Ri-scrivere la prostituzione: le sex workers prendono parola

Questo è il terzo capitolo del libro Sex Work (il farsi lavoro della sessualità – Bebert Edizioni) di Giulia Selmi, dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale all’Università di Trento dove è parte del direttivo del Centro di Studi Interdisciplinari di Genere e assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Umane di Verona. Si occupa di sociologia delle differenze di genere, della sessualità e della famiglia.

Mi ha permesso di ripubblicare questo capitolo per condividerlo con voi consigliandovi di leggere tutto il suo libro davvero semplice, immediato e completo. Il libro descrive la prostituzione come inizialmente era intesa in quanto “femminile deviante”, poi il dibattito attorno alla Feminist Sex War, con le femministe abolizioniste che non vanno oltre al determinare il fatto che le sex workers siano solo donne oggetto (mai soggetti), poi c’è il capitolo che leggete in basso che vi illustra quanto il femminismo della terza ondata, ovvero il nostro, deve all’elaborazione politica e culturale delle sex workers. Altre pagine poi riassumono altre fasi, importanti e raccontano anche quel che accade oggi. Un aggiornamento soltanto a questo proposito: Amnesty International ha redatto un documento a richiesta di una depenalizzazione del sex working, dopo aver valutato tantissime fonti e organizzazioni che si occupano di tratta e di sex working per scelta. L’atteggiamento abolizionista nel frattempo e nel corso di tanti anni non è cambiato. Tra loro esistono anche quelle che non sanno parlare per argomenti ma che usano tentare di delegittimare e screditare le attiviste sex workers, le femministe che le supportano e perfino organizzazioni come Amnesty per non aver assunto la loro dogmatica posizione. Screditare le persone, metterle alla gogna, diffamarle, per evitare di affrontare le rivendicazioni delle sex workers riconoscendole come soggetti e interlocutrici invece che solo come oggetti “vittime” o “colpevoli”, è un metodo che ricorda tanto alcune forme di autoritarismo patriarcale a stigmatizzare le donne non allineate e obbedienti ad un solo, unico, punto di vista.

Trovate su questo blog molte testimonianze, materiale e documenti tradotti e aggiornamenti su quel che accade oggi. Anche questo testo viene diffuso per fornire fonti di ricerca e saperi che le abolizioniste continuano a mistificare e negare. Il testo è ricco di citazioni e mi scuso per non aver reso le fonti bibliografiche che trovate perfettamente elencate nel libro. Grazie a Giulia per questo bel contributo al nostro sapere e buona lettura!

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Ri-scrivere la prostituzione: le sex workers prendono parola

(dal libro Sex Work: il farsi lavoro della sessualità)

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di Giulia Selmi

Mentre all’interno del femminismo abolizionista si elaboravano le analisi appena illustrate, le donne che lavoravano come prostitute cominciarono a mostrare una certa insofferenza all’immagine che questo femminismo rimandava loro. Se, infatti, il cosiddetto femminismo pro-sex aveva uno sguardo differente da quello abolizionista sulla sessualità e sulle attività ad essa connesse, è alle lavoratrici in prima persona che dobbiamo l’elaborazione – sia teorica che politica – di una visione alternativa dello scambio di sesso per denaro capace di rendere conto delle complessità che lo caratterizzano, e di costruire un terreno di rivendicazione politica orientato al riconoscimento di soggettività e diritti.

