Stuprata a sette anni: mi racconto, per guarire

Lei scrive:

Cara Eretica,
Inizio pregandoti di farmi restare anonima, e sperando di non annoiarti con questa lunga storia, che è il mio modo di denunciare il mio passato, e ciò che oggi resta non denunciabile, a causa di una cultura che rende molto difficile il farlo, ma soprattutto a causa della mia vigliaccheria.

Ho vent’anni, e sono una ragazza albanese. Vengo da una famiglia ancora fortemente radicata nei valori patriarcali della nostra cultura. La mia memoria è intrisa dei ricordi di un padre-padrone violento e una madre sottomessa e traumatizzata dalla sua stessa vita. Mia madre soffre di disturbo post traumatico da stress, ma di questo parlerò dopo.
Sia la violenza domestica che quella psicologica che io, mia madre e mia sorella abbiamo subito rimane un ricordo pressante che oggi fa di me una persona insicura e diffidente nelle relazioni. Una persona spaventata ancora dal potere che mio padre può avere nella mia vita.

Mia madre mi diceva sempre che ero una bambina difficile, forse tentando di giustificare la violenza che mio padre mi aveva fatto, a me molto più che a loro, perché da quando ho memoria mi sono ribellata. Sia indirettamente, facendo le cose di nascosto, sia direttamente, negli anni più bui della mia adolescenza, quando urlavo la mia rabbia come un cane ferito e sputavo in faccia a loro le cause del mio malessere.
Mio padre non mi ha parlato per anni. Anni. A causa del mio comportamento. Ma per quanto mi vergogni oggi ad ammetterlo, la verità è che sebbene affermassi e mi convincessi di odiarlo, ho sempre tentato di avere la sua approvazione. Avere un briciolo del suo affetto, una minuscola prova che sapesse della mia esistenza.
E mia madre… l’ho odiata per anni.
Penso adesso di dover cominciare da capo.

Sono stata stuprata, all’età di 7 anni, ripetutamente, per circa un anno, da un ragazzo che oggi vedo ancora girare liberamente e salutarmi, nel mio paese d’origine.
Ho davvero saputo di essere stata stuprata però, solo due anni fa. E ne ho preso consapevolezza emotiva solo due settimane fa. Quando durante un attacco di panico, dove il mio ragazzo mi reggeva e tentava di farmi tornare a respirare, ho rivissuto tutto quanto e ho capito che era successo, ed era successo a me.

Oggi, studiando psicologia so che questo è stato un meccanismo di difesa della mia mente, reprimere l’evento traumatico, forse per non farmi impazzire. Come del resto quando mi dissociavo dal mio corpo mentre lui poggiava le sue labbra appassite sulla mia pelle, mentre la sua saliva mi corrodeva le spalle o il collo.
Non è necessario che io descriva ciò che è stato lo stupro, so che molte persone, tristemente, lo sapranno e avranno idea di cosa parlo.

Quello di cui vorrei raccontare è di come ho creduto per anni che mia madre lo sapesse, e che non avesse fatto nulla per proteggermi o per impedirlo.
Di come la consapevolezza della cultura che mi circondava non mi permettesse di sfogare il mio dolore in altro modo se non tramite l’aggressività inspiegabile, i disturbi alimentari, la depressione.

Ho odiato il mio corpo per anni, e ancora oggi fatico molto per non vomitare tutto nel WC quando mangio, così da trovarmi lo stomaco vuoto e puro, e avere quella meravigliosa sensazione di controllo che rende i disturbi alimentari così tossici e meravigliosi.

Ho detto dell’accaduto a mia madre solo un paio d’anni fa, dopo essere stata diagnosticata del disturbo di personalità borderline, in un eccesso di rabbia che mirava a ferirla e ricordarle ciò che entrambe ignoravamo quotidianamente come se avessimo un patto implicito. Sono riuscita a ferirla.

Mia madre non sapeva, ovviamente. E vederla piangere mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, e mi ricordo di aver riso tra le lacrime. Anche tu soffri adesso. Anche tu vedi la luce offuscarsi dalla tua vita. Questo ho pensato.
Ma da due anni ormai ha questa disturbi da trauma e continua a convincersi che non è colpa sua. Anche io tento di convincerla, e di convincermi. Soprattutto di convincermi. Ma noto sempre una nota di aggressività nella mia voce quando parlo con lei.

Un’insofferenza per il contatto prolungato nelle rare volte che ha il coraggio di toccarmi.
Non è del tutto colpa sua, ma il fatto che nell’ultimo periodo le ho parlato di nuovo, molto timidamente, del fatto, chiedendole se c’era modo di denunciare quell’essere che oggi vive più libero di me, mi ha risposto seccamente di non pensarci nemmeno. Che sarebbe stato un accusare lei e accusare me. Lei di non avermi accudito a sufficienza, e me di essermela cercata. Quindi ecco la mia denuncia. Una denuncia infima, inutile, obsoleta. Non serve, lo so. Ma in qualche modo si. A me. Sto tentando di guarire, Eretica. Di accettare me per come sono, con tutto quello che mi è successo. Di accettare gli eventi della mia vita per come sono stati e tentare di impedire che succedano per qualcun altro in futuro. Sto davvero tentando di guarire, ma la depressione a volte è allettante, mi fa interrompere lo studio e mi fa andare a cercare metodi di suicidio non dolorosi, senza una particolare ragione.

Ti volevo ringraziare, perché pagine come le tue danno un barlume di speranza a persone come me. Alle persone e basta. Mi fanno capire come sia possibile cambiare un mondo che va al contrario.
Mia sorella è ancora giovane, ma voglio che diventi una donna forte e che affronti le cose meglio di quanto le abbia affrontate io. Così racconto la mia storia anche un po’ per lei, che segue la tua pagina. Sperando che le arrivi ciò che non avrei il coraggio di dirle guardandola in faccia.
Un giorno racconterò la mia storia, ma per adesso mi concedo solo questo piccolo passo.

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