Ho abortito e non sono stata trattata con umanità

Lei scrive:

Ciao, sono una ragazza di 22 anni, fidanzata da 2, studentessa universitaria da 3. Cinque mesi fa, agli inizi delle vacanze estive, mi accorgo di un ritardo. Presa dal panico effettuo un test (ero sempre stata molto attenta e l’idea di una gravidanza non mi era passata manco per l’anticamera del cervello): positivo. Da lì inizia il mio inferno, non mi sentivo assolutamente pronta a tenerlo e a differenza di quanto la gente si aspetti non ho avuto molti dubbi sul da farsi, appena ho visto le 2 linee comparire tra me e me mi sono detta: non puoi portare avanti una gravidanza ora. Sono andata al consultorio dove sono stata trattata come una beota, mi sono sentita in colpa anche solo di aver pensato che l’aborto fosse una buona mossa.

Mi sono recata da un ginecologo privato (soldi su soldi) ma a detta sua non era di sua competenza dirmi come muovermi nel caso di una interruzione volontaria di gravidanza e mi ha consigliato di rivolgermi all’ospedale della mia città. Sono andata ad un secondo consultorio: pareti piene di volantini sugli aiuti alle giovani mamme, sostegni psicologici, corsi pre parto, almeno 6 donne incinte in fila davanti a me (ansia, sensi di colpa, confusione, tristezza). Parlo con il medico: vengono richieste ecografie, esami del sangue, insomma, una tragedia! Più il tempo passava e più sentivo il mio corpo cambiare!

Il seno gonfio, la nausea, la pancia sempre dura, iniziavo ad avere brutti pensieri, “deve finire subito questa cosa”, mi dicevo, sembrava che tutto fosse studiato nel dettaglio per farmi sentire male per quello che stavo facendo, per far passare più tempo possibile e far crescere dentro di me qualcosa che io non sarei mai stata capace far crescere. Come se il mio inconscio non facesse già abbastanza da solo. Ho dovuto aspettare 1 mese in tutto (da quando me ne sono accorta ed ero già ad un mese pieno) prima di potermi operare all’ospedale: prenotare le visite, aspettare i risultati, 7 giorni obbligatori di “riflessione”, 3 giorni solo per aprire la cartella, la prenotazione dell’intervento stesso. Mi ritrovo lì, alle 7 del mattino in digiuno totale (no acqua no cibo), in una stanza con altre 4 donne tra le quali una ragazza straniera residente presso centro accoglienza profughi (evito di raccontare come è stata trattata quella povera ragazza di appena 18 anni).

Alle 10 tocca a me, alle 10.20 riapro gli occhi nella solita stanza con le solite compagne di avventura. Fino alla 4 rimango con l’obbligo di non bere e non mangiare. Alle 4 posso bere acqua !! Finalmente !! Alle 6 mi chiamano per la visita finale prima di essere dimessa. Sono talmente sconvolta da quei 10 minuti di terrore che scriverei pure il nome della dottoressa ma tanto cambierebbe poco: una visita che mi viene difficile anche solo descrivere a parole. Non so spiegarvi in che situazione ero in quel momento (a livello fisico quanto mentale) ma mi sentivo fragile sotto ogni aspetto. Questa ginecologa mi infila la mano senza proferire parola e inizia a ravanare come fossi un tacchino la notte prima di Natale, mi metto a piangere per lo stress , per il dolore, per le perdite di sangue che lì per lì mi stavano facendo stare male. Continua come se nulla fosse. Mi lascia un fazzoletto per pulirmi, va alla scrivania.

Non c’è nemmeno una sedia. Sono lì in piedi davanti a lei che mi ripete come una macchinetta come vivermi la prossima settimana (pastiglie, antidolorifici) e nel frattempo l’infermiera mi strappa il cerotto e sfila la flebo dal braccio. Stremata dalla giornata infinita e con una voragine al posto dello stomaco torno a casa. Non so se sentirmi stupida a raccontare questa storia con le lacrime, come se avessero violato un mio diritto. Alla fine ho ottenuto quello che volevo, ma a quale prezzo? Non mi hanno mai chiesto come stavo e mi chiedo: rientra nei miei diritti anche questo? Essere trattata con umanità e compassione? Queste persone mi hanno aiutata è vero, eppure ho vissuto questa esperienza con stress e ansia. Ho avuto incubi per una settimana e ancora oggi se ripenso al tutto e a quella ultima visita in particolare mi sale un brivido lungo la schiena. Sono comunque molto fortunata, il mio ragazzo mi è stato accanto per tutto il tempo e a differenza di molte altre ragazze sono riuscita a fare “di testa mia “, senza farmi influenzare da tutte le persone che erano contrarie alla mia scelta.

Comments

  1. Nessuna donna deve subire quelli che hai vissuto tu. Se ti è possibile denunciala anonimamente. Episodi di mala sanità sono frequenti e noi pazienti abbiamo il diritto di contestare queste persone. Sono stata operata da poco, come te ho rischiato la vita, e ho incontrato un dottore senza sentimento che mentre ancora i farmaci mi turbavano l’anima è riuscito a dare la colpa a me per aver fatto una domanda sulla cura, mentre mi trattava esplicitamente con sbrigativita e sufficienza. Siamo nelle loro mani per essere curati non peggiorati! Ho mandato un reclamo con il suo nome all’ospedale. Possiamo fare a meno di questo dottori! C’è ne sono molti altri che non vedono l’ora di lavorare. In ginecologia mi capito qualcosa di simile a proposito del tacchino, mentre tremavo e piangevo dal dolore e dal terrore. La prossima volta che vado spiegherò questo e mi assicurero che mi trattino con mani di fata o rischieranno denuncia: sarò chiara con loro.
    Hai tutto il mio sostegno. Sii forte, hai fatto una scelta consapevole e onesta. Hai tutto il mio rispetto e il mio indegno verso quei peggio dei cani.

  2. Benvenuta in Italia…la prossima volta che passi di fianco ad una chiesa sputa sulla porta e poi prosegui dritta per la tua strada, come hai fatto degnamente in questa situazione.

  3. Ti sono vicino, da quasi laureato in medicina.

  4. Non credo sia malasanità, purtroppo questa è la prassi, io ho vissuto un’esperienza molto simile alla tua, soprattutto nella prima parte, quella del tempo che trascorre, degli accertamenti d’obbligo e dell’incontro presso il consultorio, quando con supponenza, freddezza e biasimo io e il mio compagno siamo stati redarguiti aspramente da una dottoressa e trattati come feccia semianalfabeta. Dell’ospedale ricordo un freddo stanzino, con qualche sedia addossata alle pareti, nell’anticamera della sala operatoria, che raggiungemmo a piedi, in fila indiana, dopo un’umiliante passerella che dal reparto ci fece attraversare mezzo ospedale sotto gli occhi del personale che di sicuro sapeva che QUEL gruppo di donne in camicia da notte scortate dall’infermiere, andava ad abortire (alla faccia della privacy).

  5. Un grande abbraccio. Nessuno merita questo, nessuno.
    Com é caduto in basso questo paese.

  6. Mi ritengo fortunata, a me è capitato addirittura 2 volte. La prima volta a 19 anni, all’ospedale di Bra (la città della Bonino, tra l’altro), e sono stata trattata benissimo. La seconda volta a 37 anni, all’ospedale di Alba, ed è andata altrettanto bene. Ho trovato comprensione e umanità sia dal personale che dalle compagne di stanza ricoverate per altri motivi. E così dovrebbe essere sempre!

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