Per lungo tempo la possibilità di contestare le narrazioni dominanti sulla prostituzione, quando non esplicitamente osteggiata, aveva trovato spazio solo sotto forma di testimonianza attraverso la narrazione autobiografica. Nel corso del Novecento vengono pubblicate alcune eccellenti biografie di “donne che hanno scelto la vita” nelle quali, attraverso il racconto della loro quotidianità nell’industria del sesso, vengono sfidati I più diffusi luoghi comuni sulla prostituzione, come la presenza costante di abusi o la totale assenza di agency nelle mani delle donne. Tuttavia, queste pubblicazioni, in parte perché presentate come romanzi, dunque prodotti considerati meno autorevoli di una pubblicazione scientifica, in parte perché scritti da donne sole, senza un movimento di opinione o politico alle spalle e spesso in forma anonima o sotto pseudonimo, sono state accolte nel migliore dei casi come testimonianze non rappresentative della “reale realtà” del commercio del sesso, negli altri come racconti prurigginosi che offrivano uno spaccato della società del vizio.

A partire dalla seconda metà degli anni settanta, invece, grazie alla creazione di gruppi politici e all’organizzazione di manifestazioni e convegni, la presa di parola pubblica da parte delle prostitute passa da un piano di mera testimonianza ad un piano di analisi e rivendicazione. La prima organizzazione di prostitute è stata COYOTE (Call Off Your Tired Ethics) fondata nel 1973 in California, seguita pochi anni dopo da PONY (Prostitutes Of New York) sulla costa est. In Francia nel giugno 1975, un gruppo di prostitute, a seguito delle ennesime persecuzioni da parte della polizia, occupa la chiesa di Saint-Nizier a Lione per chiedere la revoca delle condanne inflitte ad alcune di loro e la dismissione di un articolo del codice penale che sanzionava l’adescamento. La protesta francese ispira la nascita di collettivi simili in altri paesi europei, come l’English Collective of Prostitute nel 1975, e alcuni anni dopo, nel 1982, il Comitato per I Diritti Civili delle Prostitute in Italia. Nel 1985 si costituisce anche l’International Committee for Prostitutes’ Rights (UCPR ad Amsterdam e l’anno successivo a Bruxelles viene organizzato il World Whore Congress dove prostitute attiviste (di fatto provenienti dall’Europa e dal Nord America) si incontrano per sviluppare una narrazione alternativa del loro lavoro e una piattaforma politica comune. Ne nasce la Carta Mondiale per I Diritti delle Prostitute dove vengono stilate le istanze del movimento, tra cui la richiesta di de-criminalizzare lo scambio disesso per denaro tra adulti consenzienti.

La nascita in molte parti di Europa e Stati Uniti di un movimento politico e di opinione delle lavoratrici del sesso, dunque, ha dato il via ad un radicale processo di ri-scrittura dei significati sociali della prostituzione che ha sfidato sia l’immagine della prostituta come donna deviante che l’analisi femminista tradizionale sull’oppressione sessuale quale “unica storia attraverso cui si può interpretare il commercio del sesso”. Questo processo di trasformazione culturale si è articolato principalmente attraverso due elementi: la rivendicazione di uno spazio per le lavoratrici del sesso all’interno del movimento femminista e la ri-scrittura della prostituzione come sex work.

In primo luogo, infatti, le riflessioni elaborate dalle lavoratrici del sesso hanno sfidato l’assunto abolizionista secondo cui non vi è posizione più lontana dal femminismo che quella di una donna che lavora volontariamente nell’industria del sesso. Come si legge nello Statement on Prostitution and Feminism stilato nel corso del Second World Whore Congress:

“(…) a causa dell’esitazione o del rifiuto ad accettare la prostituzione come un lavoro legittimo e le prostitute come lavoratrici, la maggioranza delle prostitute non si è identificata come femminista. Tuttavia, molte prostitute si identificano con i valori del femminismo come l’indipendenza, l’autonomia economica, l’autodeterminazione sessuale, la forza individuale e la sorellanza.”

