Emis Killa: e se rilanciassi un messaggio contro la violenza di genere?

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Gentile Emis Killa,

ho letto la risposta che ha dato a Cristina Obber su La24esimaOra e la risposta che ha consegnato ai suoi fan su facebook. Sono una tra le femministe che ha contestato apertamente la sua canzone e ha descritto le contestazioni che altre hanno espresso non consegnandosi ad un bisogno di censura o affidandosi a protettori e paternalisti ma esprimendo rabbia e giusta reazione rispetto a qualcosa che le colpisce, che ci colpisce tutte.

Mi occupo di comunicazione da molto tempo e quello che so è che si può certo interpretare un ruolo in prima persona per raccontare un tema che sensibilizza. Lo fa chiunque sappia scrivere un buon romanzo, una storia, o consegni a un diario su un blog ciò che realmente vive. E’ necessario farlo perché mettendo in luce la complessità si decostruisce e sovverte il significato delle parole, si obbliga chi legge a comprendere la stonatura, disorienta, provoca, induce a pensare, fa arrabbiare, attira l’attenzione e obbliga a provare empatia.

Fare tutto ciò comporta delle responsabilità perché direttamente o indirettamente si sta parlando ad un pubblico fatto di gente che recepisce, critica, mette in discussione, senza toni inquisitori, e se uno scontro avviene in pubblico, e parlo di scontro tra differenti soggetti incaricati a modificare la cultura esistente, a contrastarla quando dannosa, può anche servire a sensibilizzare un pubblico di gente che fino a qualche giorno fa era totalmente ignara sulla questione.

D’altro canto le femministe, le donne che hanno segnalato un disagio, un fastidio e che hanno espresso una critica rispetto alla canzone avrebbero potuto pensare ad altro, non accorgersi della sua esistenza, impegnarsi in altre campagne in difesa di diritti civili che contano per ciascun@ di noi. E se non ci fossimo accorte dell’esistenza del testo non si sarebbe svolto questo dibattito in pubblico, cosa sulla quale forse lei contava, da quel che scrive, e dunque non sarebbe stato affatto evidente il senso che lei attribuisce alla canzone.

Quello che accade, se il suo racconto lascia intatta la versione del carnefice, pur sapendo che non va demonizzato, è che il linguaggio che lei usa nutre un immaginario preciso, lo coccola, lo rafforza, e non fornisce alcuna complessità, nessuno sguardo complicato che può anche indurci a osservare meglio il carnefice, pur non dimenticando, se pur da osservatori esterni, che esiste una vittima.

E non le sto dicendo che un uomo ucciderà una donna dopo aver ascoltato la sua canzone, né d’altro canto ritengo che un film porno – e si parla di sesso consensuale e non di assassinio annunciato – possa indurre i giovani alla perdizione. Ma la differenza tra le due cose è che la prima, ovvero il suo brano, non rompe alcuno schema, non lascia punti interrogativi, domande, nulla. La seconda invece è trasgressione e se combatto per lasciare che un porno sia accessibile senza particolari divieti per gli adulti, sebbene sia criticabile per modelli estetici, per abitudini sessuali descritte, per sospiri poco credibili, lotto contro una determinata porzione di moralismo. Sfido il perbenismo, mi approprio del linguaggio che alcuni vorrebbero censurare in nome di un malinteso controllo per le menti e la sessualità delle persone, e posso riproporlo in altro senso. Così funziona per il porno femminista, per esempio, che parla di piacere delle donne, di superamento delle dicotomie, di quel che non concerne soltanto uomini o donne, ma una varietà di generi slegati dai ruoli imposti per fedeltà alla biologia.

La sua canzone, invece, a me pare che non compia alcuna rivoluzione culturale. Non c’è nulla di trasgressivo. Nulla di rivoluzionario. Propone lo schema di una coppia etero, lui che è disperato e chiama questa donna, stalkerizzandola all’infinito, e poi insiste nel definire l’intenzione, sempre più credibile, di ucciderla secondo l’antico schema riassumibile in un “mia o di nessun altro”. Io trovo che la sua canzone non sensibilizzi ma ripeta codici linguistici che possiamo vedere recitati in moltissimi commenti sui social. Basta vedere il linguaggio dei bulli che nei loro minuti d’odio contro la vittima di passaggio insultano riuscendo perfino a pensare che sia lecito augurarsi la morte della persona offesa.

E’ vero che non ci si può sostituire al lettore acritico e che non dobbiamo, giammai, censurare nulla, e per quel che mi riguarda ho spesso criticato quelle “femministe” che esigevano la censura delle 50 sfumature di grigio o di libri che parlano di sottomissione della donna. Io penso che nulla possa essere e debba essere censurato ma tutt* noi conserviamo il diritto di critica sui contenuti che non va mai confuso con l’attacco alla persona. Quello è un difetto di cui tante persone subiscono le conseguenze. E, parlando di lei, mi scuso perché sotto i miei post ho dovuto cancellare insulti che non aggiungevano nulla di buono alla discussione. Chi non ha sufficienti argomenti identifica chi scrive con i personaggi che crea. Come dire che chi scrive un noir ha istinti omicidi.

E’ chiaro che lei non è uno stalker né un potenziale femminicida. Lei è un autore e più che mancarle di rispetto chiedendole di scendere dal palco e rinunciare a cantare la sua canzone le chiederei di usare quel palcoscenico per lasciar scorrere un enorme manifesto in cui si parla di lotta contro la violenza di genere. Canti la sua canzone e dica che quello di cui parla è la descrizione di un comportamento malato e che esistono donne ribelli che rinunciano a subire violenza e uomini che vanno avanti con la propria vita, anche se alla fine di una storia, senza guardarsi indietro. Ha molti fan, ha un gran pubblico, allora mandi un messaggio positivo a chi l’ascolta. Ed è questo alla fine che conta.

Cordialmente

Eretica

Ps: Ricordo a chi legge che il 26 novembre c’è una manifestazione nazionale, a Roma, contro la violenza di genere. Partecipate in tant*, mi raccomando.

 

Comments

  1. Hai ragione emis

  2. Un articolo ancora più vuoto della canzone che vuole criticare, molto più probabilmente c’è una rosik di fondo verso il personaggio visto che se ne critica solo i modi non il messaggio. Il succo dell’articolo é quindi alla fine basta aggiungere un po’ di zucchero e tutto diventa digeribile? Bah questo si che é poco rivoluzionario, tutta roba già sentita.

    Polemica molto sterile e molto poco interessante

  3. La risposta di Emis Killa è una paraculata, come è una paraculata la canzone oggetto del dibattito – una “denuncia” davvero incisiva il cantare la violenza di genere allo stesso modo in cui la stimola, giustifica e poi condanna il sistema dominante, roba che apre la mente a chi ti ascolta… – Qualsiasi altra considerazione che esuli da questo fatto e da quello ancor più plateale che il rap/hip-hop è da quasi 30 anni una marchettata stomachevole, ha poca ragion d’essere oltre un mesto spreco di energie.

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