#MascolinitàFragile: Cosa significa essere un uomo transgender?

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Di Andrew Cacciatore

Premetto che quanto sto per scrivere è semplicemente il mio personale modo di vivere la mia condizione di uomo transgender e che non rappresenta la condizione generale.
Credo sia fondamentale che ognuno, cisgender e transgender, viva il genere che sente più suo nel suo personalissimo modo; ma trovo essenziale lasciare una mia testimonianza per mostrare alla gente come le minoranze sessuali e di genere siano facilmente vittime di abusi.

Sono Andrew e sono un AFAB (Assigned Female At Birth), come faccio a capire che “sono” un uomo di nome “Andrew” e non una donna di nome “Maria Grazia”?
Io non credo di essere un uomo. Non sono un uomo, non nel senso ontologico (ossia dell’essere). Io non credo che il genere arrivi mai all’essere.
“Sono” un uomo quando – agendo – disfo e decostruisco il genere maschile; perché io, non sto soltanto agendo il genere maschile, lo sto problematizzando proponendo qualcosa di nuovo: il non farmi passare per cisgender, il declinarmi comunque al maschile, il dire “Io sono Andrew e non Maria Grazia”, rimanendo transgender ed avendo, comunque, elementi femminili [oltre al corpo biologicamente XX, posso adottare stereotipi di genere femminile (truccarmi, abbigliarmi in modo femminile etc)].
Io sto ponendo una decostruzione del genere, andando ad agire il genere.
Decostruzione non vuol dire distruzione. Il ‘disfacimento del genere’ deve essere inteso nella sua forma creativa.

Quando ho capito di voler agire il genere maschile? Di voler agire “Andrew” l’uomo transgender?
Ho ravvisato i primi segnali durante la mia infanzia.
Spesso mi trovavo a chiedermi perché non fossi nato maschio.
Verso i primi anni (5/6 anni mi pare) guardando al futuro io immaginavo che mi sarei sviluppato come un maschio XY. Desideravo tantissimo avere il pene al punto che me lo sentivo (effetto arto fantasma), per questo guardando un ragazzo che si masturba o toccandolo, percepivo il suo piacere su di me.

La cosa che mi ha praticamente sempre accompagnato è stato un senso di disagio, di vergogna e di non appartenenza in generale.
Tutto ciò, si è concretizzato, con la prima adolescenza in un senso di repulsione verso il mio corpo biologico; o meglio: verso tutti quei caratteri sessuali che vengono genderizzati.
Poi, verso i 12 anni, quando ho sentito che un uomo nato XX aveva transizionato per adeguare il suo corpo alla sua identità di genere, ho capito che era quello il mio destino.
Tuttavia sono cresciuto in una famiglia – non omotransfobica – ma dove queste cose non sono viste come comunemente accettabili –
Questo mi fece sviluppare una certa transfobia.
Vedere gli altri che transizionavano e sapere che io non avrei mai potuto farlo, che non avrei mai avuto il corpo che desideravo, mi fece sviluppare un certo odio nei confronti dei transessuali.
In realtà odiavo me stesso.
Odiavo il mio corpo. La maglietta troppo piena, le mutande troppo vuote.
Odiavo me stesso per non avere la possibilità di rassomigliare a ciò che desideravo.
Ma odiavo, cosa che ho capito solo di recente, il mio ruolo in società, il mio essere percepito come una donna.
Non parlo solo della società binaria ed eterosessista. Parlo di cultura, inteso come più di una persona; io non ricalco gli stereotipi maschili, credo di avere un comportamento ed un approccio al mondo molto “effeminato”. Ma il solo fatto che io possa parlare di “comportamenti maschili” e “comportamenti femminili” e disfare e decostruire il genere maschile(tipo indossando abiti femminili) lo posso fare in presenza di cultura. In presenza di un linguaggio che è, fondamentalmente, l’incarnazione della nostra cultura.
Credo che tutti sappiamo che la definizione contestuale di ogni enunciato è di massima importanza ai fini della comprensione.
Chiarifichiamo: in assenza di un linguaggio potevo dirmi uomo-donna? No.
Ma non solo per la mancanza di “parola”, ma perché “uomo/donna” sono già descrizioni densamente ricche di significati; significati derivati da strategie sociali e cognitive.
“Uomo/donna” sono “descrizioni dense” che possiamo apprendere soltanto sviluppando efficaci modelli di partecipazione alla cultura.
Non voglio soffermarmi su questo, ma non voglio rischiare neanche di essere frainteso.
Sono disforico. Sono (=agisco come) un uomo transgender di nome Andrew.