L’aspetto più interessante dei valori femministi abbracciati dalle lavoratrici del sesso è quello dell’autodeterminazione sessuale. Se, infatti, le femministe abolizioniste avevano utilizzato l’assenza a priori di qualunque forma di autodeterminazione come punta di diamante delle loro argomentazioni contro la prostituzione, le lavoratrici del sesso definiscono il loro femminismo esattamente in virtù del loro utilizzo della sessualità al di fuori dei percorsi tracciati dall’ordine patriarcale attraverso gli strumenti dell’eteronormatività (come il matrimonio o la monogamia): l’essere donne di tutti, e quindi donne di nessuno, e il godere di una libertà sessuale pari a quella degli uomini (e maggiore di quella delle femministe abolizioniste). In secondo luogo, le lavoratrici del sesso invocano l’alleanza con il femminismo per sfidare le concettualizzazioni simboliche della femminilità prodotte dalla mascolinità egemonica: la vergine e la puttana, la madonna e la prostituta, la donna casta e la donna licenziosa. Quello che Gail Pheterson – psicologa e attivista per I diritti delle sex workers – ha definito lo “stigma della puttana”, che separa le donne per bene – le mogli e le madri – dalle donne per male – le prostitute o le donne sessualmente disponibili fuori dal matrimonio – utilizzando come criterio la gestione privata e pubblica della sessualità femminile. Sebbene sia una stigmatizzazione che colpisce in maniera più violenta le lavoratrici del sesso, è un dispositivo che disciplina la sessualità di tutte le donne, che si prostituiscano o meno. Ed è un potente strumento del sistema patriarcale eteronormativo che contribuisce a mantenere tutte le donne (ma anche le persone transessuali o le maschilità non egemoniche) in una posizione di minore potere e diritti. L’avversione del femminismo abolizionista verso la prostituzione non fa altro che rinforzare questi confini simbolici, mentre la solidarietà tra donne provenienti da diversi contesti e settori professionali può indebolire queste dicotomie e innescare un processo di liberazione per le donne tutte, che lavorino o meno nell’industria del sesso.

Il processo di ri-scrittura della prostituzione, non più come forma di subordinazione o come comportamento deviante, ha coinvolto anche la sfera del linguaggio. Al termine prostituzione, infatti, le donne coinvolte nel mercato del sesso sostituiscono sex work, coniato nel 1980 da Carol Leigh, prostituta attivista americana del gruppo COYOTE, nel suo spettacolo The Demistification of The Sex Work Industry. Obiettivo è utilizzare il processo di sovversione linguistica già usato in ambito femminista per “portare le donne fuori dall’anonimato e scrivere con orgoglio la nostra storia”. Così Leigh descrive, retrospettivamente, i significati che l’introduzione del termine sex work ha avuto:

“L’uso del termine sex work definisce la nascita di un movimento. Riconosce il lavoro che facciamo piuttosto che definirci per il nostro status. Dopo molti anni di attivismo come prostituta, di lotte contro lo stigma sociale e contro l’ostracismo del movimento femminista tradizionale, mi ricordo come mi sentivo potente ad avere una parola per descrivere questo lavoro che non fosse un eufemismo. Il sex work non ha vergogna, e nemmeno io.”

Questo termine invita a considerare la prostituzione non come una caratteristica psicologica o sociale delle donne, ma come un’attività che produce reddito attraverso le risorse del corpo. È, dunque, una definizione che pone l’accento sulla collocazione occupazionale di coloro che sono impegnati/e nell’industria del sesso e non sulla sessualità o sul genere come caratteristiche definitorie dei soggetti. L’introduzione della parola sex work, quindi, da un lato, sottrae la prostituzione dal terreno della morale o della violenza e la inscrive nell’universo simbolico del lavoro. Dall’altro, interrompe la connessione semantica tra femminilità e prostituzione (ben espressa dall’utilizzo tradizionale della parola “puttana”). Ciò non implica affermare che il lavoro sessuale non abbia a che fare anche con le diseguaglianze di genere (così come con le diseguaglianze di classe, le politiche liberiste o quelle post-coloniali), ma al contrario che questa trasformazione semantica è uno degli strumenti per lottare contro la stigmatizzazione (profondamente di genere) di questa professione e contrastare sessismo e marginalizzazione.

