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Io esisto e sono una sex worker per “scelta”. Perché altre donne negano la mia esistenza?

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Lei scrive:

Cara Eretica,

ho 36 anni e sono una sex worker. Non lavoro in strada e questo fa di me una sorta di escort, te lo dico tanto per capirci. Faccio questo lavoro da sei anni perché a trenta ho perso un lavoro e mi sono rifiutata di farne un altro che mi sminuiva. Mi sentivo un oggetto ed è il paradosso che alcune persone non colgono. Cioè quando ti presenti ad un colloquio qualunque e ti rendi conto che lo sguardo di chi ti valuta è quello di una persona che esercita potere su di te. Fosse anche la figlia dell’anziano che ha bisogno di una badante da parte sua vedi comunque la maniera truffaldina di chi ti vuole fregare, un centesimo o qualche euro all’ora, perché tu hai bisogno di lavorare, sei ricattabile, e chi ti chiama a colloquio questo lo sa. In quel caso diventi un oggetto.

15317947_1205562266204465_1004974073707103431_nMi sono liberata da quella brutta sensazione quando ho messo da parte la mia laurea e ho deciso di vendere servizi sessuali. Io sono la datrice di lavoro di me stessa, decido il prezzo e scelgo il cliente e questo mi ha restituito una sensazione di potenza. E’ come se mi fossi riappropriata del diritto di dire Si oppure No. Si tratta di sesso tra adulti consenzienti e i clienti pagano la mia competenza, così come per una badante esiste un prezzo per il suo ruolo di cura. Non mi sento un oggetto ma un soggetto. Non sono interamente o neppure in parte convinta che farò questo lavoro per sempre perché potrei dover cambiare vita, città, nazione, abitudini. Farò questo lavoro finché non riuscirò a immaginare di poter gestire autonomamente qualcosa che mi consenta di vivere bene.

Nella mia cerchia di amicizie, che ora, a parte un paio di persone, si è decisamente ridotta, le più giudicanti, perfide e moraliste, sono state le donne. Una mi ha detto che avevo scelto la strada più semplice mentre lei si faceva il culo per sopravvivere. Non ho mai capito il perché di questo bisogno di ergersi moralmente per stabilire una differenza tra donne socialmente accettabili e altre che invece no. La mia non è una scelta “più semplice”. E’ una scelta che devo saper gestire e che, come per ogni lavoro, ha i suoi pro e contro. Non mi permette di gestirmi alla luce del sole, per esempio. Limita le mie relazioni non lavorative perché lo stigma è troppo forte e a rafforzarlo sono anche le donne come la mia ex amica tanto bisognosa di dirsi migliore di me.

sex workers 3Io rispetto la sua scelta e rispetto anche tutte le teorie che vengono usate per giustificare il proprio vissuto; non sarò io a far crollare il loro castello di illusioni, ma non accetto di sentirmi dire che io sarei “schiava” dell’economia come se le altre, tutte precarie, non fossero costrette a fare lavori di merda per sopravvivere. Io faccio un lavoro che mi piace e non mi sento ricattabile. Non so come spiegare ma mi dà potere il fatto di poter decidere del mio corpo, delle mie azioni e del mio guadagno. Un’altra mi ha detto che il sesso per le donne è pura emozione, è quasi sacro, ed è legato alla riproduzione, aggiungo io; sfuggire a queste norme significa sfuggire alla norma eteropatriarcale che impone alle donne di essere sempre e solo legate emozionalmente ad un uomo dal quale ci si limita a esigere spermatozoi per la continuazione della specie.

