Diario di una famiglia tradizionale: possono gli affetti essere davvero liberi?

I venti estivi si sono placati, le zolle di terra ne hanno assorbito la caduta. La penombra ora è precoce e confortante. Il silenzio è languido e senza pretese come quello che lascia il vento quando si ritrae sotto un manto d’erba e ne scrolla le punte simulando una carezza peccaminosa troppo simile a quella di mio marito sulla coscia di un’altra donna, nell’umidità acre di un abitacolo ingombro di vestiti – fuori la tramontana, e poi la cantilena luminosa di un’insegna pop – una carezza a mano aperta, la pelle fredda è fredda e vigile, lui accarezza lei, la pelle è fredda e pronta. Ho sillabato la scena con diligenza chirurgica, insistenti pause sui fotogrammi dei possibili incastri, delle possibili combinazioni dei sentimenti. E’ stato nel bel mezzo di un’estate di venti che mi si erano già insinuati sotto la camiciola, gonfiandola, lasciandomi nuda come lo stelo di un palloncino, che mio marito me lo ha detto, dando il via alla sequenza visiva, al mio involontario peccato voyeuristico – ho fatto l’amore con lei, ha detto – la nocca che accarezza il labbro, lo sguardo franco e dolce, la pressione sotto il bacino – ho fatto l’amore con lei, ha ripetuto. Il macramè dell’orlo della tovaglia si è impennato al vento e ha continuato a sfarfallare.

Avrei voluto saper dire che il suo piacere, la grazia di un contatto a pelle fresca e tesa, fossero – per traslazione d’amore – anche il mio piacere e la mia grazia. Avrei voluto avvertire un turbamento gentile, uno scatto leggero come quello di una chiave che apre furtivamente uno scrigno, un delicato spostamento d’aria verso luoghi in cui gli affetti fossero davvero liberi e mio marito potesse adagiarsi e spingere le sue voglie – un soffio per allontanarle i capelli dagli occhi, una pausa per dirsi qualcosa –senza pena, rimorso o colpa alcuna. Il mio cuore, invece, è ruzzolato giù, nell’iper-realismo cromatico di una pellicola di certo meno cruda e vivida di quella che ha continuato a proiettarsi sulle mie stesse ossa candide, nel trauma di un mutismo selettivo che inizialmente ha censurato gelosia e risentimento.

Durante le vacanze di famiglia al mare, poggiavo la guancia sulle alghe vischiose degli scogli e ciò che mi pareva di sentire era il silenzio sottomarino di una metropoli evacuata all’improvviso. Mio figlio, se mi vedeva distratta e incupita, mi prendeva a pallonate, e poi giocavamo. Affidavo orgasmi telefonici, display a display, ad un uomo dai comandi fermi e gentili – in posizione, l’argento con i pendagli, il foulard arancione per coprire il viso nelle foto intime che si espandono con un clic sugli schermi casalinghi. Mio marito continuava a chiedermi scusa, leggermente incredulo, a prendermi di notte, a cospargermi a pennellate di tenerezza, vicinanza e amore. Io sentivo un pervicace fastidio per tutto. Ero triste per me, per la mia riluttanza ad ammettere il rancore, ed ero triste per lui, costretto a chiedere scusa per un desiderio puro e vibrante, innocente – la lingua sul petto, lei che accarezza lui, il pube leggermente scoperto.

Il mio, ancora prima che sentimentale, è stato un cortocircuito logico, etico ed ideologico. Una resa dei conti quasi onanistica, tardo-adolescenziale: avevo sempre rivendicato libertà sessuale, nessun patto di fedeltà, ho avuto amplessi e rinunce, senza mai celare né gli uni né le altre. Furbescamente rassicurata dal suo essere fedele un po’ per natura, un po’ per rigore caratteriale. La partita doppia degli alibi, gli equilibri imprecisi, le performance acrobatiche come su un filo d’acciaio teso tra due grattacieli. Non riuscivo ad accettare da lui ciò che avevo sempre preteso per me. La corrente elettrica del mio rifiuto ad immaginarlo dentro un’altra donna – le grandi labbra che si dischiudono, lo sconcerto eccitato del primo contatto – ha serpeggiato lungo i fili di rame della mia cassa toracica e ci sono state scintille che nessun nastro isolante, nessuna apnea, nessun sottovuoto, sono riusciti a non far divampare. L’amore per mio marito si è fatto di petrolio: oleoso ed urticante. L’ illogica contrizione di mio marito mi ha impedito, in quel momento, di prenderlo per mano e sollevarlo da ogni dispiacere.

