Amanda Knox, documentario su Netflix: tra pregiudizi di genere e gogne mediatiche

Guardare il documentario su Amanda Knox, visibile su Netflix, mi fa venire voglia di urlare. Più lo ascolto e metto assieme i dettagli di questa terribile vicenda e più mi viene voglia di dire: ma dove cazzo eravate tutti quanti voi quando in pochissim* dicevamo che tutto si giocava sulla demonizzazione dei processati e sulla santificazione della vittima? Di più: si giocava sulla dicotomia santa/puttana e Amanda Knox non veniva giudicata solo in quanto promiscua, perversa, demoniaca, pazza, ma come conduttrice di un gioco erotico a base di sesso/droga/rock&roll (per droga si intende niente po’ po’ di meno che lo spinello). Una vittima di stupro e femminicidio non ha bisogno di essere definita in quanto santa per essere riconosciuta come vittima. Ma noi, qui, in Italia, sappiamo bene che se di lei, di Meredith Kercher, si fosse detto che si trattava di una normale ragazza come tante, le cui esperienze sessuali poco c’entravano con quel che le è successo e poco c’entravano con il processo alla ricerca di colpevoli da condannare, qualcuno, anzi, più di una persona avrebbe scritto che se l’era cercata. L’avrebbero detto eccome. Invece hanno trovato lei, Amanda Knox, che è diventata famosa suo malgrado, perché non penso volesse passare alla storia per la manipolativa e perfida fanciulla dallo sguardo di ghiaccio.

Mettendo in primo piano l’altra, la rivale o nemica, la strega cattiva, la perfida coinquilina che non reagisce bene alle circostanze, non come ci si sarebbe aspettato da lei. Faceva le “capriole” per passare il tempo tra militari che da quel che ha dichiarato la trattarono male, e per quanto su questo lei subì una denuncia per calunnia, alla fine l’ha spuntata ed è stata assolta. In più è stato accolto il ricorso alla Corte di Strasburgo per esigere riconoscimento su una presunta violazione dei diritti umani. Il documentario, che vi consiglio di vedere, mette in primo piano l’allora pm che si occupò dell’accusa, dalla cui testimonianza emergono alcuni pregiudizi buttati un po’ a casaccio. Un brav’uomo che parla da padre e credente e che giudica Amanda di atteggiamento “anarcoide” (forse a Seattle funziona così, commenta), dà valutazioni sul carattere e in cuor suo ritiene di aver fatto tutto per bene pur se alla fine tutto quanto si è concluso con una doppia assoluzione per Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Anche su di lui, su Sollecito, le speculazioni non sono mancate. Un ragazzo vestito a carnevale, o chissà in che occasione, con un aspetto goliardico/minaccioso, diventa prima un terribile assassino e poi la vittima delle manipolazioni della furbissima Amanda. Ancora oggi c’è chi, come Selvaggia Lucarelli, che passa dal ruolo di giustiziera del web, contro i cattivi da mettere alla gogna, a quello di criminologa con capacità di interpretazione delle intenzioni della Knox, la definisce furba, finta. L’altro aspetto sul quale punta il documentario è l’atteggiamento della stampa tramite l’intervista al giornalista Nick Pisa. Costui parla di uno scoop come di gran sesso e per quanto stigmatizzi la funzione oppressiva dei media in queste situazioni alla fine si svela per lo squalo mediatico che è, uno dei tanti, pronto a rintracciare immagini adeguate a demonizzare gli accusati, a far circolare il soprannome dato alla Knox e il diario privato della ragazza che, come Sollecito, trascorre quattro anni di galera da persona poi ritenuta innocente. Un caso del genere per un giornalista è come vincere alla lotteria, scavando su tratti morbosi e sulle ipotesi degli inquirenti, prima ancora che siano diventate certezze, salvo poi giudicare sbagliato l’operato di giudici e polizia come se quell’operato, gli errori che la cassazione ha riconosciuto in quanto tali, il pasticcio con le prove del Dna, quel confuso modo di giocare a Csi senza averne evidentemente le capacità, non gli avessero reso fama, soldi e gloria.