La seconda dimensione che le sex workers hanno dovuto ri-scrivere per definire la prostituzione un lavoro è stata la sessualità. Da un lato, hanno posto l’accento su come la sessualità, al pari di altri aspetti dell’attività umana come l’intelligenza o la forza fisica, può essere considerata un elemento produttivo vitale che, quando viene attivato nell’ambito del lavoro, contribuisce alla produzione e alla riproduzione dell’umanità. In questo senso il lavoro sessuale può essere considerato simile agli altri lavori che vengono performati per produrre e riprodurre la società, in ognuno dei quali vengono utilizzate specifiche parti del corpo e specifiche energie e competenze. Il sesso commerciale si sposta così dal terreno della devianza e del danno sociale in cui era stato collocato dal discorso femminista abolizionista, permettendo alle lavoratrici del sesso di riposizionarsi non più come sex objects, bensì come sex esperts: “non più come oggetti del discorso scientifico, ma come le depositarie e le creatrici di una conoscenza sessuale”. Questo cambio di prospettiva invita a leggere la prostituzione non più come un fatto sociale immutabile connesso alla natura speciale della sessualità femminile e ai rapporti di genere, ma ad interrogare le modalità in cui le soggettività sessuali, I desideri e i bisogni sessuali sono organizzati in specifici contesti storici e culturali.

La ri-scrittura della sessualità, inoltre, ha dovuto sfidare l’idea della connessione necessaria tra la sessualità e il sé e tra la sessualità e l’amore, secondo la quale ogni interazione sessuale al di fuori di un rapporto d’amore è dannosa e offensiva del proprio essere fisico e psicologico. A queste argomentazioni le lavoratrici del sesso hanno ribattuto sostenendo che la vendita di servizi sessuali è stata confusa con una precisa morale sulle relazioni che impone agli individui un’interpretazione unica ed essenzialista della sessualità. In altri termini, le interazioni sessuali considerate da alcune donne del femminismo offensive, dolorose oppure ripugnanti potrebbero non esserlo per altre donne, ad esempio per coloro le quali si servono di queste interazioni sessuali come fonte di reddito. Le sex workers, dunque, hanno sostenuto che l’interpretazione della sessualità come la più alta forma di intimità tra due persone presume una visione universalista del sesso ed ignora che la percezione, il valore e I significati che uomini e donne attribuiscono alla sessualità sono diversi a seconda dei contesti e dei concreti posizionamenti che vengono assunti nella relazione. Secondo questi presupposti la prostituzione non solo può essere considerata un lavoro, ma è un’occupazione che si può scegliere a partire dal valore che si attribuisce al lavoro stesso, dalla propria esperienza della sessualità, e valutando I costi e I benefici che questa scelta implica rispetto ad altre. Per questi motivi le lavoratrici del sesso hanno rifiutato categoricamente l’immagine di vittime che gli era stata cucita addosso, sostenendo che nel lavoro sessuale, come in qualunque altro lavoro, le persone compiono scelte “contestuali” rispetto alla loro situazione di partenza (la cultura, la classe sociale, l’etnia, il sesso, i bisogni contingenti) e ai propri progetti di vita. Le possibili costrizioni sociali che costellano questa scelta, come qualunque altra, non la rendono quindi in nessun modo meno valida e degna di rispetto. Ciò vale anche per le donne migranti o dei paesi non occidentali. Il rischio, infatti, è quello di riconoscere la capacità di scegliere solamente alle donne bianche e occidentali che lavorano in contesti privilegiati, continuando a perpetrare un’immagine vittimizzante delle sex workers non occidentali. È la migrazione in un sistema di restrizione della libertà di movimento e di assenza di diritti così come il vivere in paesi con minore benessere economico e maggiori diseguaglianze sociali a rendere i soggetti che lavorano nell’industria del sesso maggiormente vulnerabili, non il fatto che si prostituiscano in sé. In più, maggiore vulnerabilità non significa non essere in grado di prendere delle decisioni sulla propria vita, anche se, ad altre persone in condizioni di maggiore privilegio economico e sociale, possono sembrare insostenibili.

