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Sex worker e femminista, stop a stigmi su chi sceglie di vendere servizi sessuali

foto di Michelle Gentile

foto di Michelle Gentile

Lei scrive:

Car*, vi linko quest’articolo [“Sono prostituta e femminista”, elmundo.es 30/11/2016] perchè mi sembra interessante. Sì, devo dirlo: sono stata abolizionista per tanti anni. La prostituzione stessa mi sembrava una conseguenza del maschilismo più becero. Era patriarcato della peggior specie: uomini che dispongono del corpo della donna solo perchè pagano. Ci ho messo un po’ di tempo per cambiare idea, o meglio, per capire che la realtà è molto più complessa, che non è tutto bianco o nero. La tratta fa schifo. Ci sono situazioni orribili e questo va combattuto. Però ho visto anche altro. E sono diventata lo scandalo tra molte amiche donne: ma come puoi pensare una cosa del genere? NON esistono donne che si prostituiscono per libera scelta. Sei più maschilista del cliente, mi sono sentita dire.

Vi riporto qui un articolo che vale più delle mie parole. Letto su un quotidiano spagnolo – tra l’altro di stampo piuttosto conservatore e alcuni passaggi dell’articolista lo dimostrano, visto che secondo me non ce la fa manco lui a credere fino in fondo ciò che queste donne dicono. Un articolo che da voce a delle sex-workers che non si sentono vittime.

Traduco qui di seguito qualche passaggio.

“Offrono servizi sessuali e non si sentono sfruttate. É la loro (polemica) lotta per la uguaglianza di genere. Qui si espongono mostrando il loro volto.

Natalia non è di questo mondo, come non lo sono gli unicorni, le fate e i folletti. Per una buona parte della popolazione è impossibile che esista una donna come lei: si prostituisce per scelta, senza essere costretta da un uomo, e ha una certa passione per la sua professione. Però ciò che la rende una rarità assoluta è che si considera persino femminista. Una prostituta femminista, cioè una donna che lotta per l’uguaglianza tra il sesso maschile e femminile e per una giusta ripartizione dei ruoli.

Ma è possibile? Certo, perchè Natalia, María o Amanda non sono un’eccezione, non sono poche, né senza una opinione. Vogliono che la loro voce sia ascoltata. Sono donne in carne e ossa. Carne e ossa che secondo loro non sono in vendita “Noi non vendiamo il nostro corpo, offriamo solo un servizio sessuale. Punto.”

[…]Ha senso la lotta femminista nella prostituzione? Probabilmente più che in altri ambiti, visto che si tratta di una delle trincee più misogine della società, un terreno di gioco molto propizio alla cosificazione della donna e alla sua sottomissione ai desideri maschili. Ma il costo personale in questa lotta è elevato, così come lo stigma. Il problema è che gli attacchi (almeno quelli più dolorosi) non arrivano quasi mai dagli uomini, ma dalle donne, da quelle che si considerano, come loro, femministe: sono coloro che secondo l’opinione maggioritaria di questo movimento, affermano che la prostituzione è figlia del patriarcato e le prostitute sono donne senza via d’uscita.

[…] In realtà, nessuno conosce con certezza le percentuali di donne che esercitano per obbligo o per scelta. Nel 2010 l’ONU ha calcolato che una prostituta su 5 in Europa era vittima di tratta. E che succede con le altre 6? […] Non esistono. Eppure stiamo parlando di una delle più grandi industrie del pianeta, con più di 40 milioni di uomini e donne che praticano questo mestiere.

[…] Amanda Carvajal è una escort di lusso madrilena. Non si considera femminista né attivista, ma ugualmente non sopporta le accuse delle altre donne: Non conosco un trattamento più giusto e ugualitario di quello che si stabilisce tra una prostituta e un cliente – afferma. Io decido quanto mi pagheranno, la durata dell’incontro e quello che si fa e non loro (le donne che protestano contro la prostituzione n.d.t.). Il cliente accetta e se non gli dovessero piacere le condizioni, semplicemente l’incontro non si realizza. Questo è per me uguaglianza perchè è un accordo in cui sia io che lui guadagniamo qualcosa.

Varie associazioni di professionisti del sesso como Aprosex, Hetaria, Genera, Cats e Prostitutas Indignadas difendono da molto tempo i diritti di questo collettivo, la depenalizzazione e il fatto di differenziarsi chiaramente dalle vittime di tratta. “Mi hanno criticata molto per essermi esposta e per aver detto che mi piace il mio lavoro e che è un’alternativa lavorativa legittima”, dice Natalia Ferrari. “Sembra che se sei una prostituta consapevole (empoderada, n.d.t) non hai il diritto di manifestare. Se invece sei una vittima, non hai la capacità di manifestarti e le altre donne devono farlo per te.”

Maria Riot è stanca del fuoco amico e “delle distributrici di tessere da femminista. Purtroppo ho ricevuto più critiche dalle donne che da qualsiasi altro collettivo. Ho visto le stesse etichette affibbiate anche a registe porno con cui ho lavorato”. Riot si riferisce a Erika Lust, autrice di film costruiti su uno sguardo femminile, dove la donna non è utilizzata come oggetto sessuale ma prende l’iniziativa ed esplora il suo piacere.

In realtà, il vero bersaglio del femminismo più ortodosso è l’attrice porno Amarna Miller (è quella del video pubblicato poco tempo fa per il Salone erotico di Barcelona, n.d.t.): “la femminista preferita dai maschilisti”, secondo la definizione di una delle sue detrattrici.

[…] “Molte di noi sono donne consapevoli che si dedicano a questo perchè vogliono farlo. Ci sono settori abolizionisti che non concepiscono che il lavoro sessuale possa essere una forma di empowerment femminile, mentre altre correnti del femminismo presentano il lavoro sessuale come una forma di recupero del controllo sul nostro corpo e la nostra sessualità”.

Trovano scorretto anche lo “stalking” nei confronti dei clienti, che non devono pagare la persecuzione che lo Stato dedica alle sex-workers. “Il problema delle leggi che perseguitano i clienti come fossero dei criminali non è solo che li stigmatizzano: ci rendono più vulnerabili alla violenza”, denuncia Natalia Ferrari. “Rischiare una multa fa sì che le professioniste lavorino in zone più appartate e insicure. Molte di loro arrivano ad abbassare le tariffe, a cedere a pratiche sessuali che non vorrebbero realizzare, ad accettare una negoziazione sull’uso del preservativo. Se un cliente ha paura, non mi dirà il suo vero nome né mi lascerà il suo numero di telefono cosa che metterà a rischio la mia sicurezza. È dimostrato che criminalizzare la domanda non serve a proteggere le donne, anzi, costringe le puttane a lavorare in condizioni miserevoli, dando più potere agli aggressori”.

Il Link all’articolo: http://www.elmundo.es/papel/historias/2016/11/30/583c18dcca4741ed098b4601.html

Il Link al blog di una delle intervistate, Natalia Ferrari: http://www.nataliaferrari.com/single-post-c1n1f/2016/11/15/Lo-peor-de-mi-trabajo (“Qual è la cosa peggiore di essere una puttana? Gli abolizionisti e i maschilisti”)

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