Il documentario va respirato fino in fondo perché al di là di quel che potete pensare su Amanda Knox o Sollecito, e chissenefrega se vi sono simpatici o meno, il fatto è che quel pasticcio giudiziario e i pregiudizi che, secondo sentenza, avrebbero caratterizzato la parte investigativa e la pressione mediatica, possono diventare un boomerang per chiunque tra noi. Chi ci dà certezza su quel che riguarda i processi di cui abbiamo conoscenza? Stupri, femminicidi, le assoluzioni, le condanne, le investigazioni, la maniera in cui la stampa tratta ancora adesso le notizie che riguardano crimini sessuali e delitti contro le donne. Chi ci dice che possiamo affidarci a questa “giustizia”? Ad una istituzione tanto caratterizzata da paternalismi? E di certo non faccio di tutta l’erba un fascio perché si tratta di uomini e gli uomini possono sbagliare. A tutti è dato poter commettere un errore ma vorrei capire che ne pensano la Knox e Sollecito che hanno fatto 4 anni di galera per “non aver commesso il fatto”. Chi restituisce gli anni, la serenità perduta, e comunque il marchio che gli resta attaccato sulla pelle, a questi due un tempo ragazzi e ora adulti?

E mi spiace non condividere l’opinione di chi dice che Amanda Knox è un personaggio costruito mediaticamente, e lo afferma oggi che l’immagine emergente è diversa da quella che le hanno ricucito addosso i media nelle fasi processuali. Non le serve dimostrare di essere santa. E’ stata “svergognata” in pubblico, giudicata facile, leggera, ha fatto sesso con ben sette uomini, ci hanno informato, e da quel che dice il documentario, cosa gravissima, le avrebbero fatto perfino credere di avere l’Hiv per metterle pressione. Lo afferma il giornalista Nick Pisa e non ho idea di quel che sia vero o meno ma se così è stato non capisco in che razza di mondo ci troviamo. Non capisco l’accanimento da parte di tutto il mondo a giocare tra colpevolisti e innocentisti, senza capire che quel che allora ci competeva e ci compete ancora non è mettere in dubbio la sentenza e ribaltarla in un corale verdetto di colpevolezza mediatico e sociale quanto, piuttosto, il fatto di capire che l’impatto culturale che ebbe la vicenda e ha tuttora nelle nostre vite è tremendo. Donne sante o puttane. Uomini colpevoli se stranieri e manipolati se bianchi e italiani.

E’ tutta una brutta storia la cui responsabilità non è di certo dei due ragazzi, oggi adulti, scampati ad un trentennio di galera. E’ però la traccia culturale che l’ha caratterizzata. E’ una brutta storia che non smette neppure oggi quando c’è chi giudica Knox finta, furba, capace di parlare in pubblico e di usare i toni giusti, come se non fosse suo diritto avere la capacità di autorappresentarsi per scagionarsi socialmente. Anche Sollecito ha scritto un libro, è una figura pubblica, e se pure ha studiato per parlare al mondo di quello che lo riguarda, sempre che lo abbia fatto, non vedo cosa ci sia di male. D’altra parte sulla testa di Amanda resta lo stigma, l’anarcoide, quella che non reagiva bene all’autorità, che è stata restituita al mondo a capo chino, piangente, ferita, mortificata, e non capisco dove stia la sorpresa giacché dovreste essere soddisfatti della sua posa, a questo punto, da martire della giustizia. L’avete resa tale. L’avete voluta affranta e pentita di ogni  momento trascorso in gioventù, e se ha imparato come leggere un buon comunicato stampa e come condurre una comunicazione giusta a ribaltare l’immagine che di lei era stata data, a mio avviso ha fatto più che bene.

Immagino che tutta la faccenda sia poi costata parecchio in spese legali, perizie, viaggi, permanenze dei parenti in Italia, e se ha venduto un libro, i diritti per un film, e se è stata pagata per interviste, ha fatto bene. Lo stesso per quel che riguarda Sollecito. Cosa avrebbero dovuto fare? Ritirarsi fuori dalla scena mediatica quando non è più convenuto a chi li voleva vedere condannati e chiusi in galera? L’unica nota di rammarico, per quel che mi riguarda, sta nel fatto che se si fosse trattato di persone con minore disponibilità o, come nel caso di Amanda, con minore solidarietà, anche economica, per sostenere le spese legali, l’esito del processo sarebbe potuto essere diverso. Siamo l’Italia, di un provincialismo ottuso e di un sessismo atroce, dove funzionano le gogne, le manie forcaiole di chi vuole vedere qualcuno impiccato ad un albero, e fortuna, o forza d’animo, o vicinanza dei parenti, sconfiggendo la loro solitudine, ha voluto che Knox e Sollecito non siano passati per depressioni con conseguenti suicidi. Si fossero impiccati in cella forse avrebbero saziato l’appetito di famelici media che avrebbero ricamato ancora sulla faccenda e quello di gente che si sostituisce ai giudici facendo diventare ogni caso di cronaca una roulette russa a chi pijo pijo.

Dovremmo riflettere sull’influenza culturale e mediatica subita in alcune sentenze. Dovremmo riflettere su quel che è stato o che potrebbe essere. Dovremmo anche imparare ad accettare le sentenze. Se Knox e Sollecito sono stati assolti smettete di chiamarli assassini. Non fosse altro che per il rischio di subire una denuncia per calunnia. Non si può chiamare assassino chi è stato assolto per non aver commesso quel crimine. Non si può continuare a giudicare la Knox in termini viscerali, solo perché vi sta sul culo. Non vi piace, pazienza. Ma è stata giudicata innocente. Rassegnatevi.

Comments

  1. Condivido tante cose che dici, anche se odio la parola «femminicidio».
    Se Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono innocenti, mi sembra giusto assolverli; se sono stati vittime di errori giudiziari, mi sembra giusto che si facciano sentire ora che non fa comodo a certi giornalisti. Resta da capire chi ha ucciso Meredith Kercher; spero che i colpevoli vengano trovati e puniti.
    Poiché so poco su Amanda Knox e Raffaele Sollecito, non ho alcuna opinione su di loro; non mi stanno simpatici né antipatici.

    • infatti il chi ha ucciso è un mistero 😦

      • Un mistero? Ma non è stato condannato un uomo per l’omicidio, o mi sbaglio? Scusa, ma se è rimasto un mistero, perchè chiamarlo “femminicidio” allora?

        • perché è un femminicidio.

          • Perdonami Laglasnost, per quello che ne so anche per me è un femminicidio (più precisamente un femmicidio): un uomo ha creduto che fosse suo diritto disporre di una donna, in quanto donna, fino a ucciderla. Non sto polemizzando con te e volevo evitare di farlo con Paolo che ha esordito con “odio la parola «femminicidio».” E quindi? Anch’io odio la parola “stupro” ma lo stupro va nominato eccome quando accade, come va nominato il femminicidio.
            Mi era solo sembrata strana la tua risposta a Paolo: che sia stato un maschio e che lo abbia fatto perchè voleva disporre di una donna come di un oggetto a sua disposizione, perchè è questa la cultura maschilista dominante, la stessa che ha trasformato il processo in un teatro grottesco dove si sono celebrati i più beceri stereotipi sessisti sul nervo del dualismo Santa/Puttana, Donna-indifesa-da-difendere/ Donna-strega-da-bruciare, mi pare assodato… e quindi è un femmicidio, e non è un mistero. Il sesso maschile dell’assassino è fuori dubbio, o sbaglio?
            In ogni caso il processo stesso e la sua spettacolarizzazione proprio perchè frutto di stereotipi sessisti è diventato in pratica un processo alla donna in quanto donna, su quello che secondo la società maschilista una donna dovrebbe essere e entro quali limiti dovrebbe stare. A ben vedere anche questo è stato un femminicidio, dove per femminicidio si intende l’esplicarsi di una cultura tesa a ridurre la donna a oggetto attraverso lo stigma e la violenza simbolica e dove il femmicidio è solo la forma estrema e conseguente a questo processo di oggettificazione. Volevo puntualizzare questo, ma avrei dovuto farlo io stessa con Paolo senza passare per il tuo commento, scusami.