Ho snocciolato per intero il repertorio della moglie gelosa: ho controllato la sua corrispondenza, ho giocato insanamente con il sesso, ho dato schiaffi e calci, ho ripreso a bere e mangiare poco, ho pianto e urlato, ho marcato il territorio del suo corpo reclamandolo mio contro ogni logica, contro ogni mia convinzione. Dentro me devono iniziare e finire i tuoi sospiri. Sia per te manto assorbente e poroso la mia pelle imbrunita dai raggi ultravioletti. Sia risucchio il mio amore, vorticami dentro e inabissati, incuneati tra le viscere e le costole, resta lì, senza null’altro desiderare che questo porto di sangue e calcestruzzo, questo dungeon di espiazione che ti offro senza pudicizia alcuna in attesa della vergogna che poi avremmo provato entrambi.

Ho cercato lei. L’ho vista, senza importunarla. La sua bellezza di acqua marina, il lucore tremolante della folta chioma, la borsa color aragosta a tracolla, l’andatura sportiva e spensierata, i seni appuntiti e appena accennati sotto il maglione. E, assieme alla profonda repulsione per quello che stavo facendo, ciò che ho involontariamente provato è stato desiderio, una forma di eccitazione sessuale incongrua e aggressiva, la voglia di incastrarmi tra i loro corpi e prendermi piacere dall’uno e dall’altra. Sono tornata a casa e ho detto “vado via”.

E’ scoppiato un temporale d’agosto sui pini appena potati, nella nostra casa in campagna dove mio marito mi portava a scopare venti anni fa, in inverno, quand’era disabitata, io ancora minorenne, lui quasi trentenne, – la pelle gelida sotto le coperte di lana pesante, le volpi che frugavano nella spazzatura e le civette all’erta – io non ho mai provato tanta fiducia, tanto abbandono, tanta sicurezza e intensa felicità come in quei pomeriggi nebbiosi, senza riscaldamento, ho sentito la sua vicinanza e ho continuato a provarla negli anni. Facevamo l’amore una volta, io davvero non sapevo cosa fosse, cosa fosse il sesso e cosa fosse l’amore, poi ne parlavamo. Mi rivedo all’uscita da scuola, con i capelli rasati e gli occhiali troppo grandi, consapevole di un erotismo precoce, che lo cerco con lo sguardo, lo trovo e ci sorridiamo.

Sono passati più di vent’anni, ne ho raccontato qualcosa. Vado via – gli ho detto – non riesco a mettere insieme mente e cuore. Sono gelosa, vorrei fossi solo mio e non sopporto di provare né l’una né l’altra cosa – gli ho detto. Qualcosa del genere, penso, fuori c’era il temporale forte. Spesso, quando pioveva forte, abbiamo fatto il gioco di inseguire i tuoni per arrivare all’orgasmo. Le finestre senza tende, l’acqua che scroscia dalla grondaia. Sentilo, sta arrivando. Mio marito ha chinato la testa. Sei la mia prima figlia che se ne va – ha detto. E ha sorriso. Poi si è spogliato ed è andato sotto la pioggia, sono rimasta alla finestra a guardarlo. E’ una cosa che gli ho visto fare spesso, però il cuore mi è ruzzolato un altro po’. Ho capito subito cosa intendesse. C’è un punto di maturità in prossimità della metropoli che si riaccende, e ho capito che non si può chiedere libertà amorosa, affettiva, sessuale senza concederla, o, meglio, no, non è affatto vero, lo si può fare, noi lo abbiamo fatto, ma mio marito semplicemente non lo voleva più – l’incastro giusto, la possibile combinazione dei sentimenti. Non voleva continuare a scusarsi, non voleva continuare a farmi da padre. Non sono andata via. Abbiamo cominciato a parlarne, noi, qui, nel nostro funambolismo che è meno intimista di quello che potrebbe sembrare, delle contraddizioni dell’amore e del sesso, la fedeltà, la giustizia, la libertà, il senso del possesso, la gelosia, il tradimento, l’intimità. Possono gli affetti essere davvero liberi?

Per quel che riguarda me io ricordo solo, in questo imbrunire quieto, che qualche giorno dopo ho seguito divertita e incuriosita mio marito davanti alla porta chiusa della camera da letto. Togliti le scarpe – mi ha detto. L’ho fatto. E’ venuto dietro di me, mi ha bendata e mi ha detto di stare ferma. Stai ferma – mi ha detto. Poi l’ho sentito che mi prendeva i fianchi e tirava leggermente. Fai attenzione. Cammina piano. Ti tengo io. Stavo camminando su un pavimento di acqua e sperma, scivoloso e gommoso sotto la pianta nuda dei piedi. Non ho capito subito cosa fosse, ma ho continuato a camminare.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara
9] A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale
10] Una giornata al mare
11] Il mio corpo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: