Le forme d’amore dei piccoli e le perversioni degli adulti

La memoria della luce barbara e impietosa dell’estate greca dei miei dodici anni mi secca ancora la gola e rende – a distanza di decenni – la mia muscolatura fiacca, le palpebre di piombo. Come posso descrivere la sensazione corrosiva del sale mischiato al sudore e alla polvere sul cuoio cappelluto? Come posso raccontare l’odore di alga e yogurt del corpo di una bambina? Con quali parole posso dire che quando la accarezzai il suo sussulto fu incredulo e divertito? Come posso restituire nel racconto lo stesso vivido impeto di un’ondata di desiderio che tutto travolge e sommerge, mischiandosi alla burrasca del mare, risalendo in superficie come spuma luccicante, guizzando come le larve acquatiche e rituffandosi a capofitto con le disinvolte contorsioni degli invertebrati, diventando la vergogna che non ho ancora smesso di provare? Che forma hanno i desideri dei bambini? Perché la mia amica è stata picchiata, punita e allontanata da me? Perché mia madre mi ha impresso sulla pelle uno sguardo di disprezzo, disgusto e amarezza che, come le marchiature a fuoco del bestiame, non va più via?

Era stata un’estate bellissima. Per lo meno fino a quel giorno. Io e lei andavamo a nuotare nelle cale deserte, tuffandoci dai lastroni di roccia bianchi che delimitavano la stretta spiaggia dei campeggiatori. Per arrivarci percorrevamo sentieri impervi e scoscesi, infestati dai rovi e dalle pale dei fichi d’india, ci graffiavamo le gambe, lei si portava dietro due coperchi del servizio di pentole-giocattolo e faceva un gran baccano per allontanare le vipere. Tutte le sensazioni tornano vivide e cocenti, in questa mattinata fatta di lana in cui mi interrogo sulla violabilità o meno degli spazi di desiderio dei bambini, laddove ovviamente ci sia consenso, simmetria e reciprocità, a domandarmi se il vero scandalo sia stato la precocità o l’omosessualità.

Il frastuono metallico, la risata folle e incantata di lei, i suoi pantaloncini da calciatore giallo limone, le macchioline bianche sugli avambracci, le ciabattine di gomma verdi. Durante il giorno la durezza acuminata dei raggi del sole rendeva tutto tremulo e nudo come in un balletto d’avanguardia. Le porgevo la mano per aiutarla nei tratti più ripidi, qualche volta ruzzolavamo giù e le pietruzze ci si conficcavano dietro le cosce, sulle ginocchia e sotto la pianta dei piedi luccicando come minuscole schegge di alabastro. Ci asciugavamo il sudore con le mani e proseguivamo. Presto ci sarebbe stato il sollievo del mare: il trauma dell’impatto con l’acqua, lo shock termico che rigenera i muscoli, il bruciore disinfettante del sale sulle escoriazioni seguito dal conforto della rapida cicatrizzazione al sole.

Nonostante tutto il tempo trascorso da quel luglio, le vicissitudini, gli incontri, gli abbandoni, il rimorso, la rabbia e la colpa, nonostante tutto il tempo impiegato ad evitare la vergogna che ha reso la mia esistenza un’esistenza raminga, auto-marginalizzata, censurando per anni i miei desideri lesbici, anni consegnati a sanare un torto che non sapevo di commettere mentre lo commettevo – ancora e ancora e ancora sono grata alla vita per quei tuffi a vite, con una mano a tappare il naso e l’altra roteante come una ballerina di flamenco, ed i miei piedi che toccano l’acqua prima dei suoi. Poi, un attimo dopo (l’attimo della paura e della ricompensa) avvertivo lo spostamento d’acqua, l’immersione di due corpi gioiosi e sicuri. Appena un attimo prima che lo sguardo adulto rendesse tutto scuro e corrotto.

Non so come spiegarlo. Ero una bambina. Il mio corpo era florido, reattivo, si preparava alla transizione adulta con molto più disinvoltura della restante parte di me che si divertiva ancora un mondo a giocare alla campana o a costruire un rifugio con la corteccia degli eucalipti raccolti sul viale di una villa in stile ottomano. Ci avventuravamo lì spesso, io e lei, nelle nostre fughe serali dal bar del villaggio dove andavamo per sfidarci ad una partita a carambola o per mangiare un gelato da scegliere dietro un vetro ghiacciato. La mia amica spingeva il suo bacino contro il mio, lei mi indicava tutta contenta quale gelato volesse, lo scartava con avidità ma poi lo mangiava con disinteresse. Eravamo adulti o bambini, mamma? Eravamo adulti o bambini, mamma? Fuck you, mamy, fuck you.