            • a prescindere dal fatto che il colpevole sia un uomo o una donna, se la violenza assume connotazione di genere, umiliazione, abuso, in relazione al genere, ai ruoli di genere, in questo caso attraverso lo stupro e l’omicidio, è comunque femminicidio. e si può odiare o meno la parola, e anche a me non fa impazzire perché nella comprensione comune diventa violenza sulla femmina, ed esclude la violenza di genere a tutto tondo, comprendendo violenza contro persone lgbt o le donne che trovano muri quando cercano di abortire, o uomini che subiscono atti di machismo e prevaricazione perché non rispondono alle norme obbligatorie di genere. chiamiamola violenza di genere, perché questo è.

              ps: d’accordissimo sulla violenza che si aggiunge ad altra violenza, ed era quella che volevo rimarcare nella mia analisi. nessuna scusa. figurati 🙂

              • grazie a te.
                brevemente, e mi spiace di non avere più tempo per argomentare, non mi piace l’uso che è stato fatto della parola femminicidio che è diventato un brand che restringe il punto di vista al delitto contro le femmine, mogli e madri, cis etero, così definite per esempio dalla legge contro il femminicidio. la cosa risulta comoda alle donne omofobe, antiabortiste, che usano il termine femminicidio e negano la violenza di genere. sul blog ho scritto tanto su questo. se hai la voglia e la pazienza di cercare le parole “femminicidio” e “brand” trovi un po’ di cose. 🙂
                perdonami se ti rinvio ai post. non è mia abitudine farlo. davvero però devo scappare. a presto :*

                • Ci mancherebbe nessun problema 🙂 ho visto che hai già scritto molto sull’argomento e fai bene a segnalarmi i post. Buon fine settimana 🙂

            • Premetto che usare parole differenti per indicare tipi di violenza differenti non significa fare una classifica di gravità. La violenza maschilista che colpisce le persone non comprese nella “norma” cis etero non è certo qualcosa di meno grave del femminicidio o della prevaricazione maschio su maschio. La violenza è violenza e basta da questo punto di vista.
              Non capisco (limite mio) però se identifichi il femminicidio con la violenza di genere.
              E’ noto che il maschilismo che “fa da guardia” al patriarcato esprime violenza contro le donne cis etero, ma anche contro tutti coloro che non rientrano nel suo dualismo cis etero. Nel primo caso non vuole l’annientamento della donna cis etero in senso fisico se non per le più recalcitranti come monito per le altre. Nel secondo caso vuole l’annientamento vero e proprio in quanto anche solo l’esistenza di altre realtà che non siano dentro il dualismo nel quale vorrebbe addomesticare tutti, rappresenta una minaccia per la stabilità della cultura patriarcale.
              Vista senza questa distinzione (che ripeto, non si permette di essere una classifica di gravità) sia la prima che la seconda sono “violenza di genere” (nella quale rientra anche quella esercitata su maschi cis etero che rifiutano il maschilismo) una categoria di violenza precisa e distinta da altri tipi di violenza, ma all’interno della violenza di genere, solo la prima, credo rientri nella definizione di femminicidio. Perchè allargare la definizione di femminicidio a violenza di genere? Non rischia di svuotare di senso uno o l’altro termine?
              E’ un mio dubbio. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi se trovi un po’ di tempo.
              Grazie in ogni caso per gli spunti e lo spazio di riflessione che offri 🙂

  2. Il “giornalista” del Daily Mail ne esce come il personaggio peggiore, con un ‘etica professionale pari a zero. Prima inventa soprannomi offensivi per la Knox (e solo per lei tra l’altro, Sollecito viene risparmiato) e inventa di sana pianta storie a base di sesso, raptus e satanismo, poi quando gli imputati vengono assolti si giustifica dicendo che un reporter non ha tempo di verificare le notizie date dalle fonti (!) se no perderebbe lo scoop.

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