Rifiutando la visione della sessualità come elemento essenziale nella costituzione del senso di sé, infine, le sex workers hanno sostenuto che gli aspetti negativi connessi al mercato del sesso non sono imputabili al suo contenuto specifico – ovvero scambiare prestazioni sessuali per denaro – ma alle condizioni entro cui ecco si esercita. Sono il livello di stigmatizzazione sociale, i contesti materiali, il livello di repressione delle forze dell’ordine o l’essere o meno in possesso di cittadinanza regolare, ad esporre le sex workers a violenza e marginalità sociale. La definizione della prostituzione come lavoro sessuale, inoltre, porta con sé il riconoscimento della presenza, al pari di altri lavori, di forme di sfruttamento e violenza che, in quanto tali, vanno combattute, non costituendo però ciò che definisce il lavoro sessuale in sé. Se, dunque, la strada intrapresa dal femminismo abolizionista mira all’eliminazione del mercato del sesso e a “salvare” le donne che vi sono coinvolte, la strada proposta dal movimento sex workers chiede riconoscimento di soggettività e diritti, e lotta alla stigmatizzazione e alla criminalizzazione.

Così si afferma del Sex Worker’s Manifesto elaborato nel 2005 durante la conferenza europea “Sex Work, Human Rights, Labour and Migration” da 120 sex workers provenienti da 26 paesi:

“L’alienazione, lo sfruttamento, l’abuso e la coercizione effettivamente esistono nell’industria del sesso, come in qualunque altro settore industriale; essi non definiscono noi o la nostra industria. Tuttavia solo nel momento in cui il lavoro viene formalmente riconosciuto, accettato dalla società e sostenuto dai sindacati, si possono stabilire dei limiti, solo quando i diritti del lavoro vengono riconosciuti e applicati i lavoratori e le lavoratrici saranno nelle condizioni di denunciare gli abusi e organizzarsi contro le condizioni di lavoro inaccettabili e sfruttamento.”

La strada del riconoscimento dei diritti è da perseguire per il movimento delle sex workers anche nel caso della migrazione e del traffico di esseri umani. Sebbene vi siano situazioni di effettiva privazione della libertà per alcune donne, il discorso e le politiche sul traffico vanno affrontate all’interno della cornice più ampia dei diritti dei e delle migranti e della libertà di movimento e dei diritti del lavoro, come ben spiega sempre il Sex Workers Manifesto:

“La violenza, la costrizione e lo sfruttamento connessi al fenomeno migratorio e al sex work debbono essere compresi ed affrontati all’interno di un quadro in cui vengano riconosciuti il valore e i diritti fondamentali delle persone che migrano. La legislazione restrittiva in tema di migrazione e le politiche contro la prostituzione devono essere riconosciute come elementi che contribuiscono alla violazione dei diritti dei migranti. Il lavoro forzato e le pratiche assimilabili alla schiavitù possono verificarsi in molti mestieri; ma laddove le attività sono legali e il lavoro riconosciuto, le possibilità di denunciare e fermare le violazioni dei diritti e impedire gli abusi sono notevolmente maggiori.”

L’analisi e la pratica politica creata dal movimento per I diritti delle sex workers ha offerto nuove categorie e nuove prospettive di analisi per interpretare l’universo del sesso commerciale. Uno degli aspetti su cui hanno influito è stato il modo di produrre conoscenza su questo mondo e le sue complessità spostando il fuoco della devianza, la violenza o la subordinazione, verso l’insieme di pratiche che compongono il fare lavoro sessuale e il modo con cui i soggetti danno senso al proprio lavoro.

 

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