Lei saltava a cavalcioni su di me, ancorando le sue cosce da lince al mio bacino, spingeva forte la mia nuca contro le sue clavicole, e mi teneva lì ridendo fino a che il mio respiro si faceva corto. Ogni tanto mi allontanava bruscamente, raccoglieva la mia saliva con l’indice succhiandosela con le labbra. Che schifo, è amara, dovresti mangiare una mentina. Io rimanevo stordita ed esterrefatta con il battito cardiaco alterato e sentivo una morsa di amore e desiderio (e allo stesso tempo di ripulsa, fastidio e malessere) che somigliava al gancio di una ganascia che scatta. Non mi concedeva tempo per riprendermi perché, subito dopo, proponeva una gara al gioco della carriola: uno di noi due, a turno, si metteva carponi mentre l’altro lo sollevava per le gambe. Quando toccava a me trovavo il suo sorriso altezzoso e sbarazzino ad aspettarmi, le afferravo le caviglie e la spingevo verso la meta. Ed io mi confondevo, smarrendo e ritrovando me stessa più volte, soggiogato dalla potenza di una seduzione erotica violenta associata alla più incontaminata fanciullezza. Lei giocava a tirarmi, usandolo come molla, l’elastico del costume da bagno: lo schiocco del laccio mi schiaffeggiava il coccige con una frustrata elettrica, io inspiravo e mi sentivo felice. Come tutti i bambini, facevamo la lotta, rotolandoci sull’erba o sulla sabbia. Un giorno, per scherzo, l’avevo legata al tronco di un albero, bloccandole i polsi con un catenaccio da bicicletta. Lei, seduta, le gambe scomposte, rideva e tossiva. Aveva sete così le diedi da bere dell’acqua fresca dalla borraccia con la cannuccia: lei rideva e succhiava, succhiava e mi guardava come se il tempo, tutto il tempo a venire, tutto il tempo a disposizione del mondo, fosse una convenzione inutile e dannosa e contassimo solo noi, noi due, ed il nostro appagamento perfetto. Altre volte intrecciava semplicemente la mia mano alla sua, a lungo, e poi all’improvviso mi conficcava le unghia nei palmi senza distogliere lo sguardo dagli episodi del Tulipano Nero, o di Lamù, o di Hello Spank che guardavamo su un vecchio Telefunken nell’appartamento dei suoi. Eravamo adulti o bambini, sir? Cos’eravamo, father?

Com’era bella quando dormiva, priva di intenzione cosciente, abbandonata come un pupazzo di gomma snodabile sui cuscini sintetici, con le labbra screpolate come una vecchia trasandata, le narici sfiatanti, il pareo fucsia e arancio annodato sopra l’attaccatura dei seni canini, una mano tra le cosce serrate e l’altra esangue, come fosse disidratata. Nel vegliarla, provavo amore, rabbia ed un’inspiegabile tristezza.

La sera in cui ci hanno scoperte, la sera in cui suo padre l’ha fatta rivestire e poi schiaffeggiata e strattonata via, la sera in cui mia madre mi ha puntellato il cuore con le mille punes delle sue perversioni e non delle mie, l’atmosfera era carica di pioggia e di elettricità. Coltri di nubi nere marciavano compatte, a mo’ di schieramento militare, verso di noi. Piccoli eserciti di nuvole componevano geometrie tattiche, avanzando a cerchi concentrici, dritti verso la meta: le nostre teste e le nostre vite. Qua e là sprazzi di cielo sgombro variavano dal blu acido al violetto venato di giallo. I cani erano agitati, alle nostre orecchie giungevano latrati interminabili e guaiti impazienti, le cicale tacevano, le formiche si erano rintanate nei propri labirinti fortificati. Le cime dei pini più imponenti ondeggiavano furiose al vento, come fruste dalle mille code, facendo risuonare la collina di una musica sinistra e intimidatoria. Avevamo scelto il percorso più breve, attraversando mano nella mano la strada ad alta percorrenza che tagliava a metà il versante destro della collinetta e si affacciava direttamente sulla foresta. Lei era stranamente silenziosa, la sua tensione era palpabile. Non ne capivo la ragione. Io mi sentivo come in una bolla di sapone. Giunte vicino ad un ruscello, ci eravamo sedute su dei massi sconnessi. E’ stato allora che la mia amica ha alzato lo sguardo su di me, agganciando il suo desiderio al mio, attirando su di noi la grazia e la perfidia di tutti gli dei. Nel suo sguardo lessi, con un misto di sgomento e liberazione, un bisogno vorace addolcito da una malinconia incantata. Mi sarebbe stato davvero impossibile rifiutarla, allontanare la sua fame, la sua voglia?

Lei mi si avvicinò senza imbarazzo e senza remore. Le infilai la mano sotto la maglietta per accarezzarle l’osso sacro, la mia amica avvicinò le sue labbra alle mie e mi inghiottì con un bacio che fu come attraversare la crosta terreste. La sua bocca sapeva di limone e origano. Buio e luce, luce e buio. Il respiro mi si fece corto ma allo stesso più profondo, più capiente. Ero così felice, confusa ed eccitata che mi salirono le lacrime agli occhi mentre percorrevo, attraversavo e assaggiavo ogni millimetro della sua pelle – energia, nutrimento e fiato. L’incavo delle ascelle era umido e scuro come le feritoie cieche, murate, di alcune fortificazioni adibite ad abitazioni civili; la linea dei fianchi, quei fianchi così spigolosi e immaturi, una promessa per il paradiso. Lei rideva, con gli occhi aperti, rideva e si lasciava esplorare. Ciò che sentivo io era una pulsazione interna come un accordo di basso.

E quando, moltissimi anni dopo, ho ricercato quell’accordo di basso in un altro corpo di donna, ho capito che il trauma della vergogna aveva messo a tacere per sempre tutte le note. E allora fuck you, mamy, e fuck you, father, e non tanto e non solo per la violenza adulta esercitata, ma per non aver mai fatto seguire a quella violenza parole ospitali, le parole d’amore che i grandi devono ai piccoli, quando i piccoli stanno crescendo e stanno cercando le proprie forme d’amore.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara
9] A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale
10] Una giornata al mare
11] Il mio corpo
12] Possono gli affetti essere davvero liberi?

Comments

  1. Grazie E., per me narrazioni di questo tipo sono acqua pura.
    Mi occupo di educazione libertaria e il tema della sessualità de* bambin* è un tema su cui c’è tanto lavoro da fare: è faticoso nominarla e si avverte la mancanza delle parole giuste per farlo.

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