E’  uno stereotipo che mi tiene intrappolata in una dicotomia che tutte noi conosciamo, quella della santa o della puttana, e io faccio semplicemente la puttana, non per appartenenza dicotomica ma per scelta, senza accettare lo stigma che mi vogliono attribuire e senza sentirmi definita da altre persone perché sono io che mi definisco e tu devi ascoltarmi. La puttana per scelta rompe lo schema di una società che è basata sul controllo dei corpi delle donne, tutte spinte a tornare al focolare domestico sotto ordine di padri padroni, mariti e matrone che fanno le kapò inducendo senso di colpa, vergogna, per non mettersi in discussione, mai, e perché di divisione tra donne per bene e donne per male si nutrono. Sono le stesse donne che fingono di essere preoccupate quando un’altra viene stuprata ma in fondo delimitano gli spazi in cui una donna può rivendicare sicurezza, mettendo quelle come me in condizioni di marginalità e senza difese. Se qualcuno dovesse stuprami sarebbe colpa mia, del mestiere che faccio; questo è quello che pensano e che insinuano dando ragione al maschilismo misogino più violento.

Per capire come si esercita questa violenza tra donne basta vedere quante tra loro insultano l’altra per qualunque sciocchezza. Perché è grassa, perché è magra, perché si depila o non lo fa, perché ha figli o non li vuole fare, perché fa figli per altri e non li vuole per se’, perché veste in un certo modo o in un altro, e potrei continuare all’infinito. Ho visto più livore nei giudizi delle donne che in quelli di misogini che si fermano ad un troia e non sanno articolare altre sillabe, poveri loro. Le donne invece sanno come ferirti, e ti feriscono, puntano sulle tue fragilità, ti massacrano perché non la pensi come loro, perché parlano di libertà ma poi ti impongono quello che devi pensare e che devi scegliere. Adottano strategie squadriste per isolarti e screditarti, ed è così che un gruppo di donne, alcune amiche di una ex amica, si sono premurate di dire ad altre persone, violando la mia privacy, quale fosse la mia professione. Non me ne vergogno ma la loro cattiveria è senza eguali e se chiedi una spiegazione ti dicono che quel che faccio io, per quanto io ne sia orgogliosa, non deve turbare la fantasia dei loro figli o, peggio, io non devo diventare esempio per le loro figlie.

Campagna a supporto delle lotte di http://www.sexworkeurope.org

Campagna a supporto delle lotte di http://www.sexworkeurope.org

A parte dire che io mi preoccuperei molto di più che loro diventassero modello di riferimento per le figlie di chiunque direi che non ho mai obbligato nessuno a fare nulla o a seguire il mio esempio, peggio ancora per il fatto che non sono io che ho scelto di rendere pubblica la mia professione ma sono state loro a farlo nella cerchia di “amicizie” comuni. Il fatto è che sono perfino femminista, sono dotata di senso critico, ed è difficile dire di me che non so quello che voglio. Sono un’anomalia, una che non può essere definita una “poveretta”, e in realtà molte altre sono come me ma vengono occultate da signore che dicono di volerti salvare tagliandoti la lingua e ordinandoti di dirti vittima o niente. Sei ancora o santa o puttana, o vittima o carnefice. Questa è la mia vita e le mie ex “amiche” potranno dire che è tutto inventato, che non esistono puttane “felici”, lavoratrici del sesso consapevoli che non sono schiave e vittime, ma il fatto è che io esisto. Io esisto e non è negando la mia esistenza che un’altra donna potrà fingere di avere in mano il potere di rappresentare quelle come me. Chiunque neghi la mia esistenza non ha la mia delega, non mi rappresenta, non rappresenta nessuna di noi, e la sua violenta crociata sarebbe bene si rivolgesse altrove, che so, a salvare le foche dall’estinzione, per dire, solo perché le foche non parlano e sarà più semplice interpretarne e mistificarne i bisogni.

Un abbraccio a tutte le colleghe e un grazie e un abbraccio a te e a chi ti segue.

S.

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Comments

  1. Tanto diranno che l’hai scritto te. Un abbraccio alla mia coetanea, che possa un giorno parlare tranquillamente della sua storia senza essere stigmatizzata

  2. Certe persone non sembrano accorgersi delle tante, troppe forme di “prostituzione” a cui sono costretti disoccupati, precari…

    Loro sì che hanno bisogno di aiuto: alle/ai sex workers non servono salvatori, ma tutele personali, legali e fiscali.

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