#MascolinitàFragile: disertare e nascondersi per sopravvivere

2-bullismo

La prima volta in cui ho disertato la chiamata del branco fu alle medie. Non volevo partecipare alla gara di sfottò nei confronti di una ragazzina che veniva chiamata “grassa, tappa, brutta” e vi lascio immaginare il resto. Quella bambina non veniva trattata bene neppure dalle compagne e mai, però, mi venne in mente di sedermici accanto, di farci amicizia, perché non ero coraggioso fino a questo punto. Il bullismo avviene anche grazie alla paura delle persone come me che sanno quanto sia sbagliato ma non fanno niente per rompere quello schema. Avevo il terrore di essere associato a lei e avevo paura di finire nel mirino dei bulli.

Quindi posso dire che indirettamente anch’io fossi una vittima del bullismo che mi imponeva di “rispettare” i più forti per dimostrare di essere un vero maschio. Basterebbe comunque fare un po’ di conti, due più due, senza ricorrere alle tabelline, per capire che non c’è nulla di coraggioso nel prendere in giro una ragazzina. I bulli sono vigliacchi in tutti i sensi e vigliacco lo fui anch’io che non intervenni in sua difesa. Non so se questo c’entra con la vostra riflessione sulla fragilità maschile ma di sicuro c’entra con il mio percorso perché al liceo mi sentii più vicino agli ultimi, in generale, i nerd, quelli che nessuno considerava, perché non ero un bullo, non ero abbastanza forte per dirlo ad alta voce e poi perché preferivo rifugiarmi dietro un altro stereotipo invece che dirmi libero.

Ero muto, codardo, studioso, e siccome non dicevo parolacce alle femmine ero pure mezzo frocio. Non ho mai fatto a botte, ho pianto quando mi sono sentito mortificato per una interrogazione andata male, per le litigate con mio padre che mi urlava che avrei dovuto essere più sicuro di me. Ma cosa ne poteva sapere lui su quel che volesse dire essere “sicuro di me” in quelle circostanze? Non ho mai invidiato i bulli e neppure quelli che attiravano di più l’attenzione delle “femmine”. Non sono cresciuto arrabbiato o rancoroso per via dell’isolamento che ho patito. Non penso di essere vittimista, non era per questo che piangevo. Mi ero solo ricavato un angolo per me stesso, per poter esistere volando basso, schivando i colpi e camminando in piedi solo in tempo di pace.

Se ci penso ora direi che a molti probabilmente sembravo stupido o sordo, perché non mi lasciavo coinvolgere in nulla che non fosse lo studio o gli interessi condivisi e privi di ogni rischio. Quando morì mio padre, per un incidente d’auto, mia nonna mi diceva che ero io l’uomo di casa e io non sapevo cosa volesse dire. Mi assumevo già delle responsabilità in casa. Mettevo in ordine la mia stanza, cucinavo quando i miei non c’erano e facevo delle commissioni, un po’ di spesa, quando mia madre lo chiedeva. Fare il maschio di casa in che modo? Mia madre lavorava e io studiavo. Mia sorella studiava ed era due anni più piccola di me. Avrei dovuto smettere di studiare e andare a lavorare? Ero disorientato.

Quello che accadde fu molto più comprensibile. Mia mamma vendette la casa dove stavamo e ci trasferimmo dalla nonna che abitava da sola. Così riuscivamo a vivere con lo stipendio di mamma e io e mia sorella potevamo continuare a studiare. Ora sono un ingegnere e non perché sono maschio ma perché mi è piaciuto studiare questa materia. Nel mio corso non c’erano molte donne ma quelle che c’erano erano bravissime e non ho mai pensato che fossero un’anomalia. Non ho mai pensato che le donne dovessero studiare qualcosa di “più femminile”.

Non sono più un nerd, isolato, con interessi privi di rischio. Lavoro con colleghe e colleghi e se qualcuno dice qualcosa di sbagliato glielo faccio notare. Non mi faccio più i fatti miei e sto cercando di liberarmi, ogni giorno di più, dalle etichette che in quanto maschio dovrei portare sulla pelle. Non è facile ma non è neppure impossibile. Non ho mai saputo che fine avesse fatto la ragazzina delle medie. Ogni tanto ci ripenso come se avessi l’obbligo di risarcirla per la mia vigliaccheria. Poi dico a me stesso che certe volte non si può fare altro che disertare e nascondersi per sopravvivere, ed è brutto essere costretti a fare questo. Spero solo che quello che ho raccontato possa servire a qualcuno per capire che il coraggio non è quello dello stronzo che ti potrebbe fare male. Il coraggio è di chi si inventa un altro modo di vivere a partire da zero, senza un punto di riferimento nuovo. Mio padre non lo era, infatti, e io ho dovuto fare tutto da solo. Spero che un giorno mio figlio possa dire invece di aver avuto in me un alleato.

F.

—>>>Questo è un contributo di F. per la campagna #mascolinitàfragile. Inviateci storie, immagini, quel che volete, su stereotipi che riguardano il maschile e oltre. su abbattoimuri@grrlz.net

—>>>Guarda le immagini e i meme creati per la campagna.

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