Solo verso i 19 anni riuscii a dichiarare la mia identità di genere.
Cominciarono gli abusi da parte della mia famiglia: La delusione, la rabbia, la paura sul volto di mia madre che influenzò tutti gli altri membri del nucleo familiare.
E cominciai ad avere problemi di depressione molto forte.
Vedevo uno psichiatra diverso al giorno a causa di mia madre che, cercava in tutti i modi di farmi assumere psicofarmaci per “curare” questa mia “devianza”.
Non ce la facevo più. Tentai il suicidio e finii in psichiatria.
Dopo due settimane in psichiatria mi cambiarono il dosaggio dei farmaci e mi “affidarono” ad una psicoterapeuta ed ad una psichitra che vedo ancora mensilmente.
Assumo farmaci da cinque anni.

La storia non finisce.
Dopo essermi accettato come ragazzo transgender ho provato a vivermi in società, a scuola.
Frequentavo il primo anno dell’alberghiero. Ho provato a spiegare la mia condizione di transgender. Non funzionò. Mi bullizzavano. Allora ho cercato di passare per un ragazzo cisgender.
Sceglievo i vestiti dal reparto maschile.
Indossavo il binder (canotta contenitiva per nascondere il seno).
E ai più passavo per un ragazzo cisgender.
E solo in quei momenti provavo una sensazione di benessere.
Il resto della mia vita era un inferno.
I miei genitori avevano paura.
I miei genitori avevano paura per me, che subissi atti di bullismo, cosa che infatti successe.
Mi insultavano pesantemente, dal “frocio, lesbica, travestito” all’ “anormale, deviato”; mi pestavano; arrivarono a strapparmi i pantaloni di dosso per dimostrare a tutti che ero una femmina. E che per loro significava essere una donna.
Niente di più errato.
Sono nato in un corpo XX, ma questo non indica che io sia una donna.
Mi hanno assegnato il genere femminile alla nascita. Mi sono ribellato agendo il genere maschile; agendo Andrew. L’uomo transgender.
Il bullismo mi costrinse a ritirami da scuola.

E’ il 03/11/2016
Oggi compio 24 anni e nell’ultimo mese sono successe diverse cose positive che posso festeggiare.
1 – Ho conosciuto tante splendide persone: ho degli amici che mi sostengono e che mi vogliono bene e non più – solo – virtuali.
Tra queste persone ho conosciuto il mio attuale fidanzato (Ah già, l’avevo scordato: Sono un finocchio!) che sta rendendo la mia vita meravigliosa.
2 – Sono uno studente brillante ed ho un’ottima media scolastica. (Ora frequento l’istituto professionale per i servizi socio-sanitari). Grazie anche al mio ragazzo ho fatto coming out a scuola, con i miei compagni. Mi hanno tutti accettato e mi vogliono un gran bene!
3 – Ho abbassato notevolmente gli psicofarmaci: Sto bene, cristo! Non ho più voglia di ammazzarmi.
4 – Ho capito, che non voglio essere cisgender, che sto bene ad essere un uomo transgender.
Credo di essere in uno stato vicino all’ euforia fisica. Cioè, non mi piace il mio corpo, ma ho finalmente capito che non mi serve un corpo diverso – da quello che ho adesso – che rassomiglia ai maschi XY per essere un uomo.
Molto probabilmente, farò ugualmente la mastectomia e prenderò ormoni okay, ma non lo farò per essere qualcosa che posso essere già adesso.
È la prima volta nella mia vita che posso dire “sono già un uomo” con consapevolezza.
5 – E, cosa più importante: non mi sono mai sentito così bene in vita mia. Ve l’ho già detto, lo so, ma repetita iuvant. ^_^

Sì, i problemi ci sono.
Ho fatto coming out con mia madre come uomo transgender.(non era la prima volta ma lei sperava che sua figlia fosse guarita)
Mia madre ha parlato con il mio ragazzo che le ha detto che non conosce “Maria Grazia” e che è innamorato di “Andrew”.
La situazione in casa è diventata molto tesa, molto pesante; quasi impossibile da vivere.
La mia famiglia (capeggiata da mia madre) vuole farmi ingozzare di psicofarmaci, mandarmi in psichiatria, darmi in affido ad un assistente sociale.
Non so come si evolverà la situazione.
Oggi è il mio compleanno, vi ho detto e prevedo di festeggiare con i miei amici, ma, sentirmi ripetere continuamente da mia madre che “non sono normale”, che sono “malata di mente”, che “farò una bruttissima fine” etc, sono tutti fattori di stress che mi che mi portano a dubitare delle mie capacità e ad avere paura di qualcosa di, forse, assolutamente gestibile.

—>>>Questo è un contributo di Andrew per la campagna #mascolinitàfragile. Inviateci storie, immagini, quel che volete, su stereotipi che riguardano il maschile e oltre. Su abbattoimuri@grrlz.net

—>>>Guarda le immagini e i meme creati per la campagna.

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