che continui e che sia partecipato anche a Bologna, il 4/5 febbraio.

Annamaria

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