#MascolinitàFragile: la libertà di piangere

Immagine tratta dal lavoro di Ari Folman, Valzer con Bashir

Immagine tratta dal lavoro di Ari Folman, Valzer con Bashir

“Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli”
[Conte Ugolino della Gherardesca – Inferno, Canto XXXIII]

Stranamente l’esperienza del pianto è qualcosa che a noi bambini è stata negata a un certo punto dell’esistenza, come “faccenda non virile”.
Mi piace iniziare questo piccolo intervento con una dimostrazione di come una voce non certo da poco come Dante Alighieri considerasse una cosa solita il “piangere” e che ritenesse una vicenda orrida come quella di Ugolino della Gherardesca, costretto a vedere morire i suoi figli di stenti e a divorarli per fame, una vicenda degna di lacrime senza alcun dubbio.

(Detto tra noi, a Pisa ho pianto quietamente di fronte al luogo dove i Pisani dicono ci fosse la torre della famosa prigionia)

Non ho dati per dire quando è diventato proibitivo per il maschio piangere ma sono certo che per tutta la mia infanzia e la mia adolescenza l’unica figura accettata è stata quella del maschio forte che non si perde in lacrime, né per un dolore fisico, né per uno spirituale.

Tutti sono sempre stati molto preoccupati nel vedermi piangere (tra le persone care) o sono stati pronti a deridermi (tra gli estranei con cui mi sono trovato in conflitto) perché l’effetto fisiologico secondario di una emozione umana si rifletteva all’improvviso sul mio volto rosso.
Piangere era il segno della mia debolezza e quindi ero da incitare ad essere forte (quante volte) e non mostrare i miei sentimenti o era da sfruttare la mia debolezza insultando la mia reazione di pianto.
Le uniche occasioni che ricordi in cui del dolore poteva essere fatta mostra anche dai maschi sono quelle vicende di dolore collettivo in cui mostrare la propria sofferenza è ancora visto come meritorio.

Un lutto, ovvero il nostro processo di gestione della morte, il mistero irrisolvibile, il problema irrisolvibile, di fronte al quale tutti, maschi e femmine, possono piangere.
Certo i maschi devono ritirarsi dopo un po’ e stare fuori dalla veglia con gli occhi asciutti, padroni di nuovo di sé, mentre le femmine continueranno il loro pianto fino all’interramento (la prefica in fondo è un mestiere solo femminile, no?).
Ora, nonostante tutti i consigli, o le pressioni, nonostante tutte le sessioni di “non ti devi fare vedere che piangi, sei un maschio, devi essere forte”, per qualche strano motivo o voglia di libertà non ho mai rinunciato a questo diritto.

“È raccomandabile piangere
È raccomandabile piangere
È raccomandabile piangere, fa bene al cuore.”
[CSI – Nessuno Fece Nulla, recitativo sul conflitto dei Balcani, tratto dal diario del soldato Nedžad Maksumić]

Nessuno Fece Nulla è uno dei pezzi che mi ha fatto più piangere in questi anni.
C’è un video che è stato montato con dei pezzi di filmati reali della guerra nei Balcani, ad accompagnare questa traccia e la prima volta che l’ho sentita, l’ho sentita con quel video. Terribile.
Ma non era la prima volta che mi succedeva qualcosa del genere.
Una volta ricordo di aver fatto preoccupare delle persone dopo aver finito di vedere Valzer con Bashir, la ricostruzione traumatica del ricordo di un soldato israeliano sui massacri di Sabra e Shatila, che ti trascina all’interno del suo trauma con fatica e ti colpisce alla fine dritto in faccia quasi con la stessa forza del colpo che ha subito.
Ho pianto molto, e non ho parlato per ore.

Perché dico questo?
Principalmente perché questi sono i primi ricordi che mi si affollano nella mente parlando di pianto, nel mio passaggio all’età adulta mi è sembrato solo ovvio continuare a seguire gli istinti istantanei e le sensazioni che affollano la mia mente da quando sono nato.
Ho pianto cantando canzoni, ho pianto durante dolori personali, ho pianto di felicità (sì, succede), specie dopo un periodo difficile, tra le braccia di qualcuno.
Ho pianto per le mie malattie, per i problemi fisici, ho pianto per ansie e paure, ho pianto ogni volta che il mio corpo mi ha chiesto di farlo, mi ha detto di averne bisogno.

E sapete che è vero? Fa bene al cuore.
Mi ha aiutato in qualche modo ad attraversare dolori personali e orrori ancora più grandi di me, ha aiutato coloro che mi stavano intorno a capire la mia condizione e dove era il mio cuore, è servito a ciò che il nostro corpo sa bene (ci conosce a un livello più onesto del pensiero cosciente?), una reazione emotiva, un bisogno interiore, una maniera di fluire il dolore, una altissima forma di comunicazione.
Perché, alla fine di tutto, il mio pianto è stato un elemento fondamentale dell’avventura che mi ha condotto fino a qui, dei crolli e delle risalite, delle strade sconnesse prese che finivano in prati erbosi dove riposare ed essere contenti.
E in tutto questo, ho una grande barba, dei bei baffi, un uomo come prima di me tanti uomini che hanno fatto la storia, capaci di piangere, una marca di nobiltà.
Una cosa che ci è stata negata per chissà quale motivo, che vorrei fosse disponibile a tutti di nuovo, in questo futuro che si fa presente.
La libertà di piangere.

Cruth A Bhàis

—>>>Questo è un contributo di Cruth A Bhàis per la campagna #mascolinitàfragile. Inviateci storie, immagini, quel che volete, su stereotipi che riguardano il maschile e oltre. su abbattoimuri@grrlz.net

lacrima

—>>>Guarda le immagini e i meme creati per la campagna.

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Comments

  1. Ma che bello. Leggendoti, ho pensato al protagonista di ‘Habla con ella’ di Almodóvar, che si commuove e piange (se su youtube si cerca ‘Caetano Veloso Cucurrucucu Paloma Hable Con Ella’, ci si può fare un’idea). Grazie

    • Grazie a te per aver letto e aver considerato questa piccola cosa che ho scritto.
      Habla con ella è uno dei film del Pedro che mi mancano, rimedierò certamente.🙂

      [Ti rispondo con il mio account WordPress che non uso da anni e che ho riesumato per l’occasione, ma dietro il nick differente sono io, Cruth😉 ]

      • ‘E allora dillo pure che sei offeso / dalle donne che non ridono / dagli uomini che non piangono / […] ma se hai qualcosa da dire / tu dillo adesso / non aspettare che ci sia un momento più conveniente per parlare’ (Fabi-Mannoia, Offeso)

  2. (Titolo originale: ‘Hable con ella’, in italiano ‘Parla con lei’)

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